
Le odierni dichiarazioni del Procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca davanti alla Commissione Antimafia aprono uno squarcio inquietante sulla gestione dei collaboratori di giustizia in Italia. Definendo le dichiarazioni di Alberto Lo Cicero (paragonandolo a Scarantino) come “carta straccia”, De Luca ha ricordato come già nel 1995 fosse stato accertato che l’uomo avesse mentito sulla sua stessa appartenenza a Cosa Nostra. Se non era un uomo d’onore, Lo Cicero non poteva conoscere i segreti dell’organizzazione, azzerando così ogni tesi su un coinvolgimento dell’eversione nera nelle stragi del 1992, basata sulle sue parole e su quelle della compagna Maria Romeo.
Questa presa di posizione, tanto risoluta quanto tardiva, porta a chiedersi come sia stato possibile, per interi decenni, prestare fede a personaggi i cui racconti erano persino più smentiti dagli atti, come nel caso di Vincenzo Calcara, che pur essendo totalmente estraneo ai ranghi di Cosa Nostra, è stato a lungo al centro di narrazioni romanzesche che tiravano in ballo personalità come Andreotti e Marcinkus.
Ciò nonostante, le procure hanno insistito fino a pochissimi anni fa nell’inserire i suoi verbali nei fascicoli processuali per reati di mafia, sostenendo tesi che la realtà dei fatti ha poi inesorabilmente demolito.
Lo stesso De Luca, oggi a Caltanissetta, ha ricoperto il ruolo di aggiunto a Palermo quando a Calcara, nonostante le sentenze, veniva dato credito. Se la fallibilità del sistema è così evidente oggi nel caso di Lo Cicero, bisognerebbe chiedersi se, come sostiene De Luca che i disastri giudiziari recenti sono figli di una scorretta gestione dei collaboratori per inesperienza o inadeguatezza, questa critica non investa anche il passato prossimo.
De Luca ha ammesso con onestà che la gestione dei collaboratori è un tema complesso, parlando di pentiti che funzionano come “jukebox”, pronti ad assecondare i magistrati per ottenere vantaggi o rilevanza.
Oggi emerge un quadro inquietante sulla gestione della prova dichiarativa difficile da decifrare, se da un lato, collaboratori come Lo Cicero vengono liquidati come “carta straccia” poiché la loro estraneità all’organizzazione rende le loro parole prive di ogni fondamento tecnico e gerarchico, mentre dall’altro la storia giudiziaria mostra come, dinanzi a panzane macroscopiche e ricostruzioni inverosimili come quelle di Calcara, il sistema abbia continuato per decenni a concedere credito, utilizzandolo per imbastire processi e alimentare teoremi.
Questo cortocircuito solleva un problema di credibilità che mette in discussione non solo l’operato di ieri, ma anche la lucidità delle analisi odierne, investendo direttamente la capacità di valutazione della magistratura. Se il criterio di attendibilità è così oscillante, il rischio è che la giustizia continui a muoversi su un terreno scivoloso, dove la gestione dei collaboratori diventa lo strumento per confermare o confutare tesi preconcette piuttosto che il mezzo per raggiungere una verità.
Il Procuratore ha poi precisato che l’ipotesi di un coinvolgimento dell’eversione nera non può essere accantonata del tutto per certi episodi legati alla mafia.
Al contrario, esistono casi specifici, come l’assassinio di Piersanti Mattarella o la figura di Paolo Bellini, che esigono senza dubbio un’analisi profonda e una riflessione accurata.
Proprio riguardo al delitto Mattarella, pur chiarendo che non rientra nella sfera d’azione del suo ufficio, il magistrato ha sottolineato come si tratti di una pagina drammatica della nostra storia che giustifica pienamente l’impegno massiccio profuso nel tempo dai colleghi di Palermo.
Il medesimo ragionamento è stato applicato alla posizione di Paolo Bellini, già destinatario di un ergastolo definitivo per la strage di Bologna.
Il Procuratore ha spiegato che non sussistendo elementi probatori tali da reggere una accusa in dibattimento, nonostante sia stata avanzata per questa ragione un’istanza di archiviazione nei suoi confronti, ciò non preclude la possibilità di condurre in futuro nuovi esami e analisi sulla sua figura.
De Luca ha inoltre sollevato il tema, tuttora irrisolto, riguardante l’identità del soggetto che avrebbe tradito la fiducia di Paolo Borsellino.
A tal proposito, il magistrato ha richiamato le testimonianze dei colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa, i quali descrissero lo stato di profondo abbattimento di Borsellino dopo aver appreso del tradimento di una persona a lui vicina; un nome che, tuttavia, il giudice non rivelò mai ai due magistrati.
Recentemente, alcune ipotesi giornalistiche avanzate da Report hanno indicato nell’ex parlamentare Guido Lo Porto il possibile “traditore”, basandosi su un’intervista all’ex pm Vittorio Teresi, che avrebbe riferito di aver informato Borsellino dei legami tra Lo Porto e il boss Mariano Tullio Troia.
De Luca ha espresso forti dubbi su questa ricostruzione, sottolineando come sia improbabile che Teresi possa aver dimenticato la reazione di Borsellino a una rivelazione di tale gravità. Secondo il Procuratore, un uomo passionale come Borsellino non sarebbe mai rimasto indifferente davanti alla notizia che un amico frequentava un boss mafioso, e tale reazione sarebbe rimasta impressa indelebilmente nella memoria di chiunque gliela avesse riferita.
Gian J. Morici