Intervista di Gian J. Morici
Nella precedente parte di questa nostra intervista, già pubblicata, lei ha narrato di tre episodi che potrebbe citare, e che verosimilmente sono riferibili a probabili depistaggi. Vogliamo parlare del secondo episodio?
In via preliminare, si deve precisare un aspetto relativo al Palazzo dei Graziano, il cui ruolo era stato trascurato dalle indagini. Gli uomini della scorta del Capitano dei Carabinieri Arcangioli — che, come noto, fu ripreso mentre si allontanava con la borsa recuperata dall’auto ancora in fiamme del Dott. Paolo Borsellino — hanno riferito di essere presenti nei pressi del Palazzo dei Graziano per condurre un sopralluogo. A loro dire, questo sopralluogo non diede esiti, non avendo rilevato nulla; un risultato che contrasta con le risultanze del sopralluogo da noi condotto il giorno immediatamente successivo alla strage.

L’altro episodio che si intende riferire accadde in concomitanza con il rientro del Colonnello Michele Riccio al ROS, dopo aver lasciato la DIA. Riccio ha affermato che la sua decisione di lasciare la Direzione Investigativa Antimafia maturò nel momento in cui la direzione della DIA non era più affidata a Gianni De Gennaro, in quanto quest’ultimo era stato trasferito ad altro incarico.
Il Colonnello Riccio raccontò inoltre che, da quel momento, insorsero numerose complicazioni con la nuova Dirigenza, poiché l'”assistenza” e il “supporto” investigativo di cui aveva goduto durante il periodo di De Gennaro non erano più garantiti. Riccio dovette affrontare notevoli difficoltà nel proseguimento della gestione del suo infiltrato, Gino Ilardo, e in particolare si trovò costretto ad anticipare più volte del denaro di tasca propria, a causa delle gravi problematiche che, come già menzionato, la DIA gli stava creando.
Il mio rapporto personale e collaborativo con Michele Riccio non si interruppe; sebbene Riccio fosse rientrato nell’Arma, quando veniva a Catania, ci incontravamo di sovente per scambiarci informazioni. Tali informazioni si rivelarono utili per noi, che in quel periodo stavamo indagando sul reggente del clan Santapaola, identificato in Quattroluni Aurelio, come indicato da Ilardo a Riccio, come già accennato la volta precedente.
A cosa portarono le vostre indagini?
Questa collaborazione ci permise di finalizzare l’indagine su Quattroluni, denominata “Chiara Luce”, disarticolando il clan Santapaola del momento. A conclusione dell’indagine, l’Autorità Giudiziaria di Catania emise, in più tranche, oltre 40 ordinanze di custodia cautelare, tutte per il reato di associazione di tipo mafioso (416 bis C.P.), se non ricordo male. I successivi processi si conclusero con la condanna di tutti gli imputati a numerosi anni di reclusione, in quanto ritenuti responsabili di estorsione e traffico di stupefacenti. L’aggravante specifica per Quattroluni fu la condanna anche per aver diretto l’associazione mafiosa Santapaola..
Quindi la collaborazione con Riccio diede i suoi frutti….

Certamente, ma un giorno, quando l’indagine in oggetto non era ancora conclusa, fummo convocati in gran segreto, io e Francesco Arena, dal Capo del II Reparto della DIA Nazionale, il Dott. Agatino Pappalardo, detto “Tuccio”.
Noi conoscevamo molto bene il Dottor Pappalardo, poiché era stato nostro Dirigente nel periodo in cui sia io che Arena eravamo in servizio alla Criminalpol di Catania.
La convocazione avvenne presso il carcere di Bicocca a Catania, dove Pappalardo doveva effettuare una testimonianza. Egli ci fece accomodare in una stanza e ci ordinò di non frequentare più il Colonnello Riccio, pena gravi conseguenze.
Il Dottor Pappalardo sostenne che Riccio era in procinto di essere arrestato e che si era approfittato della DIA, incassando molto denaro per la gestione dell’infiltrato Ilardo. Aggiunse che Riccio era un criminale che aveva ucciso quattro inermi terroristi delle Brigate Rosse nel sonno durante l’irruzione nel covo di via Fracchia a Genova.
Infine, secondo il suo pensiero, l’obiettivo di arrestare Provenzano non si sarebbe mai concretizzato perché Riccio, in accordo con Ilardo, stava favorendo gli arresti dei latitanti di mafia, in quanto Ilardo aspirava a diventare il capo di Cosa Nostra per la provincia di Caltanissetta.
Io e Arena lo lasciammo parlare, per poi contraddirlo.
Sostenemmo, infatti, che, in base a quanto confidatoci da Michele Riccio, i fondi per la gestione dell’infiltrato Ilardo, dopo l’uscita di De Gennaro, erano stati addirittura anticipati dal Riccio stesso, non ricevendo alcun supporto dalla DIA. Aggiungemmo che non potevamo interrompere i rapporti con lui, in quanto essenziali per il prosieguo dell’indagine “Chiara Luce”.
Riguardo all’episodio dei quattro terroristi uccisi in via Fracchia a Genova, specificammo che fu inevitabile, poiché i terroristi delle BR aprirono il fuoco per primi, ferendo gravemente alla testa un Maresciallo dei Carabinieri (recentemente deceduto). Soltanto in seguito, gli uomini del Riccio, che avevano effettuato l’irruzione, risposero al fuoco, uccidendo i terroristi.

Infine, essendosi già verificata la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso, lo informammo che i responsabili del mancato arresto di Provenzano erano stati i Carabinieri del ROS guidati da Mario Mori, nonostante Ilardo avesse indicato loro, più volte, l’esatta ubicazione del covo del latitante.
A questo punto, il Dottor Pappalardo si bloccò per un attimo e proferì tra i denti le seguenti parole: “…questo Mori, non me lo aveva detto…”
La frase di Pappalardo lascerebbe presupporre che egli avesse degli incontri con Mori e che quest’ultimo screditasse pesantemente la figura del Riccio.
Dopo di ciò cosa avvenne?
Questo episodio fu da noi testimoniato durante il cosiddetto Processo Stato-Mafia, nel corso del quale apprendemmo che Pappalardo aveva inviato – presumibilmente alla Procura di Palermo – una pesantissima lettera contro Michele Riccio, accusandolo, più o meno, delle stesse cose che aveva riferito a me e ad Arena.

Ritengo, per come si sono svolti i fatti, che Mario Mori abbia fatto “terrorismo” contro Riccio nei confronti della Dirigenza della DIA, informando anche preventivamente i funzionari che Riccio era in procinto di essere arrestato.
Non si spiega, infatti, come facesse Pappalardo a sapere che Riccio stava per essere arrestato, se non informato illecitamente dai Magistrati o proprio da Mori. Credo che ad informare la DIA del prossimo arresto di Riccio fu effettivamente Mario Mori.
Ci sarebbe inoltre da chiedersi come facesse Mori a sapere del prossimo arresto di Riccio. Arresto che avvenne in concomitanza del deposito, sempre da parte del Riccio e presso più Procure, dell’informativa “Grande Oriente”.
Riccio venne poi arrestato?
Il Colonnello Riccio fu arrestato all’aeroporto di Catania dai ROS, su ordinanza della Procura di Genova. L’accusa era di traffico internazionale di stupefacenti, relativa a un’operazione antidroga che Riccio aveva condotto e finalizzato parecchi anni prima, e per la quale aveva anche ricevuto un riconoscimento ufficiale dalla DEA americana.
Le esigenze cautelari che giustificarono l’arresto di un Ufficiale dei Carabinieri pluridecorato, che non poteva inquinare le prove e che non era in fuga, sono note solo ai Giudici di Genova che emisero l’ordinanza per Michele Riccio.
Un fatto gravissimo è che i ROS, che procedettero all’arresto di Riccio a Catania, tentarono di effettuare una perquisizione presso l’abitazione del mio collega Arena per ricercare le agende del Riccio contenenti le confidenze di Ilardo. Essi ritenevano che Arena le possedesse solo perché aveva accompagnato il Colonnello Riccio in aeroporto. La perquisizione fu vietata dal Giudice della Procura di Catania, il Dott. Nicola Marino.
Arena fu successivamente convocato dal Direttore della DIA dell’epoca, Giuseppe Micalizio, e pesantemente minacciato di essere allontanato dalla DIA. Ciò accadde solo perché aveva preferito, insieme a me, non aderire all’ordine del Dottor Pappalardo di interrompere la frequentazione con Riccio.
Abbiamo trasgredito tale ordine perché credevamo nella buona fede di Riccio e perché abbiamo ritenuto prioritario proseguire quell’indagine che portò in carcere il gotha mafioso che operava a Catania in quel momento.
Io non sono un investigatore, quindi mi aiuti a comprendere… le agende del Colonnello Riccio, contenenti le confidenze di Ilardo, erano così importanti per l’indagine che aveva portato all’arresto di Riccio?
Che si cercassero le Agende del Colonnello Riccio è un fatto confermato da un verbale di interrogatorio redatto dai Giudici di Genova che avevano disposto il suo arresto. Essi ebbero il coraggio di mettere a verbale che, se Riccio avesse consegnato le suddette agende, gli sarebbero stati concessi gli arresti domiciliari. Riccio fu quindi costretto a consegnare una delle agende per poter ottenere i domiciliari.
Anche n questo caso, è necessario domandare ai Giudici di Genova quale fosse il nesso tra le agende contenenti le confidenze fatte a Riccio da Ilardo e la motivazione per la quale Riccio fu arrestato.
Che idea si è fatto rispetto ciò che ci ha raccontato?
Le accuse mosse dalla Procura di Genova contro Riccio, successivamente, nel corso del processo, sono cadute tutte, ad eccezione – credo – di una sola accusa riguardante la cessione di un piccolo quantitativo di stupefacente da parte di Riccio al confidente; cessione che gli permise di sgominare un traffico internazionale di stupefacenti con decine di arresti e ingenti sequestri.
Ritengo che l’intera vicenda abbia avuto la sola finalità di calunniare e screditare il Colonnello Riccio per quanto aveva denunciato in merito alla mancata cattura di Provenzano e per il contenuto delle sue Agende, che riguardava anche grosse responsabilità politiche.