
La figlia Lucia consegna alla Commissione Antimafia una valigia con i ritagli di giornale che il magistrato analizzava prima di via D’Amelio.
L’archivio personale ritrovato nello studio di Paolo Borsellino in via Cilea offre uno sguardo sulla mente del magistrato durante i drammatici 57 giorni che separarono la strage di Capaci da quella di via D’Amelio. A rivelarlo è un articolo a firma di Salvo Palazzolo pubblicato su La Repubblica, che racconta come la figlia del giudice, Lucia, abbia consegnato alla presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, una valigia piena di ritagli di giornale raccolti dal padre proprio in quel brevissimo lasso di tempo.
Tra i documenti conservati emergono quattro direttrici di interesse che Borsellino – secondo quanto riportato nell’articolo – monitorava con attenzione quasi ossessiva. Si tratta dell’inchiesta milanese di Tangentopoli, il crollo della Prima Repubblica seguito alle elezioni del 5 e 6 aprile 1992 – quando nella tornata elettorale del 1992 la DC perse quasi il 5% dei voti, e Andreotti non divenne Presidente della Repubblica-,i dettagli sull’esplosivo impiegato a Capaci e la latitanza del capo dei capi, Totò Riina. L’iniziativa della famiglia Borsellino è stata accolta dalla presidente Colosimo con parole di profonda gratitudine, evidenziando come questo materiale inedito possa fornire un tassello fondamentale per la ricostruzione storica degli avvenimenti del 1992.
Ciò che colpisce maggiormente i figli Lucia, Fiammetta e Manfredi – evidenzia Palazzolo – è l’attenzione del padre sugli avvisi di garanzia emessi dalla Procura di Milano nell’ambito dell’indagine Mani Pulite. Per la famiglia, questa attenzione conferma la convinzione che una delle concause cruciali dell’accelerazione dell’attentato di via D’Amelio sia da ricercare proprio nell’intreccio tra mafia e appalti, come riportato anche nelle deposizioni dell’ex pm Antonio Di Pietro.
Va però ricordato il contesto storico di quei mesi, quando tra maggio e luglio del 1992, Mani Pulite era poco più che nella sua fase embrionale. Dopo l’arresto di Mario Chiesa a febbraio e le sue prime ammissioni ad aprile, il pool guidato da Borrelli e Di Pietro stava notificando i primi provvedimenti ad amministratori locali e tesorieri, cominciando a scalfire la natura della corruzione e a indirizzare gli accertamenti verso i vertici della politica e dell’imprenditoria, non ancora toccati ai livelli nazionali.
Nel frattempo, mentre alternava le audiioni dei collaboratori di giustizia alle attività investigative, Borsellino continuava la sua rassegna stampa quotidiana per orientarsi nel clima opaco che lo circondava. Tra i ritagli più emblematici figura quello del 2 luglio 1992, incentrato su un’intervista rilasciata alla Rai da Cristoforo Fileccia, storico legale di Totò Riina. L’avvocato dichiarò pubblicamente di aver incontrato con regolarità il suo assistito in Sicilia, ma al di fuori di Corleone. Su quell’articolo del Giornale di Sicilia – evidenzia Palazzolo – sono rimaste le sottolineature a penna del magistrato, segno di un’analisi minuziosa volta a decifrare messaggi criptici.
La particolare attenzione dedicata alla figura di Riina non può sorprendere, trattandosi del capo supremo di Cosa Nostra e del primo indiziato per l’eccidio di Capaci. Quello che rende l’analisi di Palazzolo ben più stimolante è l’ipotesi che Borsellino avesse compreso l’esistenza di messaggi trasversali veicolati attraverso la stampa. Resta da capir chi fosse il vero destinatario di quelle parole. Riina usava i media per rassicurare o istruire i propri uomini, oppure inviava avvertimenti a interlocutori esterni alla struttura mafiosa? I fautori di Mafia-Appalti, giornalisti e non, che con abile operazione taglia/cuci riportano solo ciò che più si avvicina alle loro congetture, si porranno la domanda?
Allo stesso modo, dovremmo chiederci se la scelta di Borsellino di raccogliere gli articoli sul tramonto della Prima Repubblic fu un interesse dettato dall’ipotesi che Cosa Nostra stesse cercando di pilotare la transizione politica governando quei 300/500mila voti dei quali, direttamente e indirettamente, statisticamente disponeva, o se il giudice aveva intuito che attori ben diversi, spinti da interessi ben più complessi di quelli legati ai soli appalti, stavano spingendo per la caduta del vecchio sistema. Tanto per meglio far comprendere la questione, il consenso che la mafia poteva gestire era pari a circa l’1% dell’elettorato nazionale, la stessa dimensione di partiti come la Liga Veneta, che con i suoi circa 300mila elettori, alle elezioni del 1987, non aveva ottenuto nemmeno un seggio alla Camera n’è al Senato. Di contro, partiti come la Democrazia Cristiana, e il Partito Socialista Italiano, ovvero i due partiti da sconfiggere, alle elezioni del 1987, alla Camerta avevanocomplessivamente 18milioni di voti, arrivando quasi al 49% dei voti validi.
Soltanto la nascita di un nuovo soggetto politico, il cui leader scese in campo appena due mesi prima delle elezioni,potè conquietare due anni dopo oltre 8milioni di preferenze, diventando il primo partito in Italia. 8milioni di voti di mafia? No, la mafia da sola non disponeva di un numero così alto di voti da pilotare, fu la convergenza di più fattori, compreso i voti di Cosa nostra, a portare il nuovo soggetto politico a governare l’Italia, con le alleanze che ben conosciamo.
Anche questi aspetti non meriteranno alcun approfondimento da parte dei sostenitori di Mafia-appalti, così come da parte della Commissione antimafia, la cui relazione finale è prevista in autunno, ma le cui conclusioni sono già ben chiare a tutti. Il famoso dossier Mafia-Appalti, indagine di recente archiviata a Caltanissetta, su richiesta della stessa procura, sarà l l’arco di trionfo di chi vede solo nella mafia la responsabilità delle stragi. Causa principale, se non l’unica, della strage di via D’Amelio, e in parte di quella di Capaci.
Resta infine il capitolo legato ai ritagli di giornale – conservati dal giudice Borsellino – sull’esplosivo di Capaci, un tema di cui ci occuperemo nel prossimo articolo.
Gian J. Morici