
Negli ultimi anni, la democratizzazione dell’informazione portata dai social media ha dato vita a una nuova figura professionale, o presunta tale, quella dell’analista virtuale di economia e politica. Si tratta di creator, influencer o semplici appassionati che, forti di un seguito digitale spesso numeroso, commentano quotidianamente i fatti del mondo, subordinandoli all’ideologia personale.
A differenza dell’analisi scientifica, che dovrebbe partire dal dato per arrivare a una conclusione, questi commentatori partono da una conclusione predeterminata, dettata dalla propria appartenenza politica o visione del mondo, e si selezionano esclusivamente i dati che confermano quel pregiudizio, trasformando l’analisi economica e politica in una sorta di tifo da stadio, dove l’obiettivo non è comprendere la complessità della realtà, ma validare la propria bolla.
In ambito economico, questa tendenza è particolarmente evidente, e non essendo esperti tuttologi, nei giorni scorsi ci siamo rivolti a un vero analista economico, che lavora per un ente governativo statunitense, per cercare di capire cosa sta accadendo. Dopo una prima conversazione generica su quello che abbiamo soprannominato “Metodo Trump”, il nostro interlocutore ha analizzato per noi il perché della politica economica del presidente americano, e i rischi che ne possono derivare. Indicatori complessi come il PIL, l’inflazione o il debito pubblico vengono spesso isolati dal contesto globale per supportare narrazioni catastrofiste o, al contrario, eccessivamente ottimiste, a seconda di chi sieda al governo in quel momento, ignorando le variabili esterne, i cicli macroeconomici o le dinamiche di mercato, riducendo fenomeni globali a semplici colpe o meriti di una singola parte politica.
La stessa cosa accade in politica, dove l’analisi dei fatti viene sostituita dalla narrazione secondo i canoni della propria fazione, perdendo di vista la geopolitica, gli interessi nazionali o le strategie di lungo periodo, polarizzando il dibattito pubblico, dove chiunque cerchi di proporre una visione più aderente alla realtà viene immediatamente criticato e sminuito.
Se l’analisi diventa una proiezione dei propri desideri ideologici, il rischio è la perdita di valore della competenza, con il pubblico che perde la capacità di distinguere tra un fatto accertato e un’opinione di parte. Un’analisi vera, con uno sforzo di onestà intellettuale dovrebbe mettere in dubbio le nostre certezze e costringerci a guardare dati che non ci piacciono.
A t6utto questo si aggiunge la comparsa di figure che vantano, in modo più o meno velato, trascorsi o contatti nel mondo dell’intelligence, pseudo “analisti” che sfruttano il fascino del segreto per ammantare di esclusività informazioni che, nella realtà, sono già state ampiamente documentate da fonti aperte (OSINT) o dalla stampa estera specializzata.
Il loro modus operandi si basa sull’asimmetria informativa, sapendo bene che l’utente medio non ha il tempo o gli strumenti per consultare rapporti tecnici o pubblicazioni in lingua straniera, spacciano dati di pubblico dominio per soffiate riservate o intuizioni brillanti. Una tattica che non solo serve a gonfiare la propria autorevolezza, ma permette di orientare l’opinione pubblica verso specifiche agende ideologiche, spacciando per “analisi geopolitica profonda” quello che spesso è solo un riciclo di notizie vecchie confezionate per alimentare complottismi o pregiudizi di parte.
In tempi recenti, questo meccanismo è emerso con forza in merito alla figura di Donald Trump. Molti di questi analisti hanno promosso una narrazione secondo cui le sue politiche avrebbero rilanciato non solo l’economia statunitense, ma anche quella di riflesso di molte società del nostro Paese, dipingendo uno scenario di crescita basato su deregolamentazione e dazi. Ma l’analisi dei fatti economici reali restituisce un quadro opposto. I mercati globali e i grandi attori industriali guardano con forte timore all’instabilità generata dalle guerre commerciali e all’aumento dei costi delle materie prime che ne consegue.
Un quadro più reale, ce lo dà il sondaggio di oggi del Sole 24 Ore – che con buona pace di Walt Disney non è Topolino, settimanale di approfondimento dei nostri social-analisti – sulle paure degli europei a causa di guerre, alleanze e crisi.

In un contesto segnato da guerre e instabilità delle alleanze, l’incertezza smette di essere un dato astratto e si trasforma in una fuga dal rischio. Quando le paure degli europei si intensificano, le borse reagiscono non solo ai numeri reali, ma all’aspettativa del peggio, portando gli investitori a privilegiare la liquidità e i beni rifugio.
In borsa, il timore del futuro pesa spesso più della realtà del presente.
Questa discrepanza tra realtà e narrazione ideologica è talmente profonda da aver creato fratture interne persino nel campo conservatore americano. Molti esponenti repubblicani temono oggi le iniziative radicali del Presidente, ritenute pericolose per la stabilità fiscale e per le alleanze storiche. Il segnale più eclatante di questa inversione di tendenza è rappresentato dal Texas, storico baluardo conservatore, dove le preoccupazioni per le politiche economiche e sociali della presidenza hanno spostato l’elettorato fino a portare lo Stato a votare per l’opposizione, un evento che smentisce categoricamente il racconto trionfalistico degli pseudo-esperti virtuali.
Durante il precedente mandato di Trump, ebbi a che fare con un soggetto che conoscevo personalmente, e non solo virtualmente. Un uomo che cercava in ogni modo di dare a intendere una sua appartenenza o quantomeno una stretta vicinanza a certi ambienti dei servizi di sicurezza. Non sto qui a tediarvi con i dettagli dei suoi racconti per non portarvi via tempo, ma la messinscena era costruita con una certa insistenza.
Non mi ci volle molto a smascherare l’uomo, che si rivelò un fan sfegatato di QAnon. Fu allora che divenne evidente come la sua presunta appartenenza alle diplomazie parallele fosse in realtà solo il frutto della fantasia di una mente bacata. Inutile dire che, davanti a un simile scenario, decisi di chiudere immediatamente ogni tipo di rapporto.
Il suo credo lo portava a sostenere tesi ai confini della realtà. Era assolutamente convinto che da lì a breve The Donald avrebbe fatto arrestare Clinton, Obama e molti altri esponenti del cosiddetto establishment, raccontando con assoluta serietà che i Marines, seguendo gli ordini diretti di Trump, erano già scesi nei tunnel del sottosuolo per catturare bande di pedofili che si nutrivano di adrenocromo.
Il vero problema, però, non è solo la singola follia individuale. La questione drammatica è che questa gente, grazie alla cassa di risonanza dei social media, anziché essere sottoposta a un necessario trattamento sanitario obbligatorio, riesce a fare proseliti. Persone che in altri tempi sarebbero rimaste isolate nei loro deliri, oggi trovano una platea e vengono paradossalmente ascoltate come se fossero analisti informati sui fatti.
In attesa che si materializzino i fantomatici arresti di Hillary Clinton, indicata come figura chiave del Deep State, insieme a Barack Obama, George Soros, l’élite liberal di Hollywood e i vari vertici del Partito Democratico, la realtà ci presenta un conto ben diverso. L’America di Trump si è trasformata in una vera e propria mina vagante, capace di spingere il pianeta sull’orlo di un nuovo conflitto e di innescare una crisi economica mondiale che potrebbe non avere precedenti storici.
Tutto questo accade nonostante le narrazioni rassicuranti degli pseudo-analisti digitali di economia e politica, che continuano a fare affidamento su presunti trascorsi o contatti nei servizi segreti per validare le loro tesi. E mentre i loro follower continuano a seguirli in questa bolla ideologica, i fatti restano testardi e dipingono uno scenario decisamente più cupo. Come si suol dire, intelligenti pauca…
Gian J. Morici