
Dalla crisi economica globale al tradimento degli storici alleati, l’azzardo militare di Washington espone l’impotenza di un’Europa divisa e la fine della credibilità statunitense nel mondo
L’azzardo geopolitico di Donald Trump ha spinto il pianeta sull’orlo di un baratro senza precedenti, alimentando il fuoco di un conflitto disastroso che oggi minaccia di trasformarsi in una ferita cronica per l’intera comunità internazionale.
Mentre Washington sembra intenzionata a sfilarsi dalla campagna militare contro lIran, i segnali di un ritiro imminente non coincidono affatto con la risoluzione delle tensioni, al contrario, l’avventura trumpiana rischia di lasciare un lavoro a metà, con conseguenze devastanti che stiamo già pagando a caro prezzo.
Sotto il profilo economico, il mondo intero sta già subendo gli effetti di questa instabilità, con il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e l’impennata dei costi energetici che hanno messo in ginocchio le economie globali, senza che Tel Aviv e Washington possano dire di aver centrato i propri obiettivi strategici.
Il paradosso è che la Casa Bianca, dopo aver acceso la miccia, sembra ora disposta a dichiarare vittoria basandosi su una logica puramente di facciata, con Trump sostiene che il cambio di regime sia di fatto avvenuto con l’eliminazione dei vertici iraniani, ma con una la realtà sul campo che racconta come il regime resta in piedi e le minacce per la sicurezza regionale sono tutt’altro che sventate.
In questo scenario, il tradimento più profondo è quello consumato ai danni dei paesi del Golfo. Coinvolte in una guerra che non avevano cercato, queste nazioni si trovano oggi a fare i conti con un alleato americano che, dopo averle trascinate nello scontro, si prepara ad abbandonarle al loro destino. Questo ha portato la fiducia verso gli Stati Uniti è ai minimi storici, poichè la percezione è quella di una potenza che avvia crociate belliche per poi ritirarsi frettolosamente quando i costi politici ed economici diventano scomodi.
Per Israele e per le monarchie del Golfo, la fine delle operazioni americane non coinciderà con la pace, poiché, oltre a non avere raggiunto i propri obiettivi economici in danno degli altri paesi, se il regime iraniano sopravvive – ed è impensabile che non sopravviva – manterrà la capacità di riarmarsi, e il conflitto entrerà semplicemente in una fase nuova e forse più pericolosa. Questa guerra ha innescato una corsa al riarmo da parte di tutte le nazioni, avendo dimostrato che a nulla servono le regole, i trattati e le convenzioni internazionali, quando la legge alla quale attenersi è quella del più forte. La lezione che resta è amara. Quella di un’azione militare impulsiva e priva di una visionea lungo termine che ha prodotto solo macerie economiche e una profonda instabilità diplomatica, lasciando chi vive in quella regione a gestire le macerie di una strategia fallimentare.
Per mascherare l’evidente fallimento della sua strategia, Trump ha dato il via alla ricerca di un capro espiatorio, puntando il dito con ferocia contro i partner europei, in un grottesco ribaltamento della realtà. Il Presidente statunitense accusa ora i suoi alleati storici di essere la causa dell’impasse, scagliandosi contro la Francia, il Regno Unito e l’intera Unione Europea, colpevoli a suo dire di non essere abbastanza bellicosi o collaborativi.
La rabbia di Trump si è spinta fino a mettere in discussione i pilastri stessi della NATO, arrivando a minacciare il principio di difesa collettiva, in un paradosso che sfiora il ridicolo nello stesso momento in cui richiama gli europei ai loro doveri verso l’Alleanza Atlantica proprio mentre ignora che la NATO è un patto difensivo, non un assegno in bianco per sostenere avventure offensive avviate unilateralmente.
Il Presidente sembra dimenticare, o finge di farlo, che la campagna militare contro l’Iran è stata lanciata in modo scriteriato esclusivamente dagli Stati Uniti e da Israele, senza consultare né coinvolgere quegli stessi alleati che ora vengono insultati. Washington pretende obbedienza cieca in imprese nate fuori da ogni cornice di legalità internazionale o di mutuo soccorso, pretendendo che l’Europa si faccia carico di una guerra che non ha contribuito a scatenare.
Questa retorica del rancore non solo danneggia i rapporti diplomatici, ma rivela una visione distorta del concetto di alleanza. Per Trump, i partner sono tali solo quando devono seguirlo in conflitti suicidi, mentre quando invece scelgono la via della prudenza e del rispetto dei trattati, diventano nemici da punire. In questo modo, gli Stati Uniti non stanno solo perdendo la guerra in Medio Oriente, ma stanno attivamente smantellando l’architettura di sicurezza occidentale, isolandosi proprio nel momento di maggior bisogno.
L’incessante minaccia di un disimpegno statunitense dalla NATO non fa che confermare la cronica inaffidabilità di una Washington ormai ripiegata su se stessa, mettendo a nudo la colpevole mancanza di lungimiranza di molti leader europei che, negli ultimi anni, hanno remato contro il progetto di un’Europa unita e militarmente autonoma. Invece di costruire un polo sovrano capace di negoziare la propria sicurezza e i propri interessi economici da una posizione di forza, questi leader hanno lavorato per smantellare la coesione comunitaria, riducendo le singole nazioni al rango di attori marginali.
Il risultato di questa politica miope è sotto gli occhi di tutti. I paesi europei si sono trasformati in “accattoni della sicurezza”, costretti a elemosinare una protezione che oggi gli Stati Uniti mettono cinicamente all’asta. Per decenni, l’acquisto di costosi armamenti di fabbricazione americana è stato presentato come un investimento necessario, ma ha sortito l’effetto opposto, privando gli eserciti europei della loro autosufficienza, e oggi, le forze armate del continente non sono che pezzi sparsi di un set di costruzioni che può funzionare solo sotto il patrocinio di Washington. Senza il comando centrale statunitense, l’Europa si scopre incapace di difendersi da sola.
Questa dipendenza critica è stata venduta ai cittadini sotto il falso pretesto del risparmio e dell’efficienza, ma è servita solo a garantire profitti all’industria bellica americana e a imporre il volere di Washington, grazie a quanti hanno cercato di sabotare l’integrazione europea consegnando di fatto le chiavi della nostra sovranità a un alleato che non esita a ricattarci o ad abbandonarci a seconda dei propri interessi elettorali interni.
È un’ingenuità imperdonabile – se di ingenuità si tratta – credere che basti superare la soglia del due per cento del PIL nelle spese militari per essere al sicuro. Finché l’Europa non smetterà di essere un mosaico di nazioni dipendenti e non inizierà a ragionare come un’entità forte, capace di intessere rapporti economici e diplomatici basati sulla convenienza reale e non sulla sottomissione ideologica, resteremo in balia dell’umore di un leader d’oltreoceano. La folle avventura di Trump è l’ultimo segnale di un sistema rotto, dove chi ha distrutto l’unità europea per opportunismo, oggi sfacciatamente parla di Europa, mentre si ritrova a gestire una nazione vulnerabile, priva di protezione e legata al destino di un partner che ha già dimostrato di non essere degno di fiducia.
La parabola di Donald Trump, segnata da un’aggressività bellica tanto scriteriat quanto inconcludente, lascia in eredità un ordine mondiale in frantumi e un’economia piegata dalle tensioni energetiche. Se l’obiettivo era indebolire l’Iran, il risultato è stato quello di alienarsi il sostegno dei paesi del Golfo e di umiliare gli alleati europei, oggi trattati come subordinati inadempienti piuttosto che come partner paritari.
Questa crisi deve servire da ultimo, brutale richiamo per l’Europa. Continuare a sabotare il progetto di un’unione forte e di una difesa comune significa condannarsi a una sudditanza eterna verso una potenza che non nasconde più il proprio disprezzo per i trattati internazionali. Il tempo della delega e dell’ingenuità è scaduto. La sicurezza e la stabilità economica del continente non possono più dipendere dall’umore di un leader a Washington o da una NATO usata come strumento di ricatto.
Il fallimento di Trump non è solo una sconfitta della diplomazia americana, ma è il fallimento definitivo di quel modello di sovranismo nazionale che, spacciando per indipendenza lo smantellamento della comunità europea, ha finito per trasformare le nostre nazioni in pedine sacrificabili sullo scacchiere di una nuova, disastrosa instabilità globale. Senza una reale autonomia strategica e militare, i paesi europei, oggi e in futuro, saranno solo ostaggi di avventure belliche altrui, costretti a pagarne i costi senza avere voce in capitolo.
Gian J. Morici