
Oggi si cerca in tutti i modi di disconoscere questa intuizione di Falcone, scomoda e rimossa, e come già avviene con Paolo Borsellino, anche Giovanni Falcone viene evocato e celebrato solo quando le sue parole avvalorano tesi gradite, e silenziosamente sconfessato quando le sue piste investigative indicano realtà meno comode da accettare.
La convinzione di Giovanni Falcone che dietro alcuni dei più importanti omicidi politici siciliani degli anni Settanta e Ottanta ci fosse una saldatura tra Cosa Nostra e l’eversione di destra non era un abbaglio, ma una delle intuizioni più profonde e complesse dell’intera storia dell’antimafia. Nonostante l’errore giudiziario sul coinvolgimento diretto di Valerio Fioravanti, i fatti emersi nei decenni successivi hanno confermato in larga misura quell’ipotesi di fondo.
Nei verbali delle sue audizioni riservate davanti alla Commissione Antimafia, desecretati solo in tempi recenti, Falcone appare lucidamente consapevole che la mafia non agiva come un’entità isolata, e cercava invece le “saldature” con altri soggetti eversivi, in particolare i terroristi neri. L’indagine sui cosiddetti “Delitti Politici”, da lui unificata in un’unica maxi-inchiesta, ne è la prova più chiara.
Tra il 1979 e il 1982 a Palermo fu decapitata una parte significativa della classe dirigente siciliana. Falcone collegò gli omicidi di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana; di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana; e l’uccisione di Pio La Torre, segretario regionale del PCI. Il giudice era convinto che questi delitti non rispondessero solo a logiche locali, ma si inserissero in una più ampia strategia della tensione nazionale, il cui obiettivo era impedire il compromesso storico in Sicilia, ovvero l’apertura della DC al PCI, sulla scia di quanto tentato da Aldo Moro a livello nazionale.
Il caso più significativo rimase quello di Piersanti Mattarella. La vedova, Irma Chiazzese, presente in auto al momento dell’agguato, riconobbe nel killer una fortissima somiglianza con Giusva Fioravanti, leader dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Falcone, nelle audizioni del 1988 sostenne che bisognava capire se la “pista nera” fosse alternativa o complementare a quella mafiosa, e se le due potessero compenetrarsi. La sua ipotesi era quella dei “killer in affitto”. Cosa Nostra, attraverso figure come Pippo Calò, avrebbe offerto logistica e protezione ai neofascisti sul continente, ricevendo in cambio manovalanza pulita ed estranea all’ambiente siciliano per colpire a Palermo, rendendo le indagini molto più difficili.
Nel marzo 1991, poco prima di trasferirsi a Roma, Falcone firmò la requisitoria chiedendo il rinvio a giudizio di Fioravanti e Gilberto Cavallini come esecutori materiali dell’omicidio Mattarella, accanto ai vertici della Cupola mafiosa come mandanti, ma il processo, però, non confermò quell’impianto. Fioravanti e Cavallini furono assolti in via definitiva per insufficienza di prove, anche a causa della fragilità dei riscontri balistici che non ressero al passare del tempo. Per i delitti politici furono condannati solo esponenti di Cosa Nostra.
Quell’assoluzione dimostrò che l’ipotesi specifica sui NAR come killer materiali era processualmente debole, ma non cancellò la visione più ampia di Falcone, cioè che la pista nera e quella mafiosa potevano compenetrarsi perfettamente, non necessariamente sul piano operativo diretto, ma su livelli strategici, ideologici e logistici più elevati. E i fatti successivi lo hanno confermato.
Il primo terreno di incontro fu Roma, negli anni Settanta e Ottanta. La capitale funzionava come un grande hub criminale grazie alla Banda della Magliana, quando Pippo Calò, cassiere di Cosa Nostra nella capitale, intrecciò rapporti stabili con esponenti dell’eversione nera come Massimo Carminati e con ambienti della loggia P2. Si trattava di uno scambio di favori con gli estremisti di destra che fornivano manovalanza e protezione logistica, mentre la mafia garantiva riciclaggio di denaro e canali di stupefacenti.
Negli anni Novanta, dopo Tangentopoli, emerse un progetto comune di stampo separatista. Sia Cosa Nostra sia l’estrema destra, rimaste orfane dei vecchi referenti politici, sostennero l’idea di movimenti come Sicilia Libera o Leghe Meridionali, con l’obiettivo di frammentare l’Italia per creare aree autonome al Sud dove la criminalità organizzata potesse esercitare un potere incontrastato. Figure storiche dell’eversione nera, come Stefano Delle Chiaie, e vertici corleonesi lavorarono in questa direzione, come emerso anche in processi come quello sulla ‘Ndrangheta stragista.
Un altro capitolo importante riguarda lo stragismo del 1993. Le bombe di Firenze, Milano e Roma, che colpirono beni culturali e artistici, portavano una firma estranea alla tradizione mafiosa, e qui entra in scena Paolo Bellini, esponente di Avanguardia Nazionale già condannato per la strage di Bologna, che suggerì a Cosa Nostra di colpire il patrimonio artistico per destabilizzare lo Stato. Il know-how del terrorismo nero – da Piazza Fontana alle stragi sui treni – si fuse con la potenza di fuoco mafiosa.
In questo contesto la massoneria deviata ha rappresentato spesso la camera di compensazione tra questi mondi, con capi mafiosi e leader dell’eversione nera, insieme a pezzi deviati dei servizi, che si sedevano agli stessi tavoli per concordare strategie che andavano ben oltre il controllo del territorio.
L’errore di Falcone fu probabilmente di prospettiva. Cercò i fascisti materialmente sulla scena del crimine palermitano, ma storia ha dimostrato invece che la saldatura avveniva a livelli superiori, quando mafia e destra eversiva, in momenti decisivi degli anni di piombo e del biennio 1992-1993, sono stati strumenti di una regia più alta, annidata in settori deviati dello Stato, con l’obiettivo di governare con il sangue le transizioni politiche del Paese.
L’intuizione di Falcone, monca sul piano giudiziario di un singolo processo, resta uno dei lasciti più importanti del magistrato palermitano, e dimostra che questi non guardava solo alla mafia siciliana, ma alla complessità del sistema di potere che la sosteneva.
L’intuizione di Giovanni Falcone sulla compenetrazione tra mafia ed eversione di destra resta una chiave di lettura fondamentale per comprendere gli anni più bui della Repubblica, ben oltre l’errore specifico sull’identità dei killer di Mattarella, e ignorarla o ridimensionarla significa impoverire la storia di quel periodo e, soprattutto, la capacità di interpretare il presente.
A rendere ancora più fitta la nebbia intorno a questi intrecci strategici contribuisce il fatto che molti dei potenziali testimoni chiave e dei soggetti in grado di fare luce sul ruolo dell’eversione nera e della massoneria occulta sono usciti di scena proprio nel momento in cui si apprestavano a dare il loro contributo.
Casi come il presunto suicidio in carcere di Antonino Gioe, nel luglio del 1993, o l’omicidio del boss e collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, ucciso a Catania nel 1996 poco prima di entrare ufficialmente nel programma di protezione, dimostrano come la verità sia stata più volte interrotta.
Le morti premature e le circostanze mai del tutto chiarite che circondano figure di snodo tra la manovalanza mafiosa e i vertici dei poteri occulti lasciano aperti interrogativi inquietanti su quanti segreti siano stati sepolti per sempre prima che potessero confermare, con prove alla mano, la validità di quella stessa pista nera intuita da Falcone.
Nei prossimi articoli cercheremo di spiegare per quale motivo, ancora oggi, alcuni ambienti preferiscono insistere quasi esclusivamente sul movente “mafia-appalti” per le stragi di Capaci, via D’Amelio, artatamente ignorando o minimizzando tutte le altre piste investigative – compresa quella nera – che pure emersero con forza fin dai primi momenti. Una scelta narrativa che non è solo riduttiva, ma spesso strumentale.
Gian J. Morici