
A Caltanissetta è in atto uno scontro istituzionale senza precedenti tra la gip Graziella Luparello e la Procura guidata da Salvatore De Luca sulle indagini per i mandanti esterni delle stragi del 1992, con la gip che ha respinto la richiesta di archiviazione dei pm, ordinando nuove indagini urgenti e attività a sorpresa, e la Procura che ha reagito in modo anomalo, rifiutandosi di eseguire gli atti e ricorrendo in Cassazione contro l’ordinanza del giudice, definita abnorme, poiché secondo i magistrati inquirenti, la gip starebbe invadendo il campo d’azione della pubblica accusa e interferendo con altri procedimenti già assegnati.
Lo scontro ruota attorno alle rivelazioni di Alberto Lo Cicero, autista del boss Troia, emerse in un audio trasmesso ieri sera da Report. Lo Cicero indicava Stefano Delle Chiaie, leader della destra eversiva, come presente a Palermo per sopralluoghi prima della strage di Capaci e come collegamento tra la mafia e ambienti politici.
Mentre la Procura, anche davanti alla Commissione Antimafia, ha sostenuto che non esistessero prove documentali serie e che le sue parole valessero zero tagliato, la trasmissione Report ha scardinato questa narrazione ufficiale pubblicando l’audio del colloquio avvenuto il 5 giugno 2007, quando, pochi mesi prima di morire, Lo Cicero descriveva Stefano Delle Chiaie come un punto di contatto tra la mafia e specifici settori politici, incaricato di orientare la strategia delle stragi.
Secondo il collaboratore, il leader di Avanguardia Nazionale avrebbe incontrato il boss Mariano Tullio Troia a Palermo e avrebbe partecipato a sopralluoghi diretti sull’autostrada di Capaci. La scoperta di questo file dimostra che le informazioni su Delle Chiaie erano note agli uffici giudiziari da anni, smentendo la tesi secondo cui non esistessero dichiarazioni verbalizzate sulla pista nera, trasformando una disputa procedurale in un caso di rilevanza nazionale sulla ricerca della verità per le stragi del 1992.
Questo cortocircuito tra la verità documentale e quella dichiarata nelle sedi istituzionali è alla base della decisione della gip Luparello di imporre nuove indagini. Il giudice ritiene che, davanti a prove fisiche di tali conversazioni, la magistratura non possa limitarsi a un giudizio di inattendibilità senza prima aver esperito tutti i tentativi tecnici e di riscontro necessari.
La diffusione dell’audio del 2007 da parte di Report ha agito come un detonatore in un panorama giudiziario che sembrava cristallizzato. Le parole di Lo Cicero, registrate poco prima della sua scomparsa, descrivono Stefano Delle Chiaie come un terminale strategico, un ponte tra entità politiche non identificate e i vertici mafiosi per la realizzazione della strage di Capaci.
Questo documento ha una doppia valenza, non è solo un potenziale spunto investigativo, ma è diventato la prova di un vuoto informativo durato quasi vent’anni, e il fatto che lo Stato disponesse di queste dichiarazioni fin dal 2007 – mentre ufficialmente si continuava a sostenere che non vi fossero elementi concreti sulla pista nera – ha incrinato la fiducia delle parti offese nelle istituzioni inquirenti.
La Procura di Caltanissetta, pur riconoscendo l’esistenza del file, ne ribadisce l’irrilevanza processuale. La tesi dei pm è che si tratti di narrazioni prive di riscontri, già scartate in passato dalla Direzione Nazionale Antimafia di Pietro Grasso perché ritenute inattendibili, e secondo i magistrati nisseni, l’audio non aggiunge nulla di nuovo che possa trasformare un sospetto in una prova utilizzabile in tribunale.
Per la gip Luparello e per i legali di Salvatore Borsellino, il punto però non è solo la credibilità di Lo Cicero, ma l’omissione di accertamenti tecnici che avrebbero potuto confermare o smentire quelle parole quando i protagonisti erano ancora in vita, e la nota del giugno 1992, che attesta l’interesse di Paolo Borsellino per Lo Cicero, aggrava la posizione della Procura, suggerendo che quella traccia fosse considerata seria già dal magistrato ucciso in via D’Amelio.
Questo scontro tra la verità storica, che emerge prepotentemente dai file audio, e la verità processuale, difesa strenuamente dalla Procura tramite il ricorso in Cassazione, rappresenta oggi il cuore del conflitto. La decisione di ordinare attività a sorpresa nasce proprio dalla convinzione della gip che esistano ancora margini per verificare se quel “terminale” nero abbia davvero giocato un ruolo operativo nella stagione delle stragi.
Le attività a sorpresa ordinate dalla Luparello mirano a colmare quelle che il giudice ritiene lacune investigative imperdonabili, utilizzando strumenti invasivi per cristallizzare prove che il tempo rischia di cancellare definitivamente. Il focus su Paolo Bellini e Stefano Delle Chiaie non è solo teorico, ma si traduce in richieste di accertamenti tecnici specifici, come l’analisi delle celle telefoniche e perquisizioni volte a rintracciare documenti o reperti mai acquisiti prima.
Questo approccio si scontra con la visione della Procura di Caltanissetta. I pm considerano queste manovre non solo inutili, ma pericolose per la tenuta di altri filoni d’indagine già incardinati presso diversi giudici. Per l’accusa, la gip starebbe forzando la mano su piste morte, trasformando il ruolo di controllo del giudice in una sorta di super-procura che scavalca la discrezionalità degli inquirenti.
Di diverso avviso l’avvocato Fabio Repici che ha risposto con una diffida, sostenendo che i pm non abbiano il potere di impugnare un ordine di indagini coatte e siano obbligati a obbedire. Per la difesa di Salvatore Borsellino, il ricorso in Cassazione è solo un tentativo di evitare accertamenti che potrebbero far emergere verità scomode sulla pista nera.
La tesi della parte offesa è che la magistratura inquirente stia violando un obbligo gerarchico previsto dal codice. Secondo questa tesi, quando il gip ordina indagini coatte a seguito di un’opposizione all’archiviazione, il pubblico ministero è tenuto a compierle senza riserve, e la diffida presentata sottolinea come l’inazione possa configurare reati gravi, poiché impedisce di fatto l’accertamento della verità su soggetti esterni a Cosa Nostra.
La decisione finale della Cassazione stabilirà se un giudice può effettivamente imporre alla Procura un’agenda investigativa così dettagliata e d’urgenza, o se i pm manterranno il diritto di filtrare quali indagini siano realmente proficue per il dibattimento.
Cosa accadrebbe se la Corte di Cassazione dovesse rigettare il ricorso della Procura di Caltanissetta, confermando che l’ordinanza della gip Luparello non è abnorme?
A quel punto lo scenario che si aprirebbe sarebbe senza precedenti e comporterebbe conseguenze pesanti su più livelli.
Sul piano procedurale, i pubblici ministeri sarebbero obbligati a eseguire immediatamente le indagini coatte, comprese le attività a sorpresa, e non avrebbero più alcuna base legale per rifiutarsi. Se persistessero nell’inazione, come ipotizzato dall’avvocato Fabio Repici nella sua diffida, potrebbero profilarsi estremi di rilievo penale. Inoltre, l’avvocatura di parte offesa ha già ventilato l’ipotesi di favoreggiamento, nel caso in cui l’omissione delle indagini finisse per agevolare i soggetti che dovrebbero essere investigati.
Sul piano disciplinare, una sentenza della Cassazione favorevole alla gip metterebbe i magistrati della Procura nel mirino del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Il rifiuto di ottemperare a un ordine del giudice, qualora venisse stabilito che tale ordine era legittimo, costituirebbe una grave violazione dei doveri d’ufficio.
Sotto il profilo investigativo, si verificherebbe un paradosso istituzionale; le indagini sulla pista nera e sui mandanti esterni verrebbero condotte da magistrati che hanno pubblicamente dichiarato che quelle stesse piste valgono zero tagliato. Questo solleverebbe forti dubbi sull’efficacia e sulla genuinità degli accertamenti. In casi di tale tensione, la Procura Generale potrebbe valutare l’avocazione dell’indagine, togliendola alla Procura di Caltanissetta per affidarla a un altro ufficio, a causa del conflitto insanabile che si è creato?
Infine, ci sarebbe un impatto politico e sociale enorme. Una vittoria legale della gip Luparello darebbe forza alle tesi di chi, come Salvatore Borsellino, sostiene che pezzi dello Stato abbiano cercato di occultare la verità per decenni, mentre il procuratore De Luca si troverebbe in una posizione di estrema debolezza istituzionale, avendo espresso giudizi trancianti in Commissione Antimafia su elementi che un altro organo giudiziario ha invece ritenuto meritevoli di approfondimento urgente.
La decisione della Cassazione, attesa a breve, non sarà dunque solo una questione di codici, ma stabilirà chi ha il controllo ultimo sulla direzione delle indagini stragiste in Italia, se il pubblico ministero, con la sua discrezionalità investigativa, o il giudice per le indagini preliminari, con il suo ruolo di garanzia e controllo sulla completezza delle ricerche della verità.
Il ruolo dell’informazione, guidato dalle inchieste di Report, ha agito come un reagente chimico in una vicenda già satura di tensioni, poiché la diffusione degli audio di Alberto Lo Cicero ha spostato il dibattito dalle aule di giustizia alla pubblica opinione, rendendo palese la distanza tra la verità ufficiale della Procura e gli spunti investigativi rimasti per anni inascoltati.
Lo scontro si è polarizzato rapidamente. Da una parte si schiera chi vede nell’inchiesta giornalistica un’indebita interferenza o, peggio, un tentativo di alimentare teoremi politici senza basi giuridiche. Dall’altra, chi interpreta la resistenza della Procura di Caltanissetta e gli attacchi al programma di Ranucci come una forma di censura istituzionale volta a proteggere segreti che durano da trent’anni.
Il sospetto sollevato dalle parti civili è che non si tratti più di errori investigativi o di depistaggi messi in atto da criminali, ma di un consapevole occultamento delle prove da parte di organi dello Stato. Questa accusa trasforma la disputa tra la gip Luparello e i pm in un vero e proprio scontro di civiltà giuridica.
Il conflitto si risolverà a breve su due fronti: la decisione della Cassazione sull’ammissibilità del ricorso della Procura e l’udienza del 28 gennaio 2026, in cui il gip Bologna dovrà decidere sull’archiviazione di Paolo Bellini, atto che l’ordinanza della Luparello ha cercato di congelare.
L’unico dato certo al momento, è quello della smentita in merito al fatto che non esistessero prove in merito al fatto che Lo Cicero avesse rilasciato dichiarazioni sul coinvolgimento di appartenenti all’estremismo di destra nelle stragi, rimettendo in discussione le dichiarazioni del procuratore De Luca dinanzi la Commissione Antimafia.
Gian J. Morici