
Basta un accenno ai servizi deviati per scatenare il prurito a certi giornalisti, che si riempiono di bolle appena sentono odore di apparati statali, preferendo il rassicurante antistaminico della pista criminale. Un riflesso condizionato che si ripete dopo le parole di Roberto Savi.
Per chi soffre di questa allergia istituzionale, la cura è rapida e indolore. Gli basta guardare Roberto Savi a settantuno anni, stanco e senza permessi premio, un uomo al tramonto che, dopo decenni a Bollate, per gli allergici gioca l’ultima carta da “Belve” tirando fuori lo spettro dei servizi deviati solo per darsi un tono da testimone. Un tentativo disperato di scardinare l’ergastolo e attirare una luce diversa, mentre la verità – quando fa gioco a chi scrive – è già scritta nelle sentenze che parlano solo di ferocia pura. Niente regie occulte, ma solo un vecchio lupo che cerca di scambiare favole con la speranza di ottenere finalmente un raggio di sole fuori dalla cella.
La narrazione ufficiale si barrica dietro i faldoni digitalizzati, ripercorrendo la scia di sangue dei Savi come un delirio di onnipotenza privata, con i poliziotti feroci che sceglievano la Uno bianca solo per mimetizzarsi. Secondo questa tesi, le sentenze sono il Verbo e la verità è già stata scritta; ma ci si dimentica che la storia giudiziaria italiana è piena di pilastri crollati, con sentenze definitive smontate pezzo dopo pezzo anni dopo i fatti.
Ovviamente, il dogma della verità processuale vale solo come scudo per chi avverte il prurito appena si ipotizza una regia esterna, e le parole di Savi su omicidi mirati e protezioni dall’alto vengono liquidate come lo show di un condannato che cerca visibilità.
Le sentenze blindate su cui giura chi soffre di orticaria da apparati deviati, raccontano che l’omicidio di Pietro Capolungo fu solo una rapina per armi. Una tesi che vacilla di fronte all’arsenale mostruoso sequestrato nei covi dove, tra Kalashnikov, Beretta d’assalto e migliaia di cartucce, appare chiaro che ai fratelli Savi tutto mancasse tranne che il fuoco. Eppure, la verità ufficiale preferisce ignorare questo inventario da guerra pur di ridurre l’esecuzione di un ex carabiniere a una necessità di bottino, evitando di chiedersi perché colpire proprio un uomo legato a certi ambienti. Le liste del Servizio Centrale Operativo parlano di pile di polvere da sparo che rendono grottesca l’idea di rischiare un massacro per un altro fucile; ma per gli allergici alla parola “servizi” è meglio credere a rapinatori sbadati piuttosto che ammettere che le sentenze definitive a volte coprono il vero, trasformando un bersaglio mirato in un banale incidente di percorso criminale.
Anche il caso del brigadiere Macauda diventa un altro tassello del depistaggio logico utilizzato per sgonfiare ogni sospetto di coinvolgimento istituzionale. La sua condanna, menzionata come condanna per depistaggio (palese castroneria di chi non conosce il nostro ordinamento giuridico, poiché il reato di depistaggio all’epoca non esisteva), viene liquidata come l’errore di un singolo in cerca di gloria. Poco importa se quella condanna dimostrava che un uomo dell’Arma mentiva. Per gli allergici ai servizi si tratta solo di una manovra maldestra e personale, un’iniziativa individuale che non deve assolutamente sporcare i vertici. Così anche le menzogne accertate diventano folklore o ambizione privata, confermando il dogma di una banda di lupi solitari in divisa.
Che i Savi facessero rapine per conto proprio è un fatto, ma la faccenda si complica quando la ferocia diventa gratuita e immotivata. Secondo il giornalista Mazzanti, il depistaggio di Macauda è la prova del nove. Un brigadiere che manipola bossoli e fornisce versioni impossibili ai giudici, mentre i magistrati, pur di non indagare oltre, aggiustano la realtà affermando che Macauda mentiva sulle modalità ma che il colpevole era lui. Una tesi insostenibile, dato che quel bossolo era già nell’auto al momento del ritrovamento. Un’auto lavata accuratamente e fatta riapparire ore dopo il delitto con i sedili inzuppati d’acqua, nonostante non fosse caduta una goccia di pioggia. Macauda usò bossoli sparati da una pistola che non era la sua d’ordinanza, segno che o possedeva un’arma clandestina o era in contatto con i killer. Lo Stato, invece di scavare nei suoi contatti e nei suoi superiori, ha preferito chiudere il caso come l’iniziativa di un carabiniere infedele, coprendo così l’ombra di chi aiutò i poliziotti-killer a restare impuniti per anni. Secondo Savi, il contatto con i servizi tramite carabinieri avvenne proprio allora. Un patto di sangue dove i delitti terroristici come il Pilastro erano il prezzo da pagare per continuare a rapinare in totale libertà, mentre la stampa allergica continua a recitare il rosario delle sentenze bibliche ignorando i faldoni che scottano e le perizie accomodate per non vedere il sistema.
Massimiliano Mazzanti non è un passacarte ma un giornalista d’inchiesta vero. Uno che ha scavato negli archivi portando alla luce ciò che era stato sepolto, depositando esposti e documenti che hanno costretto la Procura a riaprire i giochi, dimostrando con la logica dei fatti come il brigadiere Macauda fu protetto da un sistema di salvataggio orchestrato da colleghi superiori e magistrati pigri, che hanno preferito non guardare nell’abisso di un caso così grave. Mazzanti fa il suo mestiere senza farsi bastare le veline ufficiali, consapevole che le sentenze non sono tavole della legge incise sulla pietra, perché la storia italiana insegna che spesso la verità sta altrove e che perfino i verdetti definitivi possono crollare come castelli di carta, proprio come il clamoroso falso del caso Scarantino ha tragicamente dimostrato.
Se domani, in questo o in un altro caso, si dovesse tornare a parlare di servizi segreti, c’è da scommettere che alcuni giornalisti potrebbero ottenere cure e antistaminici gratuiti, vista la rapidità con cui manifestano la loro allergia cronica verso questi temi. Non appena l’aria si fa pesante di interrogativi istituzionali, scatta la reazione cutanea che li spinge a rintanarsi nel porto sicuro delle verità precotte.
Sarà un caso che si tratti spesso di soggetti storicamente vicini agli ambienti delle stellette, o magari ex appartenenti ai medesimi apparati? Il sospetto è quello che il prurito sia un riflesso condizionato. Invece di indagare, preferiscono fare da scudo, pronti a derubricare ogni anomalia a coincidenza e ogni regia occulta a delirio, pur di non ammettere che, a volte, la divisa ha coperto l’ombra dello Stato che sparava su se stesso.
Gian J. Morici