“Parlate di mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”
(Paolo Borsellino)

Queste erano le parole di Paolo Borsellino che, insieme a Giovanni Falcone e a molti altri colleghi, dedicò la vita a rompere il silenzio su questo fenomeno. Lui aveva l’autorità per farlo, non solo per il suo ruolo di magistrato, ma perché era figlio di quella Palermo dove il condizionamento mafioso lo percepisci nell’aria fin dai primi anni di vita.
Qualche giorno fa, un’amica mi ha domandato un parere sul delitto di Garlasco, chiedendomi come mai non scrivessi nulla a riguardo. La mia risposta è stata onesta: non avevo idea di dove si trovasse quel comune, avrebbe potuto essere in Pianura Padana come in Ungheria. Non ha senso esprimersi su ciò che non si conosce, su contesti o individui mai incrociati prima.
La mia vita, trascorsa tra la Sicilia, con puntate in regioni come Puglia, Campania, Calabria, un po’ in Liguria (dove ho passato alcuni anni trascorrendo i mesi estivi), oltre a passaggi mordi e fuggi in altre regioni, non mi aveva mai portato a Garlasco. Persino della Liguria potrei dire di conoscere alcuni scorci, come Genova, Portofino o Santa Margherita, ma non oserei mai dire di conoscere davvero l’animo dei liguri. Figuriamoci se avessi potuto parlare di una realtà a me totalmente estranea come quella di Garlasco.
Nonostante i miei viaggi mi abbiano portato anche all’estero, tra Stati Uniti, Messico, Francia e altri paesi, la mia strada non ha mai incrociato Garlasco.
Al giorno d’oggi noto una proliferazione di sedicenti “mafiologi”. Emergono ovunque, quasi dal nulla, e mi viene da domandarmi: al di là del fatto che la parola mafia sia formata da cinque lettere, cos’altro conoscono realmente?
Nella più rosea delle aspettative, la loro competenza si limita alla lettura di qualche articolo di giornale scritto da terzi, a qualche intervista, alla consultazione di qualche documento processuale, o a veline preconfezionate. Eppure, basandosi su questo, pretendono di saperne di più di un magistrato, di un investigatore o di chi ha vissuto immerso in quella realtà per tutta la vita.
Ne sanno più di chi è cresciuto avendo come compagno di classe o amico d’infanzia qualcuno che, negli anni, si è trasformato in un sicario. Più di chi ha conosciuto boss di altissimo livello, gli unici che dall’isola volavano oltreoceano per partecipare ai vertici internazionali di Cosa Nostra. Più di chi ha vissuto per anni porta a porta con un capo decina, o con esponenti di fazioni diverse, dai clan storici fino alla Stidda.
Ne sanno più di chi ha visto il sangue per le strade, di chi conosce e si è confrontato con i familiari delle vittime, e di chi ha imparato a pesare ogni singola frase, consapevole che un’espressione di sfida come “io non ti temo” poteva equivalere a una condanna a morte.
Perché la mafia è un’entità che ti entra nei polmoni, ma respirarla ogni giorno non significa averla decifrata del tutto. È una presenza costante che orienta ogni tuo gesto quotidiano e che, allo stesso tempo, riesce a scivolarti accanto restando invisibile.
Palermo, dopo Agrigento, è stata la città che mi ha accolto. Mi è capitato di avere come vicini di casa il fratello di Totuccio Contorno o altri personaggi simili, che se non abitavano lì erano i loro luoghi di lavoro. Ogni mattina, sfogliando il giornale, accadeva quello che succedeva anche ad Agrigento durante la sanguinosa guerra tra Stidda e Cosa Nostra in una delle province più povere del Paese. Guardavi le foto e leggevi i nomi di vittime o arrestati. Erano quasi sempre volti noti. Persino al bar facevi attenzione a come commentavi le notizie. Bastava una parola fuori posto per rischiare grosso.
Eppure, nonostante questo clima, fino al 1991 la mafia rimaneva per me un concetto astratto. Tutto cambiò il 10 novembre 1992, quando l’organizzazione mostrò il suo vero volto uccidendo un amico di famiglia. La sua colpa fu quella di essersi opposto al pizzo, denunciando i suoi estortori e spingendo altri commercianti a ribellarsi insieme a lui.
Paolo Borsellino spiegava che la mafia non è soltanto una struttura criminale, ma un fenomeno culturale capace di trasformarsi continuamente per riuscire a sopravvivere.
Puoi realizzare interviste e raccogliere testimonianze. Puoi analizzare i dati e mappare le gerarchie dei clan, ma tutto questo non ti restituirà mai la comprensione profonda di quella cultura.
Conoscere i fatti giudiziari è un conto, capire la cultura mafiosa è invece una questione di codici invisibili e di silenzi. Significa comprendere come quella mentalità si insinua nei gesti quotidiani e nel modo di pensare. È una percezione che non si impara sui libri.
C’è una distanza incolmabile tra l’analisi tecnica e la consapevolezza di chi quel clima lo ha subito. Perché un conto è descrivere un fenomeno dall’esterno, un altro è averne respirato l’influenza ogni giorno. La cultura mafiosa non è fatta di carte, ma di un’eredità distorta che condiziona l’esistenza stessa.
Quell’esistenza che hai vissuto quel giorno, seduto al tavolo dei relatori durante un convegno sulla legalità, quando accanto a te c’era un amico poliziotto, un uomo che in quel preciso momento era nel mirino e doveva essere eliminato. Quando anche tu avevi già fatto i conti con minacce e intimidazioni.
Quando mentre ascoltavate i soliti soloni, i grandi esperti di mafiologia, discettare con presunzione del fenomeno, vi scambiavate un’occhiata. Sentivate pronunciare teorie astratte e analisi distanti anni luce dalla realtà che stavate rischiando sulla vostra pelle.
In quel momento vi assalì una voglia matta di ridere, un riso amaro e nervoso nato dall’assurdità della situazione. Doveste fare uno sforzo enorme per restare seri e darvi un contegno, consapevoli del vostro ruolo in quella sala, mentre intorno a voi le parole vuote di chi non rischia nulla continuavano a scorrere inutilmente.
O quel matrimonio, dove facevi da testimone, seduto proprio accanto al tavolo degli sposi insieme al tuo amico poliziotto, con la sposa che a un certo punto, con un tono a metà tra il serio e il sarcastico si voltò verso il marito e disse: “Ma non ti bastava averne vicino uno che ha ricevuto minacce di morte? Proprio due dovevano essere? Così se non vengono per uccidere il primo, vengono per il secondo, e noi finiamo in mezzo…”.
Cosa pretendi di capire di questo fenomeno culturale se non hai mai messo piede in Sicilia? Sei un po’ come Camillo Benso, conte di Cavour, che pretendeva di gestire il Sud senza essersi mai spinto oltre Firenze.
La tua famiglia è mai stata vittima di tentativi di estorsione, di quelli che finiscono con una denuncia? Hai mai dovuto rendere sommarie informazioni testimoniali davanti alle forze dell’ordine? Sei mai stato convocato da un procuratore per essere interrogato? Ti è mai capitato di esporti denunciando fatti di mafia o di subire minacce dirette per le tue posizioni?
Un bravo giornalista ha certamente il dovere di scrivere di mafia basandosi sullo studio rigoroso degli atti giudiziari e sulla raccolta di testimonianze dirette, ma non quello di ridursi a fare da megafono a veline preconfezionate, orientate da chi ha interessi specifici o personali nel far sì che le vicende di cronaca vengano lette in una sola direzione.
D’altronde, che attendibilità può avere il racconto di chi viene indicato come esperto di mafia, quando non conosce la Sicilia né la cultura mafiosa, e la sua competenza reale in materia equivale alla mia conoscenza della nazione polinesiana di Tuvalu?
Paolo Borsellino diceva: “Parlatene” non straparlatene. E se non puoi parlarne, allora taci.
Gian J. Morici