
La lunga audizione del procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, ha focalizzato un quadro inquietante sulla gestione dell’inchiesta “mafia e appalti” negli anni ‘90, indicandola come una delle cause determinanti della strage di via D’Amelio, sottolineando che secondo il pool stragi nisseno, esiste un nesso concreto e plurimo tra quel dossier e l’uccisione di Paolo Borsellino, un legame ritenuto estremamente attendibile e che coinvolgerebbe, seppur con sfumature diverse, anche la fine di Giovanni Falcone, il quale per primo aveva intuito il valore esplosivo di quelle indagini.
Le accuse di De Luca riguardano un periodo di impunità totale, durato dal 1991 al 1995, di cui avrebbero beneficiato il mafioso Antonino Buscemi e il Gruppo Ferruzzi, e che nonostante i rapporti del Ros e le segnalazioni di altre procure, le indagini a Palermo sarebbero state caratterizzate da un passaggio dall’inerzia totale a quelle che il procuratore definisce “indagini apparenti”. In questo contesto, De Luca ha messo sotto accusa l’operato di magistrati come Gioacchino Natoli, Giuseppe Sciacchitano e Giuseppe Pignatone, parlando di gravi errori procedurali e di una frammentazione dei fascicoli che ha neutralizzato la portata degli accertamenti.
Una delle anomalie più gravi emerse – stando a quanto dichiarato dal Procuratore – riguarda la gestione delle intercettazioni. De Luca ha rivelato che, subito dopo l’archiviazione di un “procedimento doppione”, il dottor Natoli firmò un provvedimento per la smagnetizzazione delle bobine e la distruzione dei relativi brogliacci, aggiungendo quest’ultima disposizione a penna su un modulo prestampato. Questa procedura, definita “nefasta” e formalmente irricevibile poiché avrebbe richiesto l’intervento di un Gip, avrebbe creato un vero e proprio buco nero investigativo, rendendo impossibile rilevare eventuali illeciti o abusi.
De Luca ha ammesso con onestà un ritardo nelle indagini dovuto a un’eccessiva fiducia nelle comunicazioni iniziali della Procura di Palermo, che aveva inizialmente negato l’esistenza di tali atti di distruzione, e che è stata paradossalmente la difesa di Natoli a ritrovare le tracce di questi provvedimenti nel registro delle intercettazioni. De Luca ha però chiarito che, sebbene la difesa abbia scovato il dato, è incorsa in un errore nel minimizzare la rilevanza di quelle distruzioni, un punto su cui lo stesso Pignatone avrebbe poi dato ragione alla Procura di Caltanissetta.
A confermare la gravità delle omissioni è stato il ritrovamento di alcuni brogliacci del 1992, dai quali sono emersi dialoghi mai verbalizzati all’epoca tra il boss Bonura e il politico Ernesto Di Fresco su presunti aggiustamenti processuali, e per De Luca, questo scenario di omissioni e indagini di facciata smentisce la ricostruzione della sentenza d’appello sulla Trattativa Stato-Mafia nella parte in cui definisce lineare l’operato della Procura di Palermo di quegli anni. Secondo il magistrato, infatti, quella sentenza si è basata su una minima parte del materiale oggi disponibile, che rivela invece una gestione profondamente patologica di uno dei dossier più importanti della storia repubblicana.
La tesi che Mafia-appalti fu causa l’uccisione di Paolo Borsellino, dalla Procura viene considerata estremamente attendibile per quanto riguarda, mentre per la strage di Capaci il grado di certezza è leggermente inferiore, pur restando convinti che l’interesse mostrato da Giovanni Falcone per il sistema degli appalti abbia giocato un ruolo rilevante nel decretare la sua fine.
Il Procuratore, di fatto, ha affrontato il tema delle indagini condotte all’epoca, rispetto le quali emergerebbero gravi responsabilità da parte di alcuni magistrati, ma senza dare alcun contributo a convalidare il fatto che fu mafia-appalti la causa delle stragi, salvo che non ci siano concrete e coerenti per affermare che la gestione di quell’indagine sia stata una delle cause scatenanti della strage di via D’Amelio.
È importante precisare che, sebbene le dichiarazioni del procuratore De Luca siano estremamente pesanti riguardo al legame tra il dossier appalti e gli eccidi del 1992, la posizione giuridica dei due magistrati è circoscritta, perché Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli sono indagati dalla Procura di Caltanissetta con l’ipotesi di favoreggiamento a Cosa Nostra, e non accusati di aver preso parte o di essere responsabili dell’esecuzione delle stragi stesse, ma di aver tenuto condotte che avrebbero ostacolato la verità giudiziaria su quel movente economico che Falcone e Borsellino stavano seguendo.
Non meno rilevante, far notare che non solo proprio per il filone d’inchiesta Mafia-appalti la stessa Procura ha chiesto l’archiviazione, poiché non sarebbe possibile ad oggi avviare alcun procedimento penale, ma solo una ricostruzione logica, o come qualcuno vorrebbe, storica, ma che i reati contestati a Pignatone e Natoli si riferiscono a fatti talmente lontani nel tempo da essere già caduti in prescrizione.
È necessario ricordare che l’obiettivo delle procure è gestire i risvolti giudiziari di un caso, non certo quelli storiografici, e vi è da chiedersi, dunque, se un pubblico ministero che si trova a indagare su una possibile sparizione di documenti legata a un’indagine conclusasi con un nulla di fatto, e per la quale i reati ipotizzati non sono più punibili, ha o meno l’obbligo di sottoporre la richiesta di archiviazione al giudice per le indagini preliminari? Certamente la ricostruzione storica dei fatti e l’accertamento di eventuali colpe da parte dei magistrati sono temi che interessano tutti noi, ma i profili strettamente giudiziari devono essere discussi e pesati esclusivamente nelle aule di tribunale, che restano le sole sedi competenti per tali valutazioni.
Se il Gip dovesse propendere per l’archiviazione di mafia-appalti, rimarrebbero ancora aperti i filoni d’indagine che riguardano i legami con la massoneria e il ruolo di apparati deviati dei servizi segreti.
De Luca ha poi affrontato il tema delle possibili “piste nere” o del coinvolgimento di istituzioni deviate, e su questo fronte, il procuratore è stato cauto, affermando che pur non escludendo nulla e continuando a indagare, ha precisato che al momento non ci sono elementi concreti da poter rivelare. In ogni caso, ha chiarito che l’eventuale presenza di apparati deviati o eversivi non cambierebbe la causale della strage, ma aggiungerebbe “concorrenti esterni” di cui bisognerebbe ancora comprendere obiettivi e finalità.
Una precisazione netta che ha tenuto a fare, riguarda invece la cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, rispetto la quale ha escluso categoricamente che questa abbia avuto un ruolo tra le cause delle stragi, dichiarandosi in totale accordo con quanto stabilito dalla sentenza d’appello sul tema.
Gian J. Morici