
Leggendo varie interviste, dichiarazioni e contributi apparsi sui consueti gruppi social, i quali ben farebbero ad assumere denominazioni quali “Sostegno al Generale Mori” o analoghe, sembrerebbe emergere da ultimo l’ipotesi che La Barbera abbia agito con l’intento di preservare il “nido di vipere”, lasciandolo apparire contiguo a Cosa Nostra, dalle dirette presunte responsabilità inerenti ai drammatici eventi stragisti del 1992, o quantomeno a quello consumatosi in via D’Amelio.
Una visione che costituisce una rilettura dell’orientamento espresso dalla Corte d’Appello di Caltanissetta, successivamente ratificato dalla Corte di Cassazione, che aveva decretato il non luogo a procedere per sopraggiunta prescrizione nei confronti di Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, imputati di concorso in calunnia con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa.
Sotto il coordinamento del fu Arnaldo La Barbera, all’epoca alla guida della Squadra Mobile, i tre appartenenti alla Polizia di Stato avrebbero orchestrato ad arte un’artificiosa ricostruzione dell’eccidio – nel quale persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della sua tutela: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina – inducendo coattivamente individui quali Vincenzo Scarantino, figura di secondo piano della criminalità del quartiere Guadagna, a fornire una narrazione mendace della fase organizzativa dell’attentato e a chiamare in causa esponenti mafiosi del tutto estranei all’attentato di via D’Amelio.
In conseguenza del venir meno dell’aggravante mafiosa, è sopraggiunta la dichiarazione di prescrizione dei reati.
I motivi dell’esclusione della finalità di favorire Cosa Nostra risultano chiaramente indicati nella medesima requisitoria del giudizio d’appello, nella quale pur essendo stata invocata la condanna per Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, e malgrado le riserve espresse nei confronti di “alcuni magistrati, poco attenti, che non sono stati in grado di cogliere elementi di indici di falsità dell’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino”, la Pubblica Accusa ha addotto la sussistenza di “un tradimento degli uomini dello Stato, che non hanno tradito solo il giudice Paolo Borsellino, ma anche i loro colleghi, gli agenti della scorta morti nella strage”.
La requisitoria, infatti, evidenzia come “Le indagini conseguenti alla strage di via d’Amelio hanno avuto un inquinamento probatorio, siamo dinanzi all’ennesimo capitolo iniziato oltre trent’anni fa e non ancora concluso. Vicende che ancora sono irrisolte e meritano di essere approfondite. Ci sono stati quattro procedimenti, condanne ingiuste e rivisitazioni delle sentenze. Non possiamo esimerci dal dire che a questo inquinamento probatorio ha contribuito anche il comportamento di alcuni magistrati, poco attenti, che non sono stati in grado di cogliere elementi di indici di falsità dell’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino. C’è stato anche un tradimento degli uomini dello Stato, che non hanno tradito solo il giudice Paolo Borsellino, ma anche i loro colleghi, gli agenti della scorta morti nella strage. Un tradimento dovuto ad un forte interesse, perché sapevano che con il loro comportamento avrebbero sviato le indagini, vuoi per proteggere pezzi dello Stato, vuoi per coprire mafiosi, per questo motivi chiedo la condanna a 11 anni e 10 mesi di carcere Mario Bo, e a 9 anni e 6 mesi ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo”.
Ancor più categoriche appaiono le considerazioni di Maurizio Bonaccorso, sostituto procuratore applicato al medesimo dibattimento di secondo grado, il quale ha sottolineato come “i colpevoli non sono solo Bo, Ribaudo, Mattei e il defunto La Barbera, ma dovremmo avere in aula molti più imputati, in base alle risultanze processuali, ci sono vertici che hanno avuto la fortuna di passare indenni da questa vicenda, ci sono soggetti che sono morti”, precisando altresì che la finalità dell’opera di depistaggio promossa da La Barbera risiedeva “nell’interesse di cosa nostra per evitare che si venissero disvelati i rapporti tra la mafia e apparati dei servizi deviati”.
Si tratta di un intendimento ben preciso, reiportato nelle motivazioni della sentenza d’appello e convalidato dalla Suprema Corte di Cassazione, la quale, in riferimento all’operato di La Barbera, asserisce: “Suo obiettivo certamente principale era quello di dare corso ad una prospettazione minimalista che non intaccasse responsabilità di soggetti esterni in qualsiasi modo coinvolti nella strage”, rilevando inoltre come l’allora dirigente della Squadra Mobile, contiguo al Sisde, “certamente sapeva che stava coprendo responsabilità diverse da quelle di esponenti di ‘Cosa nostra’, ma mostrava anche di volerne colpire articolazioni e struttura in una prospettiva minimalista ma funzionale ad agevolare apparati più che l’organizzazione; o meglio ad agevolare alcuni esponenti di ‘Cosa nostra’ laddove accomunati da responsabilità con esponenti degli apparati”.
In riferimento alla parola “apparato”, la definizione offerta dal vocabolario Treccani ne illustra la natura di “Complesso degli organi di governo, della burocrazia, e sim.: a. statale; nel linguaggio tecnico-organizzativo dei partiti, l’insieme delle persone che costituiscono gli organi dirigenti centrali e periferici”; analogamente, la locuzione “apparati dei servizi deviati”, richiamata nel corso del giudizio d’appello dal sostituto procuratore Maurizio Bonaccorso, afferisce palesemente alle strutture d’informazione e sicurezza, le quali, secondo quanto riportato da Wikipedia, costituiscono “l’insieme degli organi e delle autorità dei servizi segreti e di intelligence della Repubblica Italiana”.
A dispetto di una attenta ricerca, non sussiste alcuna codificazione o significato lessicale che colleghi le definizioni di “apparati” e “servizi segreti” al concetto di “nido di vipere”.
Prescindendo dall’innegabile profilo di responsabilità attribuibile al cosiddetto “covo di vipere”, occorrerebbe interrogarsi su quali riscontri i magistrati – peraltro selezionati in giovane età e privi di consolidata esperienza – avrebbero dovuto fondare l’attività inquirente, se non sul materiale documentale che gli organi investigativi, quali il La Barbera e i suoi collaboratori, compilavano e rassegnavano negli atti.
Ove poi vi fosse chi ritenesse che taluni magistrati, oltre alle acclarate condotte di isolamento nei confronti di Falcone e Borsellino ovvero a reiterate omissioni investigative, debbano rispondere di contiguità con Cosa Nostra per aver concorso all’ideazione o all’esecuzione dei drammatici attentati, si proceda allora ad dichiararne le identità, richiedendo formali iscrizioni nel registro degli indagati e l’instaurazione dei relativi procedimenti penali.
Suscita non poche perplessità e amarezza la constatazione di come si tenda a tralasciare il fatto che la costruzione del falso collaboratore di giustizia Scarantino sia da addebitare all’iniziativa del Sisde, che lo accreditò falsamente quale elemento ben inserito nell’organizzazione mafiosa. Ma, purtroppo, nei confronti delle condotte di appartenenti agli apparati di sicurezza, pare esservi una metodica reticenza.
L’alternativa è quella che o si palesa un’incomprensione della lingua italiana e del contenuto dei pronunciamenti giurisdizionali riguardantiil depistaggio, oppure si difetta del necessario rigore per esaminare ed affrontare le componenti causali ulteriori rispetto alla sola responsabilità di Cosa Nostra e di taluni magistrati, al fine di risalire ai veri moventi e ai reali responsabili di quegli eventi stragisti.
Gli intenti protettivi di La Barbera erano nei confronti della magistratura, oppure a vantaggio di ben differenti ambiti e personalità?
Come pronunciato nel corso della requisitoria, “C’è stato anche un tradimento degli uomini dello Stato, che non hanno tradito solo il giudice Paolo Borsellino, ma anche i loro colleghi, gli agenti della scorta morti nella strage”. Un tradimento che oggi appare arrecato anche alla loro memoria nella misura in cui perdura la mancanza di volontà nell’approfondire ogni singolo aspetto inerente alla scomparsa di Falcone, di Borsellino e di tutti coloro che con essi patirono un così tragico destino.
Gian J. Morici