Cia – “I servizi segreti americani e il terrorismo in Italia”, di Isabella Silvestri. 18° Episodio. Legge Fabio Fabiano
L’ombra del Colonnello e il ritorno del Grande Satana. L’attualità di un conflitto mai sopito
Il nuovo episodio del podcast di Isabella Silvestri, intitolato “Il nemico numero uno: l’Italia nei verbali della CIA”, scava nelle pieghe della storia recente per riportare alla luce un documento che, a distanza di quarant’anni, risuona con una forza profetica e inquietante. Attraverso la voce di Fabio Fabiano, il podcast analizza il discorso pronunciato da Mu’ammar al-Gheddafi il 7 ottobre 1986 a Sirte, trascritto e analizzato all’epoca dall’intelligence americana.
Quello che emerge con prepotenza non è solo il ricordo di una crisi diplomatica e militare, ma la constatazione di come certe dinamiche e terminologie, che pensavamo confinate ai libri di storia della Guerra Fredda, siano oggi drammaticamente attuali. Gheddafi parlava di una nuova crociata fascista, definiva gli Stati Uniti come un “Satana” e il loro presidente come un “cane rabbioso”. Un discorso ricco di espressioni e di inviti al mondo arabo che oggi ritroviamo quasi identico nella retorica di Teheran o di certi movimenti radicali, a dimostrazione che il linguaggio dello scontro tra Occidente e mondo arabo-islamico poggia su radici profonde e mai estirpate.
Il Colonnello tracciava una linea retta tra il colonialismo italiano del 1911 e la politica della NATO del 1986, accusando l’Italia di essere la base del terrorismo ufficiale statunitense. Un monito che ci ricorda quanto la memoria storica delle nazioni aggredite sia più lunga e rancorosa della nostra. Gheddafi non vedeva l’Italia degli scambi commerciali miliardari, ma la prosecuzione dell’occupazione coloniale che aveva trasformato la Libia in un inferno per un quarto di secolo.
Nell’ascoltare oggi questa ricostruzione, è necessario operare una distinzione fondamentale per comprendere il nostro presente. Sebbene il linguaggio dell’odio e la retorica della resistenza asimmetrica siano simili, il contesto geopolitico è profondamente mutato. La Libia di Gheddafi del 1986 era un attore isolato, che cercava di mobilitare un esercito internazionale clandestino per colpire ovunque, dai civili ai militari, trasformando il mondo in un enorme Vietnam. Era una sfida basata sulla superiorità spirituale di chi è pronto a morire contro la tecnologia nemica.
L’Iran di oggi rappresenta invece una sfida di tutt’altra scala, si tratta di una potenza regionale strutturata, con una profondità strategica, alleanze consolidate e una capacità di proiezione militare che va ben oltre i discorsi infuocati in un deserto. Se Gheddafi minacciava di trasformare le coste in trincee e chiamava il popolo a cantare e combattere sotto le bombe per sconfiggere la paura, le tensioni attuali si giocano su equilibri tecnologici e nucleari molto più complessi.
Il podcast di Isabella Silvestri ci invita dunque a non commettere l’errore di considerare questi fatti come polverosi reperti d’archivio. La guerra psicologica, l’uso dei media per seminare il dubbio, il terrorismo inteso come “mezzo speciale” per rispondere a una superiorità militare schiacciante: sono tutti elementi nati allora e perfezionati oggi. La storia non si ripete mai uguale, ma spesso usa le stesse parole per avvertirci che il passato, specialmente quello che abbiamo cercato di dimenticare, non è mai veramente passato.