
Sulla strage di via D’Amelio, la Procura generale della Cassazione ha bocciato il ricorso presentato dai magistrati di Caltanissetta riguardo alla cosiddetta pista nera. Il sostituto procuratore generale ha infatti ritenuto inammissibile l’istanza con cui la Procura nissena tentava di annullare la decisione della gip Graziella Luparello.
Il giudice per le indagini preliminari, lo scorso 19 dicembre, aveva respinto per la seconda volta la richiesta di archiviazione, ordinando invece nuovi accertamenti su possibili mandanti esterni e collegamenti con l’eversione di destra, e la Procura aveva reagito rivolgendosi alla Suprema Corte, definendo quella decisione un atto abnorme e fuori dalle regole del sistema giudiziario.
Secondo la Procura generale, invece, l’ordinanza della gip rientra pienamente nei suoi poteri, poiché il magistrato ha il diritto di indicare nuovi temi da approfondire e di dare impulso alle indagini se ritiene che gli elementi raccolti finora non siano sufficienti.
La Cassazione chiarisce dunque che l’atto della gip Graziella Luparello non presenta anomalie patologiche, e spetta al giudice fornire nuovi spunti investigativi, mentre la Procura resta libera di scegliere gli strumenti più adatti per svolgere questi ulteriori accertamenti e fare luce sulla morte di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta.

Il dibattito sulla strage di via D’Amelio è stato segnato da uno scontro tra chi riteneva fosse attribuibile alla sola Cosa Nostra l’attentato, indicando nel dossier Mafia-Appalti – per il quale adesso la stessa Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta – l’unico movente, e chi invece intravedeva responsabilità più ampie e stratificate. Questa tensione si riflette nel duro conflitto istituzionale – senza precedenti – a Caltanissetta tra Procura e Gip sulle indagini ai mandanti esterni.
La sentenza del processo Borsellino quater, val la pena di ricordare, smentisce la centralità del dossier Mafia-Appalti, inquadrando l’omicidio come parte di una strategia terroristica deliberata dai vertici mafiosi dopo il Maxiprocesso, il cui obiettivo non era solo la vendetta, ma l’umiliazione dello Stato per forzare una trattativa politica.
Emerge con forza il tema del depistaggio, definito come uno dei più gravi della storia italiana, e le indagini evidenziano la presenza in via D’Amelio di soggetti estranei alla mafia, come agenti dei servizi segreti rimasti ignoti. Figure istituzionali infedeli avrebbero costruito a tavolino falsi pentiti come Scarantino, fornendo loro dettagli reali ottenuti da fonti occulte per coprire i veri responsabili.
Le anomalie investigative e il ruolo del Sisde suggerivano già che l’eliminazione di Borsellino rispondesse a interessi che superavano la cupola mafiosa, e anche la recente condanna di Paolo Bellini per la strage di Bologna conferma un modello storico in cui criminalità e apparati deviati dello Stato collaborano in progetti eversivi finanziati da poteri occulti.
Liquidare come una semplice caccia ai fantasmi tutte le piste che conducono fuori dal perimetro di Cosa Nostra vuol dire negare la realtà di un depistaggio enorme e la partecipazione di apparati statali, e limitare il movente della strage di via D’Amelio alla sola gestione degli appalti mafiosi rischiava di diventare l’atto finale di un occultamento definitivo, anche se questo non era certamente l’intento dei magistrati che hanno lavorato al caso.
Gian J. Morici