
Mentre una parte dell’informazione e della politica spinge per accreditare il dossier mafia-appalti come unico movente dell’eliminazione di Falcone e Borsellino, le testimonianze di collaboratori storici e le confidenze dei magistrati aprono scenari ben più complessi.
Dalle rivelazioni di Brusca e Mutolo sui servizi segreti fino alle inquietudini di Agnese Borsellino su Castello Utvegio, riemergono i filoni investigativi che collegano le stragi a pezzi infedeli dello Stato e all’eversione nera, suggerendo che la verità giudiziaria sia ancora lontana dall’essere completa.
È innegabile che Cosa nostra avesse le mani in pasta nel settore degli appalti, proprio come è impossibile negare il suo coinvolgimento diretto nel narcotraffico, nel riciclaggio di denaro sporco o nel racket delle estorsioni, ma riconoscere questi interessi criminali non significa che non si possano e non si debbano esplorare altre strade per spiegare le stragi avvenute tra il 1992 e il 1993. Limitarsi a guardare esclusivamente verso la mafia siciliana rischia di essere riduttivo, poiché non esclude la presenza di altri soggetti o moventi dietro quegli attentati.
Nonostante ciò, quasi ogni giorno escono pezzi giornalistici che puntano a confermare come l’unico motivo dietro l’uccisione di Falcone e Borsellino sia stata l’indagine su mafia e appalti, sostenendo che le leggi rigorose introdotte dal governo Andreotti, grazie anche al contributo di Falcone al Ministero, insieme alla diffusione tra i clan dei contenuti riservati dell’informativa dei Ros, avessero reso palese quanto gli investigatori fossero ormai vicini a colpire al cuore gli interessi mafiosi.
Per chi sostiene con forza questa versione, qualsiasi altra pista investigativa che si allontani dal dossier dei Ros viene considerata spazzatura. A supporto di questa tesi, si citano i racconti coerenti di vari pentiti, come Brusca, Cancemi, Giuffrè e Malvagna, riguardo ai summit mafiosi che organizzarono le stragi di Capaci e via D’Amelio.
Recentemente, la polemica contro chi mette in dubbio l’esclusività del movente mafia-appalti si è riaccesa dopo una lettera inviata da trentatré giornalisti siciliani al Presidente Mattarella e alla guida della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, evidenziando come la Commissione dia peso alla questione appalti, ignorando altre possibili verità, come quella legata all’eversione nera. Inutile sottolineare come gli articoli riportino che si tratta però degli stessi firmatari che in precedenza avevano indicato Berlusconi come responsabile, per poi passare alla teoria della trattativa Stato-mafia.
Se le dichiarazioni concordi dei collaboratori di giustizia diventano prova, perché non analizzarle fino in fondo? Non fu proprio Filippo Malvagna, un tempo affiliato al clan Pulvirenti-Santapaola di Catania, a fare il nome di Silvio Berlusconi indicandolo come la loro ancora di salvezza? Fu lo stesso collaboratore di giustizia a raccontare dell’impegno per convogliare voti verso il nuovo partito, Forza Italia. Di queste circostanze Malvagna ha parlato in diverse sedi giudiziarie, compresi i processi svoltisi a Reggio Calabria.
E non è forse lo stesso Giovanni Brusca, citato per la coerenza dei suoi racconti, a svelare il ruolo di Paolo Bellini, figura legata all’estremismo di destra? Secondo quanto testimoniato da Brusca nell’aula bunker di Firenze durante il processo per le stragi del ’93, nella metà del 1992 esisteva un canale di comunicazione parallelo a quello principale di Riina, e Antonino Gioé manteneva i contatti proprio con Bellini, registrando ogni conversazione per poi analizzarla insieme a Brusca. All’interno di Cosa nostra, Bellini veniva considerato senza ombra di dubbio un uomo dei servizi segreti, ma ai vertici mafiosi non importava chi fosse il suo mandante istituzionale, ciò che contava erano i benefici concreti, dato che i clan premevano per risolvere la questione del duro trattamento riservato ai detenuti.
Dalle parole di Brusca emerge come l’ex neofascista non fosse un semplice intermediario, ma un vero e proprio suggeritore per l’organizzazione criminale. Bellini indicava strategie specifiche, promettendo risultati in cambio di determinate azioni, e questo modo di fare spinse persino i vertici mafiosi a interrogarsi sulla possibilità che dietro di lui ci fosse qualcuno ai piani alti interessato a destabilizzare il Paese e creare caos.
Allo stesso modo, non si può dimenticare il ruolo di Salvatore Cancemi, che fu in assoluto il primo pentito di alto livello a chiamare in causa direttamente Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Nelle sue deposizioni, l’ex reggente del mandamento di Porta Nuova sostenne che i due fossero i nuovi referenti politici di Cosa nostra, raccontando che la mafia aveva deciso di puntare su di loro per ottenere quei favori e quella protezione che i vecchi alleati della politica non riuscivano più a garantire, accusando esplicitamente l’ex Cavaliere di aver intrattenuto rapporti con i vertici dell’organizzazione criminale proprio nel periodo delle stragi.
E restando sempre nella rosa dei nomi di quei collaboratori di giustizia le cui parole vengono definite “convergenti” per sostenere che il movente delle stragi fosse solo la questione mafia e appalti, vale la pena ricordare quanto dichiarato da Nino Giuffrè. L’ex braccio destro di Provenzano ha raccontato che ricevettero l’ordine esplicito da “Binnu” di sostenere Forza Italia. Giuffrè ha inoltre spiegato che uno dei legami fondamentali di Provenzano era rappresentato da Vito Ciancimino, che il boss gestiva direttamente. Provenzano ne parlava spesso, descrivendolo come il perno per curare le relazioni politiche e gli affari legati agli appalti, aggiungendo che si diceva avesse contatti anche con i servizi segreti.
Se, come sostengono alcuni giornalisti vicini alla tesi di mafia-appalti e a determinati schieramenti politici, la procura di Caltanissetta guidata da Salvatore De Luca ha individuato prove concrete e univoche che indicano la gestione di quel dossier come una concausa delle stragi, pur dovendo poi chiederne l’archiviazione, bisognerebbe porsi una domanda fondamentale. Ci si dovrebbe chiedere infatti perché sia stato proprio il procuratore De Luca a voler sottolineare, davanti alla Commissione Antimafia, che sono tuttora aperte indagini su diversi altri fronti, inclusa la cosiddetta pista nera. Questa precisazione era già contenuta nella richiesta di archiviazione relativa al filone mafia e appalti per le stragi del 1992, firmata da tutti i magistrati del gruppo di lavoro. Inoltre, è lo stesso procuratore a chiarire che l’ipotesi di una partecipazione di esponenti dell’estremismo di destra non può essere scartata e richiede nuovi accertamenti. Secondo De Luca, tale scenario è del tutto compatibile con l’idea che alle stragi abbiano collaborato soggetti esterni a Cosa nostra.
Per sostenere la tesi che il movente delle stragi sia esclusivamente legato a mafia e appalti, puntando il dito contro le responsabilità di una parte della magistratura (la quale ha certamente colpe gestionali, ma non quella di essere mandante degli omicidi), vengono spesso citate le parole di Paolo Borsellino. Il 2 luglio 1992, poco prima di essere ucciso, il magistrato incontrò il giornalista Luca Rossi per una conversazione informale. Nel resoconto pubblicato sul “Corriere della Sera” subito dopo la strage di via D’Amelio, emerge chiaramente come Borsellino vedesse un legame diretto tra il delitto Lima e l’attentato a Falcone, individuando nel sistema degli appalti il comune denominatore. Ancora più pesanti sono le confidenze private. Il 18 luglio, durante un momento di solitudine con la moglie Agnese a Villagrazia di Carini, le disse con amarezza che, pur essendo la mafia a volerlo morto, sarebbero stati i suoi stessi colleghi e altri soggetti a rendere possibile il suo assassinio.
È senza dubbio una testimonianza che merita di essere considerata con estrema serietà e attenzione. Il problema però è che, quando se ne parla, vengono spesso omessi alcuni passaggi fondamentali delle dichiarazioni rilasciate dalla moglie del magistrato. Tali affermazioni sono contenute nel verbale delle informazioni sommarie che la donna ha reso il 27 gennaio 2010, parlando ufficialmente davanti al Procuratore della Repubblica Sergio Lari e all’Aggiunto Domenico Gozzi. In quell’occasione, lei dichiarò quanto segue: “Mio marito, dopo l’incontro alla sala V.I.P., non mi disse nulla che riguardava Ciancimino. Ricordo, invece, che mio marito mi disse testualmente che ‘c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato’. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la ‘mafia in diretta’, parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano. In quello stesso periodo chiudeva sempre le serrande della stanza da letto di questa casa, temendo di essere visto da Castello Utveggio. Mi diceva: ‘ci possono vedere a casa’”.
Qual era la vera preoccupazione di Borsellino? Nutriva dei sospetti su Castello Utveggio, ipotizzando che potesse essere una base per i clan mafiosi o un luogo destinato a ben altre finalità? Borsellino non era un visionario incline al complottismo, e i suoi timori suggeriscono che il magistrato avesse il timore fondato, basato su elementi concreti, che dietro quegli eventi non ci fosse soltanto l’azione di Cosa nostra, ma qualcosa di ancora più oscuro e complesso.
Infine, il riferimento al fascicolo Mutolo, contenuto nella borsa di Paolo Borsellino insieme all’Agenda Rossa e finito in procura. Non è possibile conoscere l’esatto contenuto di tutti i colloqui tra Mutolo e Borsellino, ma restano scolpite le dichiarazioni pubbliche del collaboratore di giustizia. Mutolo ricorda con sarcasmo come, nel dopoguerra, si sostenesse che la mafia non esistesse, sottolineando oggi quanto sia difficile accusare chi partecipa pubblicamente alle commemorazioni delle vittime pur essendo stato a disposizione dei clan. Il pentito ha inoltre rivelato un episodio emblematico avvenuto durante un interrogatorio: mentre faceva i nomi di Bruno Contrada, allora ai vertici dei servizi segreti, e del giudice Domenico Signorino, ricevette un calcio sotto il tavolo da una guardia. Il timore era chiaramente quello di scatenare un effetto domino incontrollabile.
Secondo Mutolo, esiste da sempre un profondo timore nel toccare il tema dei servizi segreti deviati in relazione alla strage di Capaci. Questo perché, mentre un mafioso armato rischia l’arresto, un agente deviato può circolare armato e indisturbato grazie al proprio tesserino istituzionale: “Feci i nomi di Bruno Contrada (numero tre dei servizi segreti, ndr) e del giudice Domenico Signorino. Si aveva la paura che s’innestasse ‘una reazione a catena’. C’è sempre stata paura di parlare dei servizi segreti legati alla strage di Capaci – spiega Gaspare Mutolo – perché se un mafioso cammina armato e lo beccano va in galera, mentre uno dei servizi deviati ha il tesserino e può camminare tranquillamente armato” (di Elvira Terranova, Adnkronos 18.11.2019).
Senza entrare nel merito della dichiarazione di un familiare del giudice, che chiamato a testimoniare nel corso di un processo si lasciò sfuggire la frase – peraltro contestabile in quanto troppo generica – che in Italia sappiamo tutti cosa sono i servizi, basterebbe fare una ricerca associando i nomi dei collaboratori a “servizi segreti” o simili, per accorgersi di come le dichiarazioni convergenti riguardino apparati istituzionali e soggetti politici, o ex tali, ancor più che altre ipotesi investigative.
Utilizzare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia selezionando solo i passaggi utili a sostenere una tesi precostituita e stralciando artatamente ogni riferimento ai coinvolgimenti degli apparati istituzionali non è giornalismo, ma un’operazione di mistificazione della realtà.
Ignorare i verbali in cui si parla di servizi segreti, di contatti con l’eversione nera e di pezzi dello Stato infedeli significa tradire il dovere di cronaca e, soprattutto, la memoria di chi per quelle verità ha perso la vita.
A chi giova oggi questo sistematico lavoro di taglia e cuci sulle indagini? Perché si cerca con tanta insistenza di ridurre la complessità delle stragi alla sola questione di appalti, chiudendo gli occhi su tutto il resto?
Gian J. Morici