
Grassi, nel 1992 in servizio alla Criminalpol di Palermo — nel corso del processo per depistaggio sulla strage Borsellino —, ha descritto lo scenario devastato di via d’Amelio subito dopo l’esplosione, l’enorme confusione e il ritrovamento del corpo di Paolo Borsellino (inizialmente da lui non riconosciuto), precisando di non aver visto, quel giorno, l’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera.
Grassi ha anche dichiarato di aver visto la borsa del magistrato poggiata su un divano all’interno dell’ufficio di Salvatore La Barbera (all’epoca capo della sezione omicidi), riferendo che questi gli intimò di non toccarla perché apparteneva a Borsellino. La borsa si presentava aperta e al suo interno si intravedeva un indumento simile a un pantaloncino da tennis o a un costume da bagno. Agli atti ufficiali, tuttavia, questo oggetto non risulta mai essere stato sequestrato o repertato.
La testimonianza di Giuseppe Lo Presti (ex Squadra Mobile)
Nel 1992 in servizio alla Mobile di Palermo, Lo Presti ha raccontato di aver notato una borsa vicino al corpo del giudice. Questa era inizialmente nelle mani di un carabiniere, al quale Lo Presti chiese di consegnarla poiché le indagini erano state affidate alla Polizia.
Il teste ha descritto la borsa come «marrone scuro e bruciacchiata ai bordi», aggiungendo che venne temporaneamente sistemata sul sedile posteriore dell’auto del funzionario di turno, e rispondendo ai magistrati ha introdotto un nuovo elemento, ovvero che le borse in realtà erano due. Una si trovava vicino al corpo di Borsellino e l’altra nell’auto di servizio, un dettaglio che all’epoca fu oggetto di una sua specifica annotazione di servizio.
Nonostante i decenni trascorsi, resta ancora un mistero fitto su cosa sia accaduto nei momenti successivi all’esplosione di via d’Amelio, in particolare riguardo a chi abbia svuotato la borsa di Paolo Borsellino. La Procura di Caltanissetta ipotizza che la famosa agenda rossa sia stata sottratta dall’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, lo stesso che orchestrò il falso pentimento di Vincenzo Scarantino, con un presunto coinvolgimento anche dell’ex procuratore Giovanni Tinebra.
I verbali recentemente desecretati dei poliziotti presenti sul luogo della strage permettono di ricostruire alcuni passaggi della borsa: dal carabiniere Giovanni Arcangioli che la ricevette dal giudice Giuseppe Ayala o da un altro magistrato anonimo, all’ispettore Giuseppe Lo Presti che se la fece consegnare e ordinò di metterla nell’auto guidata dal sovrintendente Francesco Maggi. Quest’ultimo ha dichiarato di averla poi recuperata dall’auto per affidarla a un funzionario di polizia, che a sua volta la consegnò ad Arnaldo La Barbera.
Il giorno successivo alla strage, il 20 luglio 1992, la borsa venne riposta in cassaforte da La Barbera davanti ai giornalisti, contenuta in una scatola di cartone, e La Barbera redasse una relazione di consegna per il procuratore Tinebra annotando lo scatolone e un’agenda telefonica, mentre degli altri pochi oggetti personali si occuperà mesi dopo il magistrato Fausto Cardella.
Di fronte a questi fatti, emerge spontaneo un interrogativo: perché la borsa non fu immediatamente sequestrata e perché non ne fu verbalizzato il contenuto in modo formale appena raccolta? Questa omissione delle procedure standard rappresenta una gravissima anomalia investigativa.
Inoltre, appare abbastanza improbabile che la borsa sia stata consegnata a La Barbera già aperta. Se così fosse stato, un investigatore della sua esperienza avrebbe dovuto immediatamente chiedere spiegazioni e approfondire chi e perché l’avesse aperta prima di lui. Poiché questo non è avvenuto, se ne può coerentemente desumere che la borsa venne aperta dallo stesso La Barbera o da qualcuno che agiva per poterne manipolare il contenuto prima della sua formale ricomparsa.
Tutto il quadro delle indagini dell’epoca fu pesantemente inquinato dal depistaggio legato a Vincenzo Scarantino, un finto collaboratore di giustizia creato con lo scopo di fornire una ricostruzione totalmente inventata della fase organizzativa dell’attentato, in particolare sul furto dell’auto usata come autobomba e sulle persone coinvolte nel confezionarla.
A Scarantino vennero fornite informazioni reali e riservate, di cui solo le forze dell’ordine erano a conoscenza, per rendere credibile il suo racconto; per il resto, lui colmò i vuoti della narrazione accusando le uniche figure criminali che conosceva davvero, ovvero i piccoli esponenti della mala del suo stesso quartiere e persino alcuni suoi familiari. Che le sue dichiarazioni fossero una messinscena, comunque, era un dato che emergeva già chiaramente fin dalle prime fasi processuali.
Un ruolo decisivo in questa operazione lo ebbe una nota del SISDE dell’ottobre 1992 che, su richiesta del procuratore Tinebra, dipinse Scarantino come un boss di alto profilo, dandogli la credibilità necessaria per ingannare i magistrati.
Rimane poi il mistero della seconda borsa citata da Lo Presti. Che fine ha fatto e chi la tenne tra le mani? Di certo non esponenti di Cosa Nostra, che non avrebbero potuto muoversi liberamente in mezzo alle forze dell’ordine dopo lo scoppio.
Se da un lato è chiaro che Falcone e Borsellino furono lasciati soli da molti colleghi, facilitando il compito dei sicari, dall’altro non si può ignorare la facilità con cui i servizi segreti si prestarono a legittimare il falso pentito Scarantino.
Perchè?
Nonostante queste evidenze, persiste la tendenza a voler scaricare la colpa delle stragi del 1992 esclusivamente sulla mafia o sugli errori o responsabilità di qualche magistrato, ignorando di proposito il ruolo centrale e attivo che pezzi dello Stato hanno avuto nel coprire la verità.
Quis prodest?
Gian J. Morici