Com’è finita? Tra riciclaggio, contrabbando, affari internazionali, servizi segreti e stragi, rinasceva l’Italia

Qualcuno starà già pensando che per raccontare come e grazie a quali crimini nacque l’Italia, siamo in ritardo di oltre 150 anni. La storia che andiamo a narrare, è quella più recente. Dall’antefatto della Seconda Repubblica, all’Europa, con l’ingresso di Paesi fondati sul crimine. Lo spunto è quello di un nostro articolo pubblicato sul finire del 2008, ripreso da molti altri siti web. La storia (o almeno parte della storia) di un presidente del Consiglio italiano: Silvio Berlusconi.

Tra il 1973 e il 1976, il mafioso Vittorio Mangano, già noto alle forze dell’ordine, lavora come fattore nella villa di Silvio Berlusconi, dove viene anche arrestato un paio di volte. A presentare Mangano a Berlusconi, era stato Marcello Dell’Utri, il quale aveva conosciuto Berlusconi a metà degli anni 60′, quando si incontrarono alla facoltà statale di legge.

Dell’Utri tornò poi in Sicilia, mentre Berlusconi, rimase a Milano, dove iniziò la sua carriera di imprenditore edile, con soldi di cui non si è mai saputa la provenienza.

Mangano ad Arcore, più che uno stalliere, era un ospite di riguardo. Sedeva  a pranzo e cena con Berlusconi e invitava ad Arcore i suoi amici siciliani, che poi i pentiti indicheranno come mafiosi latitanti. Quando i magistrati a Dell’Utri domandarono chi fossero, lui rispose che non erano tipi a cui fare domande.

Fu durante la permanenza alle “dipendenze” di Berlusconi che Mangano organizzò il rapimento del principe D’Angerio, ospite dello stesso Berlusconi. Nonostante fosse stato informato dai carabinieri del coinvolgimento del suo stalliere nel sequestro di persona, Berlusconi non licenziò Mangano e continuò a tenerlo per ancora due anni, e quando lo stesso  Mangano decise di andare via, Dell’Utri e Berlusconi tentarono di fermarlo.

Il pentito Salvatore Cancemi , dichiarò che la FININVEST di Berlusconi, attraverso Marcello Dell’Utri e Mangano, pagava annualmente a Cosa Nostra, un pizzo di 200 milioni di lire. Nel 80′ Mangano venne arrestato da Giovanni Falcone. Quell’anno, a Londra, al matrimonio del boss internazionale Jimmy Fauci, tra  gli ospiti c’è Marcello Dell’Utri.

Ma cosa c’entra quello che poi diverrà il Presidente del Consiglio con questi personaggi? Il nome di Silvio Berlusconi – a prescindere dalle vicende legate allo stalliere Mangano – è conosciuto alle forze dell’ordine quantomeno a partire dal 1979, quando, seppure in maniera marginale, compare nell’operazione denominata Pizza Connection, un’indagine sul traffico di droga tra Italia e Stati Uniti avviata il 12 luglio 1979.

La morfina, proveniente dai paesi mediorientali, giungeva nel palermitano. Lì c’erano le raffinerie di droga che la trasformavano in eroina destinata al mercato americano, newyorkese in particolare. L’indagine durò 4 anni; ma la svolta nella lotta alla micidiale eroina, si ebbe quando la “commissione” (la famosa cupola dei capi creata da Lucky Luciano) decise di eliminare il boss Carmine Galante, in contrasto con la commissione stessa perché voleva tenere sotto il suo controllo l’intero business della droga Sicilia-New York.

Dopo questa uccisione le indagini ebbero una svolta sorprendente come individuazione degli obiettivi da combattere: sia alla fonte (Totò Riina e i suoi “Corleonesi” che nel frattempo avevano preso il controllo delle raffinerie di eroina di Palermo) che alla destinazione, le insospettabili pizzerie aperte o rilevate dai siciliani fatti arrivare in quantità da Carmine Galante, come i fratelli Miki ed Antony Lee Guerrieri, parenti dell’ex boss milanese Giuseppe Guerrieri, che a New York gestivano tutto l’import e lo smercio all’ingrosso dello stupefacente per John Gotti, allora capo della famiglia Gambino.

Si scoprirà in seguito, che il nome di Silvio Berlusconi compare già in questa indagine. Così come compare il nome di Franco Della Torre, un cittadino svizzero che, secondo Scelsi, Procuratore di Bari, avrebbe usato ancora una volta il vecchio trucco utilizzato in precedenza per riciclare i narcodollari, per ripulire i soldi provenienti dal contrabbando che vede coinvolto il Montenegro. Una storia della quale abbiamo già scritto a proposito di contrabbando, traffici umani, riciclaggio, droga, e l’impegno del Cavaliere Berlusconi a far entrare in Europa un Paese il cui Premier, Milo Djukanovic, aveva trasformato in un’autentica Tortuga. Storie di traffici, omicidi e inchieste giudiziarie destinate a finire nel nulla.

Ma torniamo agli inizi della storia. A quando il 15 febbraio 1983 la Banca Rasini sale agli onori della cronaca, per  via dell’Operazione San Valentino. La polizia milanese effettua una retata contro gli esponenti di Cosa Nostra a Milano. Tra gli arrestati figurano numerosi clienti della Banca Rasini, tra cui Luigi Monti, Antonio Virgilio e Robertino Enea. Si scopre che tra i correntisti miliardari della Rasini vi sono Totò Riina e Bernardo Provenzano e lo stesso stalliere Vittorio Mangano. Anche il direttore Vecchione e parte dei vertici della banca vengono processati e condannati, in quanto emerge il ruolo della Banca Rasini come strumento per il riciclaggio dei soldi della criminalità organizzata.

I giudici di Palermo, anche a seguito delle rivelazioni di Michele Sindona e di altri “pentiti”, indicano la banca Rasini come coinvolta nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa. Sempre Michele Sindona, nel 1984, quando il giornalista del New York Times, Nick Tosches, gli chiese «Quali sono le banche usate dalla mafia?», rispose: «In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in Piazza dei Mercanti». L’unica banca presente a Piazza dei Mercanti, al tempo, era inequivocabilmente la Banca Rasini.

Ma cosa c’entra la Banca Rasini con i Berlusconi?

Il padre di Silvio Berlusconi, Luigi Berlusconi, fu prima un impiegato alla Rasini, quindi procuratore con diritto di firma, ed infine assunse un ruolo direttivo all’interno della stessa. La Banca Rasini, e Carlo Rasini in particolare, furono i primi finanziatori di Silvio Berlusconi all’inizio della sua carriera imprenditoriale. Silvio e suo fratello Paolo Berlusconi avevano un conto corrente alla Rasini. La Banca Rasini risulta anche nella lista di banche ed istituti di credito che gestirono il passaggio dei finanziamenti di 113 miliardi di lire (equivalenti ad oltre 300 milioni di euro nel 2006) che ricevette la Fininvest, il gruppo finanziario e televisivo di Berlusconi, tra il 1978 ed il 1983, anno in cui la Guardia di finanza, nell’ambito di un’inchiesta su un traffico di droga, aveva posto sotto controllo i telefoni di Berlusconi. Nel rapporto si legge: «È stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane. Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e opererebbe sulla Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo…». L’indagine nel 1991 fu archiviata.

Archiviata sì, ma non per tutti, visto che negli anni  1994, 1995, 1996, 1997, 1998 e 1999, quel tal Umberto Bossi, anima bella di una Lega Nord che poi si scoprirà più romana della Roma Ladrona che diceva di combattere, continuerà ad affermare – senza mai risponderne in giudizio – che Berlusconi era l’uomo della mafia, “ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia? Ci sono centomila giovani del Nord che sono morti a causa della droga”.

Ma torniamo a quel 1991 che preannuncia la svolta e la nascita della Seconda Repubblica.

Sempre agli inizi del ’90, viene fatta interrompere un’indagine della polizia svizzera condotta dal commissario Fausto Cattaneo, proprio quando questi stava raccogliendo prove importanti su come i narcotrafficanti riciclavano il loro denaro.

Cattaneo, indagava sui traffici di droga verso l’Europa e il riciclaggio di grandi capitali attraverso grandi gruppi finanziari come quello Fininvest. Il nome dell’operazione era “Mato Grosso”. Nei rapporti di polizia ticinesi, ai margini dell’operazione Mato Grosso, ancora una volta compare il nome di Berlusconi. Nel gennaio 1991, alla Migros Bank di Lugano, fallì una grossa operazione di riciclaggio di denaro di un cliente e fu arrestato il brasiliano Edu De Toledo. La procura federale, il comando di polizia e la procura ticinesi, inviarono e fecero infiltrare nell’organizzazione il commissario di polizia ticinese Fausto Cattaneo.

Cattaneo scrisse nella sua relazione del narcotrafficante brasiliano Juan Ripoll Mary, il quale nel descrivere le sue operazioni di riciclaggio tramite 4 società di Panama rappresentate anche a Lugano, avrebbe affermato: “Il denaro che arriva dall’Italia proviene dall’impero finanziario di Silvio Berlusconi”. Stranamente, Carla del Ponte e le autorità di giustizia e di polizia competenti, archiviarono il caso.

Queste le interviste rilasciate da Cattaneo e dal giornalista Rotalinti:

1° filmato2° filmato –  3° filmato –  4° filmato

Carla del Ponte, da Giudice del Canton Ticino, merita di essere ricordata per il fallimento di molte indagini critiche, come Mato Grosso, Ticinogate, e Russia Gate.

Ricordata da molti per aver proficuamente collaborato con il Giudice Giovanni Falcone, non fu risparmiata da critiche che ne mettevano in dubbio non solo la capacità professionale, ma anche la trasparenza dell’operato, ce avrebbe inciso negativamente anche sulle indagini di Falcone  sulle Banche luganesi e sui loro rapporti con i boss mafiosi.  In particolare sui collegamenti tra le finanziarie di Chiasso e i Caruana-Cuntrera. Nomi che a molti lettori diranno poco, ma ben noti tanto in Canada quanto in Sicilia, in particolare nella provincia di Agrigento. Nomi “pesanti”, le cui storie sono riconducibili alle sorti, nel bene e nel male, della potente Sesta Famiglia. La mafia canadese capeggiata dal clan Rizzuto, anch’esso originario della provincia di Agrigento. E se all’epoca la Svizzera rappresentò il crocevia del denaro di mafiosi italoamericani, di imprenditori del calibro dei Berlusconi, ma anche di altri imprenditori di Agrigento che con i Berlusconi facevano affari, i collegamenti, quantomeno sotto il profilo imprenditoriale, tra aziende vicine a Berlusconi e i padroni dei traffici di droga pronti ad entrare nel mondo della grande imprenditoria internazionale, si concretizzano  nell’interesse che i Rizzuto che avevano alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Per comprendere quanto accadeva in quegli anni, è interessante seguire attentamente l’ultima intervista rilasciata dal Giudice Paolo Borsellino. Di lì a poco, Falcone, Borsellino e le loro scorte, verranno fatti saltare in aria con il tritolo.

Silvio Berlusconi venne anche indagato per le stragi, mentre Paolo, fratello minore di Silvio, pregiudicato per truffe da decine di milioni di euro, ebbe anche lui un “incontro ravvicinato del terzo tipo” con ambienti mafiosi e individui dediti al traffico di stupefacenti.

E proprio Paolo è colui che ha i rapporti con un imprenditore agrigentino condannato per mafia, il cui fratello magistrato era amico del Giudice Borsellino.

“Com’è finita” ci siamo chiesti nel titolo. Non è mai finita e la storia si ripete. Berlusconi forse non è più l’uomo popolare di un tempo, ma sembra essere passato incolume da vicende che in qualsiasi altro Paese si sarebbero concluse in maniera ben diversa da decenni. Bossi non sarà più il leader di un tempo, ma non è neppure quell’uomo che festeggiò una laurea mai presa per ben tre volte e che ogni mattina salutava la moglie facendo finta di andare in ospedale, dove diceva di lavorare come medico, mentre invece si recava a vender carciofi nell’ingrosso di ortofrutta di sua proprietà.

Cattaneo lasciò la polizia svizzera, mentre Carla Del Ponte fece carriera diplomatica. Coloro che salvarono la vita a Falcone all’Addaura (Antonino Agostino ed Emanuele Piazza) morirono in circostanze ancora tutte da chiarire. Falcone e Borsellino vennero uccisi, e anche sulle loro morti si allunga l’ombra di servizi segreti, politica, massoneria internazionale e mafia. La trattativa mafia-Stato ormai non la nega più nessuno. Ma quando si saprà la verità?

Riina e Provenzano, dopo decenni di latitanza senza che lo Stato riuscisse a catturarli, nonostante non si trovassero nella giungla amazzonica, i due capi di “cosa nostra” (ma si può credere che questi due avessero nelle loro mani l’immenso fatturato della mafia?) sono in carcere.

Milo Djukanovic, che del riciclaggio e contrabbando aveva fatto attività di Stato, avendo supportato le potenze occidentali offrendo rifugio agli oppositori di Milosevic durante la guerra nell’ex Jugoslavia, in cambio del favore ottenne che la comunità internazionale facesse finta di non vedere i traffici nei quali era coinvolto l’alleato.

Traffici, come quello del contrabbando, che portarono Djukanovic ad intrattenere rapporti anche con organizzazioni criminali come Sacra Corona Unita e Camorra.

La Sesta Famiglia, la mafia canadese dei Rizzuto, attraversò un momento difficile a causa di arresti ad opera della polizia canadese, subendo perdite in termini di vite umane, in un probabile scontro con la ‘Ndrangheta che dell’Ontario ha fatto la propria roccaforte. L’ultimo dei padrini, Vito Rizzuto, uscito da un carcere americano e recatosi a Toronto, pare sia intenzionato a riprendersi il suo trono.

Nel frattempo, la cosiddetta Primavera Araba, che sembrava avesse scompaginato alcuni sodalizi, viene riassorbita grazie all’intervento di nazioni che hanno interessi affinchè tutto torni a funzionare come sempre. E se anche in paesi come la Siria c’è chi continua a combattere e morire, il mondo occidentale guarda da tutt’altra parte in attesa che passi la bufera.

In un’italietta sempre più da operetta, risuona più che mai attuale il senso delle parole utilizzate da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo romanzo: Cambiare tutto perchè nulla cambi.

Ancora una volta, ci recheremo alle urne, per cambiare tutto perchè nulla cambi.

Gian J. Morici

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