
Dalle omissioni sui depistaggi ai “like” di parte: le contraddizioni della Commissione sulle verità di via D’Amelio
Gentile Presidente Colosimo, fin dall’inizio della Sua presidenza ha sostenuto di voler consegnare la verità ai figli del giudice Paolo Borsellino in merito alla morte del padre, un concetto ribadito poco più di dieci giorni fa in un articolo pubblicato dal giornale Il Dubbio – al quale è evidente la Sua affezione – dal titolo «Colosimo: Scriveremo le stragi del ’92 senza condizionamenti». Un articolo che ha suscitato non poca ilarità anche sul Suo profilo social, sul quale lo ha postato.
Avendo il massimo rispetto per il Suo ruolo istituzionale, non mi permetterò di ironizzare sui condizionamenti, fin troppo palesi nel momento stesso in cui ha deciso di dedicarsi totalmente alla pista mafia-appalti come causa della strage di via D’Amelio e con la responsabilità della sola organizzazione Cosa Nostra. Mi permetta però di rivolgerle qualche domanda, alla quale sono comunque certo che né io, né chiunque altro dovesse porgliela, riceveremmo alcuna risposta.
Premesso che nella giornata odierna il sito Progetto San Francesco ha pubblicato uno stralcio del Suo intervento alla festa di Gioventù Nazionale, mi ha molto colpito come Lei abbia definito che «Via D’Amelio è il più grande depistaggio della storia italiana». Secondo quanto riportato dallo stesso sito, il depistaggio sulla strage nella quale furono uccisi Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta sarebbe stato «certificato dalla Cassazione».
Orbene, forse Le sarà sfuggito che la Suprema Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi e chiuso per prescrizione il capitolo giudiziario per i tre ex poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Gli ex componenti del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, che all’epoca era guidato da Arnaldo La Barbera, avevano agito in concorso per costruire a tavolino le deposizioni di falsi collaboratori di giustizia, inducendoli a dichiarare il falso pur di sviare l’indirizzo delle indagini sulla strage del 19 luglio 1992.
L’elemento che ha determinato l’estinzione del reato per il decorso dei termini è stata l’assenza dell’aggravante di aver agito per agevolare Cosa Nostra, evidenziando come Arnaldo La Barbera – e di conseguenza i tre imputati – avesse come «obiettivo certamente principale era quello di dare corso ad una prospettazione minimalista che non intaccasse responsabilità di soggetti esterni in qualsiasi modo coinvolti nella strage».
Dalle carte processuali è risultato chiaramente che «certamente sapeva che stava coprendo responsabilità diverse da quelle di esponenti di ‘Cosa nostra’, ma mostrava anche di volerne colpire articolazioni e struttura in una prospettiva minimalista ma funzionale ad agevolare apparati più che l’organizzazione; o meglio ad agevolare alcuni esponenti di ‘Cosa nostra’ laddove accomunati da responsabilità con esponenti degli apparati».
Sulla vicenda è intervenuta anche Fiammetta Borsellino, figlia del compianto giudice Paolo Borsellino, che, seppure senza citare la parola “apparati”, fa riferimento a fattori esterni a Cosa Nostra, significandolo come fatto ancor più grave del favoreggiamento alla mafia.
Gentile Presidente, tutto ciò stride in forte contrasto con la pista del dossier mafia-appalti e della sola responsabilità di Cosa Nostra.
Perché, Presidente, Lei ha puntato soltanto in quella direzione, evitando artatamente di voler escutere quali testi tutti coloro i quali avrebbero potuto dare un prezioso contributo analizzando anche ben altre prospettive, come nel caso, per esempio, degli avvocati Rosalba Di Gregorio, Gioacchino Genchi e tanti altri ancora?
Perché ha dato ampio spazio al generale Mario Mori, al colonnello De Donno e a quanti altri – seppure con un tardivo recupero della memoria, come nel caso dell’ex maresciallo Carmelo Canale – avallavano mafia-appalti come movente delle stragi?
Perché, nonostante lo stesso generale Mori, all’epoca del fallito attentato all’Addaura in danno del giudice Giovanni Falcone, disse che l’attentato escludeva fosse opera di Cosa Nostra attribuendolo ad altri ambienti, non gli è stato mai chiesto a quali ambienti si riferisse?
Perché non gli è stato chiesto secondo quale criterio ebbe la certezza che il collocamento dell’ordigno nel punto in cui è stato ritrovato fosse da interpretare come un atto intimidatorio nei confronti del dottor Falcone e non come un tentativo concreto di eliminarlo?
Perché dichiarò: «Non ritengo che Cosa Nostra abbia voluto dare un avvertimento al dottor Falcone nella speranza che lo stesso, per paura, abbandonasse le indagini sull’organizzazione. Pertanto, quando parlo di intimidazione nei confronti del magistrato, intendo riferirmi ad ambienti diversi da Cosa Nostra»? A quali contesti intendeva fare riferimento Mori, che aveva anche segnalato la presunta presenza di appartenenti ai servizi segreti nella zona dell’Addaura?
E ancora, perché escusso l’ex maresciallo Canale – il cui nome compare anche tra i testimoni chiamati a deporre contro Bruno Contrada, all’epoca numero tre del Sisde, e le cui dichiarazioni hanno riguardato in particolare lo sventato attentato all’Addaura ai danni di Giovanni Falcone e la successiva strage di via D’Amelio – le domande si sono limitate agli incontri di Paolo Borsellino con i ROS di Mario Mori e al dossier mafia-appalti, senza approfondire aspetti che alla luce della sentenza di Cassazione oggi appaiono quanto mai rilevanti in merito ai rapporti tra mafia e apparati?
Gentile Presidente, ritiene di aver assolto al Suo ruolo veramente in maniera super partes, senza influenzare la Commissione che presiede ed escutendo soltanto testi proclivi ad avvalorare la teoria mafia-appalti e la sola responsabilità di Cosa Nostra?
Presidente, ritiene sia stato consono al Suo ruolo, e prova di essere super partes nei lavori di commissione, l’aver messo più volte il “mi piace” agli articoli a favore della tesi mafia-appalti a firma del giornalista de Il Dubbio Damiano Aliprandi, che – ricordo a me stesso – fu sollecitato dal generale Mori quale consulente da nominare in commissione?
Gentile Presidente, prima di procedere con ulteriori domande – cosa che farò nei prossimi giorni rivolgendomi sia a Lei che ad altri illustri testi escussi in commissione – ritiene di poter dare un giudizio credibile nell’estendere la relazione finale della Commissione Antimafia in merito alla strage di via D’Amelio, o che appaia più opportuno astenersi, per il rispetto istituzionale e morale che deve all’organismo che presiede e ai familiari delle vittime?
Gian J. Morici