Intervista di Gian J. Morici
La storia di Mario Ravidà raccontata nel corso delle nostre precedenti interviste, ha messo a nudo un quadro poco chiaro su trame di Stato e in merito a possibili depistaggi dei quali l’ex poliziotto è stato testimone.
Quali sono le conseguenze operative e pratiche del non aver indagato sui colleghi dei magistrati e quale motivazione dovrebbe essere resa pubblica riguardo all’allontanamento del Dottor Di Matteo da parte di De Raho?
Ravidà:

- La mancata perquisizione del covo di Riina dopo la sua cattura. Sappiamo che per ogni azione delle forze dell’ordine esiste un magistrato che deve assumersi la responsabilità dell’operazione, anche se non ne è stato preventivamente informato. Ritengo infatti che, dopo l’arresto del capo di Cosa Nostra Salvatore Riina, un magistrato avrebbe dovuto farsi carico del prosieguo delle indagini. È stato sostenuto che il covo non fu perquisito nell’immediatezza per non pregiudicare la possibilità di arrestare altri importanti mafiosi che avrebbero potuto recarsi nell’abitazione. Tuttavia, chiunque abbia una minima conoscenza del funzionamento di Cosa Nostra sa bene che, a meno di un’ora dall’arresto, la mafia ne sarebbe stata già al corrente; risulta quindi incredibile che istituzioni esperte non abbiano considerato questo aspetto. È stato inoltre addotto che il residence dove si nascondeva Riina avesse due ingressi e che l’osservazione fosse troppo difficile e pericolosa per gli operatori. Per tale motivo, il controllo del luogo fu abbandonato. La mia esperienza mi dice che tali scuse sono del tutto inaccettabili. Sarebbero bastati due furgoni (le cosiddette “balene”) per monitorare i due accessi, restando in contatto via radio. Per la sicurezza dei Carabinieri all’interno dei furgoni, si sarebbero potute impiegare auto di copertura con altro personale. Nulla di tutto ciò avvenne, il covo fu lasciato incustodito, permettendo a uomini di Cosa Nostra o delle istituzioni (non lo sappiamo) di entrare, svuotare l’appartamento e persino ridipingerne le pareti. Anche le casseforti furono trovate vuote. Nonostante sia stato detto che Riina non avrebbe mai nascosto documenti compromettenti nel luogo della latitanza, diversi collaboratori a lui vicini hanno smentito tale ipotesi, affermando che in quel covo dovesse trovarsi almeno una copia del “papello” con cui il boss dettava le condizioni allo Stato per interrompere le stragi, oltre a documenti riguardanti le minacce verso i politici collusi che non avevano evitato le condanne del Maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino.
Ravidà è un fiume in piena, un uomo che vuole sia fatta giustizia, e risponde in merito ad aspetti che hanno a lungo fatto discutere, seppure nelle aule giudiziarie non hanno portato a condanne, salvo esecutori materiali, appartenenti a Cosa Nostra. In particolare la mancata cattura di Provenzano, e l’uccisione di Luigi Ilardo.

- Ravidà: Per la mancata cattura di Provenzano a Mezzoiuso, Michele Riccio, lo stesso giorno che il suo infiltrato Ilardo incontrò Bernardo Provenzano a Mezzoiuso, quando si rese conto che l’irruzione da parte dei suoi colleghi dei Ros di Mori non sarebbe avvenuta quel giorno, avvisò telefonicamente il Magistrato della Procura di Palermo dott. Pignatone il quale, su incarico del Dott. Caselli, seguiva l’operatività di Riccio e il suo infiltrato Ilardo. Il giorno dopo, Riccio, si recò personalmente da Pignatone a Palermo e lo mise al corrente di quello che era accaduto il giorno prima e cioè che Ilardo aveva incontrato Provenzano. In quell’occasione Pignatone chiese a Riccio chi avrebbe dovuto eseguire la cattura e Riccio rispose che se ne sarebbero occupati i colleghi del ROS. Riccio non si limitò a questo: redasse almeno due relazioni di servizio in cui esponeva l’accaduto, indicando anche i numeri di targa e i nomi dei soggetti che avevano accompagnato Ilardo all’incontro con Provenzano. Tra questi figurava il veterinario Giovanni Napoli. Nonostante ciò, nessuno fece mai irruzione in quel covo e il Napoli iniziò a essere indagato dalla Procura di Palermo con circa due anni di ritardo. Mi chiedo se il Procuratore dell’epoca sia stato informato tempestivamente, come era dovere dei suoi sostituti, di queste fondamentali novità riferite dal Colonnello Riccio a Pignatone. Nel caso in cui non fosse stato informato, perché non indagò sui suoi sottoposti per le omissioni e il ritardo nelle indagini? Di fatto, fu permesso a Provenzano di restare nel luogo segnalato da Riccio per altri sei lunghissimi anni, come confermato da più collaboratori di giustizia. La domanda che mi pongo è anche perché Pignatone, dopo essere stato informato da Riccio, non obbligò i ROS a effettuare l’irruzione a Mezzoiuso.
- Ravidà: L’incredibile vicenda relativa all’interrogatorio e alle dichiarazioni d’intenti di Ilardo, in occasione del suo incontro a Roma con i procuratori Tinebra, Caselli e Principato. Sappiamo per certo che Ilardo parlò per circa quattro ore davanti a tali autorità ma, paradossalmente, quasi nessuno ricorda cosa disse esattamente. Per legge, le dichiarazioni d’intenti rese dinanzi a un magistrato devono essere obbligatoriamente verbalizzate, registrate e, se possibile, videoriprese. Nulla di tutto questo avvenne in quell’incontro: nessuno verbalizzò, nessuno registrò e nessuno effettuò riprese. Soltanto la dottoressa Principato afferma di aver preso degli appunti, che avrebbe però smarrito durante un trasloco. Al termine di quelle dichiarazioni non verbalizzate, Ilardo fu rimandato alla sua residenza di Catania in attesa di un nuovo incontro che si sarebbe dovuto tenere pochi giorni dopo. Nessuno pensò di predisporre una protezione, nemmeno discreta, che avrebbe potuto evitare il suo omicidio, avvenuto appena tre giorni prima dell’ingresso ufficiale nel regime di collaborazione di giustizia. In seguito si scoprì che vi era stata una fuga di notizie dalla Procura di Caltanissetta riguardo l’imminente collaborazione di un esponente del clan nisseno dei Madonia. Altrettanto incredibile è la vicenda della notifica di un atto di differimento pena per Ilardo, conseguente alla sua collaborazione occulta con Riccio: invece di consegnare l’atto direttamente all’interessato o a Riccio, i Carabinieri lo notificarono a Maria Stella Madonia, sorella di “Piddu” Madonia, la quale si recava spesso a trovare il fratello in carcere.
In che misura l’assenza di procedimenti verso i magistrati responsabili di tali ritardi ha ostacolato l’accertamento di collusioni istituzionali e quale spiegazione si è dato riguardo all’allontanamento del Dottor Di Matteo da parte di De Raho?

Ravidà: Ritengo che, se in casi come questi fosse stata applicata la necessaria inflessibilità, aprendo indagini per chiarire la dinamica di tali gravissime omissioni, dei ritardi e di fatti inspiegabili come la notifica a Maria Stella Madonia, oggi avremmo gli elementi per stabilire se vi siano stati episodi di grave collusione istituzionale. Credo che a certi magistrati sia mancato il coraggio di perseguire i propri colleghi.
Per quanto riguarda la reale motivazione per cui il Procuratore De Raho allontanò il Dottor Di Matteo dal gruppo stragi della DNA (per poi reintegrarlo poco dopo), a seguito delle dichiarazioni rilasciate dal magistrato agli organi di informazione su indagini passate, io non ne sono al corrente. Bisognerebbe chiederlo a De Raho il quale, credo, a oggi non abbia ancora fornito pubblicamente alcuna spiegazione sulle sue decisioni di allora.
Ancora oggi, troppi aspetti di questa vicenda restano avvolti nell’oscurità, protetti da un silenzio che somiglia molto all’omertà istituzionale. Di fronte a simili zone d’ombra, viene spontaneo chiedersi se ne sia valsa davvero la pena: è valsa la pena per un poliziotto dedicare la vita alla ricerca di una verità che sembra sfuggire per disegno altrui? Ed è valsa la pena per Ilardo farsi uccidere da quello Stato che non ha saputo, o forse non ha voluto, proteggere chi aveva deciso di cambiare vita ed era pronto a consegnare alla giustizia i vertici assoluti di Cosa Nostra?
Il sacrificio di chi ha cercato la legalità si scontra con l’amara realtà di una protezione mancata e di indagini monche. Nonostante questo sconforto, credo che il peso di tali interrogativi non debba ricadere su chi ha fatto il proprio dovere, ma su altri. Le domande dovrebbero porsele coloro i quali, a prescindere che credano in Dio o meno, sono chiamati a rispondere alla propria coscienza per ciò che è stato fatto e, soprattutto, per ciò che si è scelto di non fare.