
Il dibattito sulle stragi del 1992 e sulla ricerca della verità giudiziaria e storica continua a dividere le istituzioni e la magistratura italiana. Al centro di questo scontro si colloca l’orientamento espresso dall’attuale Commissione Parlamentare Antimafia, la quale spinge con decisione sulla centralità del dossier Mafia e Appalti come causa scatenante dell’escalation stragista, mostrando al contempo scetticismo verso le piste legate all’eversione di destra o ai cosiddetti mandanti occulti. Una posizione che non rappresenta semplicemente una scelta di natura investigativa, ma risponde a una precisa visione politica, storica e giuridica che mira a riscrivere o consolidare una specifica narrazione degli eventi che portarono alla nascita della Seconda Repubblica.
Da un punto di vista politico e istituzionale, la Commissione Antimafia riflette inevitabilmente la composizione della sua maggioranza parlamentare, attualmente legata al centrodestra. Valorizzare la pista legata alla gestione dei grandi appalti consente alla maggioranza di smontare la narrazione storicamente sostenuta dal centrosinistra e da una parte della magistratura, incentrata sul teorema della Trattativa Stato-Mafia e sulle presunte complicità tra la destra eversiva, la massoneria e l’ascesa politica di Silvio Berlusconi. Sostenere la centralità del dossier Mafia e Appalti significa dunque proporre una contro-narrazione alternativa, con le bombe del 1992 che non furono collegate alla nascita di una nuova forza politica di destra, ma furono l’estremo tentativo di Cosa Nostra di tutelare e coprire un sistema di corruzione multimilionario che legava la mafia alle grandi imprese del Nord e al vecchio establishment della Prima Repubblica, inclusi i partiti del cosiddetto CAF e il sistema delle cooperative rosse.
In questo contesto, la recente decisione della Procura di Firenze, che ha disposto l’archiviazione dell’indagine sul presunto coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come mandanti occulti delle stragi del 1993, viene spesso strumentalizzata da una certa parte politica per tentare di riabilitare completamente quelle figure e presentare la vicenda come un capitolo definitivamente chiuso o come la prova dell’infondatezza di ogni sospetto, ma una lettura attenta del decreto di archiviazione smentisce questa narrazione semplificata, poichè lo stop dei magistrati fiorentini non cancella né disconosce la storicità e la gravità dei rapporti intrattenuti da Dell’Utri e Berlusconi con esponenti di spicco di Cosa Nostra.
L’archiviazione è legata esclusivamente all’impossibilità oggettiva di raccogliere, a distanza di trent’anni, prove penalmente rilevanti e spendibili in un dibattimento per dimostrare un ruolo diretto dei due leader politici nella pianificazione dei singoli attentati del 1993, e presentare questo esito come una smentita totale dei legami passati è una forzatura che contrasta con i fatti accertati dalle sentenze definitive, le quali continuano a costituire un pilastro della ricostruzione storica e giudiziaria di quel complesso periodo di transizione democratica.
La Commissione si fa scudo anche delle più recenti sentenze definitive della Corte di Cassazione, tra le quali spicca l’assoluzione definitiva del 2023 nei confronti degli ufficiali del ROS Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni nell’ambito del processo sulla Trattativa, un verdetto che per la Commissione fa crollare l’intero impianto accusatorio del patto tra Stato e mafia. A ciò si aggiunge l’azione della Procura di Caltanissetta, che ha archiviato come tentativi di depistaggio i filoni di indagine che portavano al neofascista Stefano Delle Chiaie, definendoli carta straccia. Per la Commissione, dunque, insistere sulla pista nera in Sicilia significa inseguire fantasmi smentiti in passato dai dati giudiziari,così come accaduto con Giovanni Falcone rispetto il coinvolgimento di Valerio Fioravanti nel delitto Mattarella, ma che non stravolse comunque la sua intuizione di un arpporto tra Cosa Nostra e l’eversione nera.
Il percorso della Commissione ha trovato un forte alleato morale e strategico nei figli di Paolo Borsellino, Fiammetta, Lucia e Manfredi, e nel loro legale Fabio Trizzino. Attraverso lunghe audizioni, la Commissione ha fatto propria la tesi della famiglia, secondo cui il magistrato fu isolato e tradito innanzitutto all’interno del palazzo di giustizia di Palermo e l’unico dossier che gli premeva davvero prima di essere ucciso era proprio quello sugli appalti, firmato da Giovanni Falcone e dal ROS nel 1991. Abbracciare la verità della famiglia ha consentito alla Commissione di accreditare la propria linea rispetto alle ipotesi sostenute dal fratello del giudice, Salvatore Borsellino, e dalle procure di Firenze e Reggio Calabria.
Questo profondo isolamento, istituzionale e ambientale, ha indubbiamente esposto sia Giovanni Falcone sia Paolo Borsellino, trasformandoli nei bersagli più vulnerabili, ma se è storicamente e giudiziariamente accertata l’esistenza di ostilità, invidie e veri e propri boicottaggi subiti dai due magistrati all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, i mandanti delle stragi non possono certo essere ricercati nell’ambito giudiziario.
Limitare la responsabilità della loro morte a faide interne alla magistratura, significa ridurre la portata di un attacco frontale allo Stato, ignorando le convergenze di interessi ben più ampie che videro la mafia interagire con mondi esterni, politici ed eversivi, per i quali l’eliminazione dei due giudici rappresentava la rimozione dell’ultimo ostacolo alla ridefinizione dei rapporti di potere in Italia.
Che il dossier Mafia e Appalti abbia avuto una sua innegabile centralità negli interessi della criminalità organizzata è un dato storico, ma riconoscere l’importanza di questo filone, oggi archiviato su richiesta degli stessi magistrati nisseni, non significa però considerarlo l’esclusiva, o la più importante, chiave di lettura di una stagione stragista che presenta ancora oggi molteplici e complessi punti d’ombra.
La tesi minimalista che circoscrive le stragi siciliane alla sola manovalanza di Cosa Nostra, si scontra infatti con una serie di evidenze tecniche relative alla materialità degli attentati, in particolare per quanto riguarda la strage di Capaci. Le relazioni ingegneristiche e militari, come quelle avanzate dall’esperto di esplosivi e generale del Genio Fernando Termentini, introducono discrepanze insanabili con l’idea di un’operazione puramente mafiosa, lasciando aperto il dibattito sui complici esterni e sulla regia tecnica.
Del compianto generale Termentini, ebbi modo di apprezzare le qualità professionali e umane, oltre l’alto senso del dovere che lo contraddistingueva, per altre vicende che conosco profondamente per averle vissute. Non era uomo incline a compromessi di comodo o a piegare la verità scientifica e investigativa a interessi di parte, e il suo rigore metodologico e l’attaccamento ai fatti lo avrebbero sempre spinto a difendere le proprie convinzioni, maturate sul campo e basate su prove concrete, respingendo qualsiasi tentativo di strumentalizzazione o di riscrittura della realtà. Per questo motivo, immaginare che potesse avallare ricostruzioni distorte o assecondare strategie di disinformazione contrasta insanamente con l’eredità morale e professionale che ha lasciato a quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo o di collaborare con lui.
Secondo l’analisi puramente militare di Termentini, l’attentato di Capaci non può essere considerato una semplice operazione di criminalità organizzata, ma possiede i connotati di un’azione di guerra non convenzionale o di un’operazione di commando. Il calcolo delle cariche necessarie per sventrare un intero tratto di autostrada, considerando la resistenza del cemento armato e la velocità del corteo blindato in movimento, richiedeva una competenza ingegneristica di altissimo livello, dove un errore di pochi decimi di secondo nell’innesco avrebbe compromesso l’esito. Inoltre, il tipo di esplosivo impiegato indica canali di approvvigionamento e capacità tecniche non comuni. Da qui l’ipotesi che la manovalanza corleonese guidata da Giovanni Brusca sia stata assistita da specialisti del settore, legati a strutture d’intelligence o a organizzazioni eversive addestrate alla guerriglia.
Questi elementi tecnici rappresentano il carburante di chi contesta la chiusura delle indagini sulle piste esterne. Se l’esecuzione di Capaci richiedeva una capacità militare e la complicità di specialisti della destabilizzazione legati alla strategia della tensione, l’indagine sulle infiltrazioni mafiose negli appalti non è più sufficiente a spiegare il come e il con chi. Emerge così una forte convergenza con la pista nera. Gli artificieri dell’eversione legati a movimenti come Ordine Nuovo o Avanguardia Nazionale possedevano storicamente proprio quelle competenze belliche descritte dai tecnici, suggerendo un quadro in cui Cosa Nostra ha fornito manovalanza, mentre soggetti esterni avrebbero garantito la regia tecnica.
Di contro, la Commissione Antimafia e i sostenitori della centralità del dossier appalti replicano a queste obiezioni definendo l’inefficienza mafiosa come un mito da sfatare. Viene ricordato che l’ala militare dei Corleonesi aveva alle spalle decine di attentati, l’uso consolidato di telecomandi e una lunga esperienza di guerriglia che la rendeva pienamente autonoma. Dal punto di vista processuale, le sentenze definitive del processo Capaci uno hanno già individuato e condannato gli esecutori materiali interni a Cosa Nostra, ritenendo la tecnica utilizzata compatibile con le capacità dei clan dell’epoca, supportati da figure cerniera come Pietro Rampulla, esperto di esplosivi vicino ai clan, ma con un passato proprio in Ordine Nuovo.
Seppure le stragi del 1992 e del 1993 non abbiano prodotto un esito giudiziario definitivo che confermi in modo incontrovertibile un collegamento strutturale con mandanti occulti legati alla destra istituzionale, non v’è dubbio che molti soggetti di primo piano all’interno di Cosa Nostra intrattenessero stabili e documentati rapporti tanto con gli ambienti dell’estrema destra eversiva quanto con esponenti e circuiti politici che avrebbero poi dato vita e forma alla cosiddetta Seconda Repubblica.
Questi canali di comunicazione, emersi a più riprese nelle inchieste sulle zone d’ombra della transizione italiana, dimostrano come la strategia stragista non si sia mossa in un vuoto politico, ma abbia incrociato interessi, aspettative e tentativi di interlocuzione con quei mondi che si candidavano a ereditare il potere dopo il crollo dei vecchi partiti.
Appare evidente, alla luce di questo quadro, l’ovvio interesse politico volto ad allontanare ogni minima ombra o sospetto dall’attuale compagine di governo e dall’area politica che ne costituisce l’ossatura. Riscrivere la transizione verso la Seconda Repubblica come un fenomeno puramente economico-mafioso legato agli appalti, depurato dalle storiche ambiguità tra eversione nera, massoneria e ambienti politici allora nascenti, risponde a una precisa necessità di legittimazione e pacificazione storica a uso e consumo del presente.
Di fronte a questa dinamica, sorge spontaneo un interrogativo di fondo sulla reale utilità istituzionale di questi organismi. Ha ancora senso, oggi, mantenere in vita commissioni parlamentari d’inchiesta il cui peccato originale risiede proprio nella loro natura intrinsecamente partitica?
Gian J. Morici