
Dalle informazioni inascoltate sulla morte di Borsellino alle rotte dell’esplosivo, fino al caso Avola. Come l’uso selettivo delle fonti e dei collaboratori di giustizia ostacola la ricerca della verità storica.
Ho letto l’articolo di Vincenzo Ceruso dal titolo “La domanda delle domande”. Un articolo che affronta il drammatico interrogativo se la vita di Paolo Borsellino potesse essere salvata nell’estate del 1992, evidenziando come il magistrato fosse pienamente consapevole di essere il prossimo bersaglio della mafia dopo la morte di Giovanni Falcone, un allarme condiviso anche dalle istituzioni dell’epoca. Nonostante un’escalation di minacce e segnalazioni concrete, come l’indagine del ROS dei Carabinieri a metà giugno o l’avvertimento informale del Ministro della Difesa Salvo Andò a fine giugno, Borsellino venne lasciato in una condizione di forte isolamento informativo e senza adeguate misure di protezione.
Il punto centrale del testo riguarda un’informativa dei servizi segreti del luglio 1991 diretta all’Alto Commissariato Antimafia, che segnalava l’arrivo dall’ex Jugoslavia dell’esplosivo destinato ai corleonesi per le stragi. Incrociando gli appunti sull’agenda grigia del giudice, Ceruso mostra come Borsellino fosse venuto a conoscenza dell’arrivo di quel carico per lui letale solo pochi giorni prima di morire, confidandosi anche con il suo confessore. Tra depistaggi come quello di Vincenzo Scarantino e vuoti di tutela istituzionale, l’articolo conclude che il giudice poteva essere salvato e che restano aperti interrogativi sulle responsabilità delle autorità di allora nel non aver condiviso tempestivamente le informazioni operative.
Quanto riportato nell’articolo riprende in realtà elementi già ampiamente noti da tempo.
Numerose indagini della magistratura e diverse dichiarazioni dei pentiti hanno infatti ricostruito come Cosa Nostra, durante la guerra nei Balcani, riuscisse a procurarsi armi ed esplosivi di tipo militare dall’ex Jugoslavia. Questa rotta di rifornimento sfruttava trafficanti esteri sia via mare, attraverso l’Adriatico, sia via terra passando per il Friuli. A parlare di questo canale sono stati collaboratori come Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo e Fabio Tranchina, oltre al pentito Avola che ha descritto l’arrivo di tritolo e materiale T4 destinato ai grandi attentati, lasciando emergere collegamenti con settori della massoneria deviata e dell’estremismo di destra.
Se da un lato appare ovvio il legame tra la mafia e il traffico internazionale di armi, per chi considera le verità giudiziarie come indiscutibili va ricordato cosa stabiliscono oggi le sentenze definitive. L’esplosivo impiegato a Capaci e in via D’Amelio è stato infatti individuato per la maggior parte nei residuati bellici della Seconda Guerra Mondiale. I pescatori della zona di Porticello e Santa Flavia, vicino a Palermo, recuperavano dai fondali bombe e siluri inesplosi per estrarne il tritolo e venderlo ai clan, una ricostruzione che ha trovato riscontro in aula con condanne definitive, tra cui quella del pescatore Cosimo D’Amato per aver fornito l’esplosivo.
La dimostrazione tangibile di come esiti processuali e veritá giudiziarie non rappresentino un punto d’arrivo assoluto o inconfutabile, visto che affidarsi ciecamene alle prime verità d’aula avrebbe significato fermarsi ai depistaggi costruiti con le false deposizioni di Vincenzo Scarantino.
A questo si aggiunge un’ulteriore ed evidente contraddizione, che riguarda l’uso a intermittenza che viene fatto dei collaboratori di giustizia, scelti e citati a uso e consumo di una specifica tesi narratologica.
Ne è un esempio lampante il dibattito attorno alla pista “mafia-appalti” e alla figura di Maurizio Avola, ex killer del clan Santapaola. Per certi sostenitori di quella ricostruzione, Avola diventa improvvisamente un testimone credibile, ma la cosa singolare è che questa credibilità gli viene riconosciuta solo quando le sue affermazioni servono ad allontanare l’ombra di soggetti esterni a Cosa Nostra nella fase preparatoria di via D’Amelio.
Per capire la discrasia occorre fare un passo indietro. Gaspare Spatuzza aveva dichiarato di aver preso parte alla preparazione dell’autobomba nel garage di via Villasevaglios e di aver notato la presenza di uno sconosciuto, una figura estranea alla mafia e riconducibile a contesti esterni o ai servizi segreti. Nel 2021 spunta invece la versione di Avola, il quale sostiene — in un libro-intervista e davanti ai magistrati — che quell’uomo misterioso presente nel garage fosse in realtà lui stesso. Secondo questa nuova narrazione, l’attentato a Borsellino sarebbe stato farina del sacco esclusivo di Cosa Nostra, senza alcun ruolo di apparati deviati o menti raffinate.
Si può anche stendere un velo pietoso sul fatto che le dichiarazioni di Avola siano state poi giudicate del tutto prive di riscontri, fino all’archiviazione da parte del GIP di Caltanissetta e all’apertura di un fascicolo per calunnia o tentato depistaggio, ma la domanda da porsi è un’altra: perché si decide di dare credito ad Avola solo quando smentisce Spatuzza, mentre gli stessi commentatori, supporter di Mafia-Appalti, sorvolano su ciò che lo stesso Avola dichiarava in precedenza?
Infatti, fin dai primi anni del suo pentimento, nel 1994, Avola aveva riferito ai magistrati di rapporti stretti tra la famiglia Santapaola, settori della massoneria deviata, l’estremismo di destra e ambienti deviati delle istituzioni, descrivendo coperture e complicità necessarie per garantire latitanze e impunità. Poi, d’improvviso, tra il 2020 e il 2021, quasi venti anni dopo, la virata, e la strage di via D’Amelio viene derubricata ad affare puramente mafioso, eseguito da un commando di cui lui stesso avrebbe fatto parte.
Questa seconda versione, tesa a blindare la responsabilità unica di Cosa Nostra ed eliminare ogni sospetto di concorrenza esterna, è stata bocciata dai giudici, che vi hanno intravisto il rischio di un ennesimo depistaggio orchestrato per sbarrare la strada alle indagini sui rapporti tra mafia e pezzi dello Stato.
La prova provata di come le parole dei collaboratori di giustizia vengano spesso piegate, estratte dal contesto e usate a seconda dell’orientamento di chi scrive o ne ha interesse. Un modo di fare informazione che con il giornalismo d’inchiesta e la ricerca della verità storica ha davvero poco a che fare.
In un panorama in cui si tende troppo spesso a piegare la cronaca a tesi preconcette, la ricerca della verità sulle stragi del ’92 non può permettersi scorciatoie né tifoserie, e fermarsi alle verità processuali ha già mostrato il suo prezzo più alto con il depistaggio Scarantino. Al di fuori delle tifoserie esiste un mondo di mezzo, quello di chi cerca la verità senza risparmiare attori ne dall’una né dall’altra parte. Un mondo scomodo nel quale non ci si fa amici ma solo inimicizie. Paolo Borsellino e le vittime di via D’Amelio non meritano ricostruzioni “a uso e consumo”…
Gian J. Morici