
Le indagini sul rapporto tra criminalità organizzata e gestione degli appalti, nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi del 1992, si avviano verso la conclusione.
La Procura di Caltanissetta ha infatti avanzato richiesta di archiviazione per il fascicolo a carico di ignoti che analizzava il dossier mafia e appalti come possibile movente dietro gli attentati di Capaci e via D’Amelio, in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle loro scorte. In base alle ultime verifiche, i pubblici ministeri hanno stabilito che non ci sono prove abbastanza solide per continuare a sostenere che quel dossier sia stato la causa scatenante dei massacri.
Secondo le informazioni diffuse dall’Adnkronos, questa parte dell’inchiesta nissena si è concentrata sulle bobine e sui registri delle intercettazioni provenienti da Massa Carrara nel 1991, materiali che non erano mai stati eliminati, recuperati di recente dalla Guardia di Finanza di Caltanissetta all’interno di un archivio a Palermo.
Si chiude così un capitolo investigativo che per molto tempo aveva sollevato dubbi su un presunto intreccio tra affari economici e la violenta strategia di Cosa Nostra.
La possibile decisione di archiviare il caso, che passerà ora al vaglio del giudice per le indagini preliminari, non mette fine all’attività dei magistrati sulle stragi del 1992. Esistono infatti ancora diversi percorsi investigativi aperti, volti a fare piena luce su chi siano stati i mandanti, quali i reali motivi e in quale scenario complessivo siano stati pianificati gli attentati.
Domani Salvatore De Luca sarà nuovamente ascoltato dalla Commissione nazionale antimafia.
Proprio in Commissione antimafia, nel mese di dicembre, il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, aveva preso parte a un’audizione fiume davanti la Commissione, chiarendo fin da subito che la sua ricostruzione non sarebbe stata rapida, dedicando ore a comporre quello che appariva come il quadro più solido sulle ragioni dietro la strage di via D’Amelio. Al centro di questo immenso sforzo investigativo c’era la convinzione precisa che il dossier mafia-appalti non fu solo un elemento marginale, ma una delle cause scatenanti dei massacri del 1992.
De Luca, affiancato nel suo lavoro dai sostituti Pasciuti, Spina e Caruso, aveva spiegato che, sebbene la procura non escludesse a priori altre piste, era proprio sul binomio tra criminalità organizzata e gestione degli appalti pubblici che erano stati raccolti i riscontri più significativi. Secondo il procuratore, la gestione di quel delicato filone d’indagine presso la Procura di Palermo, all’epoca guidata da Pietro Giammanco, rappresentava un punto di rottura fondamentale, ed esistevano concreti elementi per ritenere che l’interesse di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per le indagini del Ros sui grandi appalti fosse stato il vero motore dell’accelerazione stragista.
Questa ricostruzione, definita monumentale dalla presidenza della Commissione, aveva inevitabilmente acceso il dibattito politico, poiché mentre una parte del Parlamento vedeva in queste parole la conferma di una verità storica a lungo trascurata, dall’altra parte non era mancato scetticismo e polemiche. De Luca aveva però voluto sottolineare come ogni passo fosse stato compiuto in totale sintonia con la Procura nazionale antimafia e il procuratore Melillo.
Nonostante le indagini fossero ancora ufficialmente aperte su più fronti, inclusi quelli riguardanti possibili concorrenti esterni, il magistrato aveva ribadito che i risultati più solidi e convincenti appartenevano proprio alla pista degli appalti, ponendo una domanda di fondo lanciata dallo stesso procuratore: perché, nonostante la mole di elementi raccolti, parte dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori continua a guardare con diffidenza a questa tesi? Un interrogativo che potrebbe trovare oggi una risposta nella richiesta di archiviazione da parte della stessa Procura di Caltanissetta.
Durante le audizioni davanti alla Commissione Antimafia, i protagonisti della vicenda legata al dossier mafia e appalti, a partire dal generale Mario Mori, avevano ripercorso i passaggi chiave di quell’indagine così controversa. Mori aveva ribadito con forza l’importanza di quel lavoro investigativo, sottolineando come l’intreccio tra interessi economici e criminalità organizzata fosse, a suo avviso, il vero nodo centrale per colpire Cosa Nostra nel suo cuore pulsante.
Secondo la ricostruzione fornita in audizione, quell’indagine avrebbe rappresentato una minaccia talmente alta per gli equilibri dell’epoca da essere considerata da molti come il possibile acceleratore della decisione di eliminare i giudici Falcone e Borsellino.

Le audizioni della Commissione antimafia furono accompagnate da forti tensioni, nate dal sospetto che vi fosse un piano per spingere i lavori verso la tesi del dossier mafia-appalti come unica ragione dietro la strage di via D’Amelio. Un articolo scritto da Damiano Aliprandi nel giugno del 2025 sollevò interrogativi inquietanti, non solo su possibili intercettazioni telefoniche finite nelle mani della trasmissione Report, ma soprattutto sull’integrità stessa della Commissione parlamentare, poiché il quadro che emerse descrisse dinamiche opache, suggerendo l’esistenza di conflitti di interesse e di una linea investigativa già tracciata in partenza.
Al centro delle polemiche finì il generale Mario Mori il quale, essendo indagato a Firenze, aveva un interesse diretto nelle indagini parlamentari che riguardavano il suo passato, e secondo le ricostruzioni, Mori cercò di intervenire sulla struttura della Commissione proponendo proprio Aliprandi come consulente. Il giornalista confermò di aver ricevuto la proposta nel 2023, ma spiegò di aver declinato l’invito a causa di una precedente condanna per diffamazione ricevuta proprio dopo una denuncia di Roberto Scarpinato, che della Commissione era invece un componente.
La posizione di Aliprandi apparve subito controversa, poiché il giornalista aveva sempre sostenuto pubblicamente il generale Mori, attaccando duramente Scarpinato e promuovendo con forza l’idea che la responsabilità delle stragi del 1992 fosse da attribuire esclusivamente alla pista mafia-appalti, e sebbene tale inchiesta fosse ritenuta da molti un punto di partenza necessario, il tentativo di trasformarla in una verità assoluta e finale sembrò voler escludere altre ipotesi investigative. Fu lo stesso Aliprandi ad ammettere di aver suggerito a Mori la necessità di allontanare Scarpinato per un presunto conflitto di interessi, ignorando tuttavia che la propria nomina a consulente, data la sua vicinanza al generale, sarebbe stata altrettanto discutibile sotto il profilo dell’imparzialità.
Nonostante il rifiuto dell’incarico, restò il fatto che un soggetto esterno e interessato come Mori avesse cercato di influenzare la scelta dei collaboratori della Commissione, e a rendere la situazione ancora più critica fu l’atteggiamento della presidente Chiara Colosimo. La sua abitudine di approvare pubblicamente sui social i contenuti pubblicati da Aliprandi in merito al caso Mori e al dossier appalti fu interpretata come un segnale di parzialità, da parte di una figura istituzionale che per ruolo avrebbe dovuto garantire assoluta neutralità.
L’intera vicenda gettò un’ombra sulla credibilità della Commissione antimafia. Le manovre del generale Mori, la partigianeria del possibile consulente e i segnali lanciati dalla presidenza misero in dubbio la capacità dell’istituzione di procedere in modo autonomo, facendo temere che gli accertamenti fossero guidati da pregiudizi piuttosto che dalla ricerca della verità.
Alla luce della recente richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Caltanissetta, se da un lato cade la tesi che vedeva nel dossier mafia-appalti l’unica causa scatenante dei massacri, dall’altro il provvedimento dei magistrati riapre inevitabilmente il campo a quegli scenari che finora erano stati considerati meno solidi dal punto di vista dei riscontri.
Rimane prioritario fare piena luce sul ruolo dei cosiddetti mandanti occulti e sui presunti concorrenti esterni, figure che si muovono nelle zone d’ombra tra criminalità organizzata, servizi deviati e ambienti di potere che potrebbero aver avuto interesse a eliminare i due magistrati.
Solo approfondendo questi percorsi, rimasti in secondo piano rispetto al filone degli appalti, da parte della Procura diretta dal Dott. De Luca, sarà possibile ricostruire la verità integrale su quella stagione di sangue e restituire giustizia alle vittime e all’intero Paese.
Gian J. Morici