
Nell’era dei social network, dove tutto sembra a portata di click, una nuova categoria di figure si aggira nella rete: i cosiddetti “esperti” in materia forense. Sono volti accattivanti, voci persuasive che promettono risposte semplici a dilemmi complessi, affascinando folle di follower con storie avvincenti e consigli apparentemente autorevoli. Il loro seguito cresce rapidamente, alimentato dalla brama di conoscenza e dalla curiosità morbosa che i temi come la cronaca nera spesso suscitano. Ma dietro questa patina di sicurezza e professionalità, si nasconde spesso ben altro: disinformazione, superficialità e, talvolta, un pericoloso senso di onnipotenza digitale.
Chi sono i “nuovi mostri” esperti forensi del web?
Con titoli altisonanti e curriculum farciti di “esperienze” o “competenze acquisite” all’estero o poco verificabili -se non del tutto improbabili – si presentano come professionisti impeccabili, talvolta raccontando storie convincenti sulla loro presunta esperienza nel campo forense, anche se in realtà, nessuno li ha mai visti varcare la soglia dei Tribunali in veste di consulenti o periti.
Con poca padronanza del lessico tecnico e talvolta anche della stessa lingua italiana, tra uno strafalcione e un congiuntivo errato, spesso non riescono a formulare una frase di senso compiuto o che non contenga errori di sintassi, ma per impressionare il pubblico e conferire un’aura di autorevolezza, elencano titoli, specializzazioni, master, dottorati e infarciscono le loro opinioni con parole tratte a caso dal lessico forense. Alcuni, si autodefiniscono addirittura professori, pur non avendo mai ottenuto una cattedra in un’università statale tramite concorso pubblico; nella migliore delle ipotesi, hanno semplicemente preso parte come docenti a qualche lezione occasionale. Mal digeriscono la critica costruttiva e quando vengono contraddetti, reagiscono con insicurezza e arroganza, pretendendo di conoscere i titoli accademici degli interlocutori, senza però interrogarsi sulla reale spendibilità e pertinenza dei propri, ma soprattutto se hanno l’esperienza necessaria per la trattazione di certi argomenti.
Nel loro delirio di onnipotenza,discutono con veemenza di ogni argomento, dal codice di procedura penale, alle indagini tradizionali, passando per quelle genetiche, dattiloscopiche e informatiche, atterrando, inesorabilmente, nel campo della filosofia del caos e trascinando con sé il popolo di seguaci che alimentano il loro ego. Armati di webcam, microfono, e un po’ di teatralità, questi personaggi si addentrano in argomenti delicati, come ricostruzioni di scene del crimine, analisi psicologiche, interpretazione di dati autoptici, analisi genetiche e di impronte digitali. Spesso la loro popolarità cresce grazie alla capacità di creare suspense, di raccontare storie avvincenti e di offrire loro “verità alternative” o meglio ancora, “cospirative” che catturano l’immaginazione e l’interesse del pubblico.
Questi sedicenti “esperti” non si limitano a informare: costruiscono con astuzia un personaggio capace di catturare lo sguardo, affascinare e persino conquistare la fiducia di chi li ascolta. Ma dietro la loro maschera carismatica si cela spesso una conoscenza fragile, appresa in fretta da fonti poco affidabili e priva di oggettività. Le loro affermazioni raramente poggiano su basi solide o tecnico-scientifiche eppure, riescono a farsi spazio tra i veri professionisti grazie a una comunicazione studiata e persuasiva, fatta di slogan e di semplificazioni concettuali per accontentare il sentimento di pancia. Sono quelli che si scagliano e offendono gratuitamente il lavoro dei veri professionisti senza aver mai svolto nemmeno per un minutoil loro stesso mestiere.
La presenza costante di questi soggetti privi di adeguata preparazione tende a sminuire il valore e la rilevanza del lavoro svolto con costanza e rigore da chi, quotidianamente, si dedica con serietà alle professioni forensi; non di rado, infatti, accade che professionisti che hanno investito anni nello studio, nella formazione e operando direttamente sul campo, vengano oscurati da individui che si improvvisano “guru” del settore. Tali figure, prive delle necessarie competenze, spesso forniscono indicazioni errate in merito a casi giudiziari, commentano indagini senza una reale conoscenza delle procedure, o si cimentano in analisi psicologiche senza alcuna formazione specifica. Di conseguenza, i veri esperti si trovano costretti a intervenire per chiarire e correggere errori diffusi, mentre la fiducia nelle competenze autentiche rischia di essere compromessa. Emblematico è il caso dei contenuti diffusi sui social network, dove vengono interpretati dati sensibili o ricostruite scene del crimine senza alcun fondamento scientifico: in tali circostanze, il pubblico tende a lasciarsi influenzare maggiormente dal carisma che dalla preparazione, relegando in secondo piano chi possiede una reale expertise. Il rischio? Che l’utente comune, affascinato dai temi e dalla rivelazione di “segreti” attribuiti a fonti privilegiate con l’ostentazione di amicizie nel settore e disorientato dalla complessità della materia forense, si affidi a questi moderni “illusionisti forensi”, scambiando apparenza per competenza.
Una menzione particolare è doverosa anche per i fanatici dei social. Fedelissimi “seguaci” di questi pseudo esperti e che si riconoscono subito. Sono coloro che, “con il quoziente intellettivo di uno yoghurt scaduto (yogurt, yoghurt o iogurt riferisce il dizionario Treccani)” in maniera compulsiva si arrogano il diritto di criticare, commentare e travolgere la più banale delle regole sociali: ognuno faccia il proprio mestiere e parli di ciò che realmente sa. Sono coloro che creano le c.d. Shit-storm, letteralmente “tempesta di cacca”, ovvero vere e proprie ondate di odio social da parte di persone che mosse da uno spirito di devozione del proprio idolo, si scagliano con una ferocia e violenza inaudita verso chiunque osi, mettere in dubbio o sostenere un parere contrario. Lo abbiamo visto recentemente con il Generale Luciano Garofano, con la dott.ssa Roberta Bruzzone, con la dott.ssa Anna Vagli, con la genetista Marina Baldi (a cui ho rubato la citazione del fermentato scaduto), con il Prof. De Stefano, con l’Ing. Paolo Reale, con la Famiglia Poggi, con le sorelle Cappa, con gli allora operanti del RIS di Parma, con l’ex magistrato Venditti e con gli Avvocati Tizzoni, Taccia, Aiello e Lovati.
I social network rappresentano un terreno estremamente fertile per la diffusione di questo fenomeno. L’interesse per i casi giudiziari, il fascino dei misteri irrisolti e la curiosità verso criminologia, criminalistica, indagini scientifiche e psicologia si trasformano in spettacolo quotidiano, alimentato da serie TV e podcast true crime che plasmano l’immaginario collettivo. In questo scenario, la materia forense diventa un palcoscenico dove il confine tra realtà e finzione si assottiglia sempre di più. I sedicenti esperti sfruttano abilmente questa situazione, narrando storie accattivanti e semplificando all’eccesso questioni tecniche complesse ed estremamente delicate.
I rischi di affidarsi al sapere dei finti esperti
La circolazione incontrollata di analisi forensi prive di reale fondamento contribuisce a consolidare convinzioni errate e stereotipi fuorvianti, facendo credere che sia sufficiente seguire questi presunti esperti per acquisire una reale preparazione nel campo forense. Tale dinamica alimenta anche il cosiddetto “effetto Dunning-Kruger”: una distorsione cognitiva che porta chi ha poca esperienza a sopravvalutare le proprie competenze. È facile, infatti, cadere nell’errore di pensare che basti guardare qualche video offerto da questi “esperti” per sentirsi, a propria volta, competenti in criminalistica o nelle professioni forensi.
Dietro ogni teoria priva di fondamento e ogni analisi superficiale si celano conseguenze concrete e spesso dolorose: indagini che rischiano di essere compromesse, opinioni pubbliche distorte, reputazioni distrutte e vite segnate da giudizi ingiusti. Immaginate di essere un familiare di una vittima di cronaca nera: un giorno, accedendo a un social network, vi imbattete in un sedicente “esperto” che, senza alcuna reale competenza, analizza pubblicamente il caso che ha sconvolto la vostra famiglia. Questa persona, avanza ipotesi prive di fondamento, interpreta dati sensibili in modo arbitrario e, con tono sicuro, semina dubbi e sospetti infondati. Nel giro di poche ore, centinaia di utenti iniziano a commentare, condividere e giudicare, travolgendo la reputazione della vostra famiglia con voci e pregiudizi che nulla hanno a che vedere con la realtà dei fatti. Come vi sentireste?
La riflessione
È dunque fondamentale, soprattutto in un contesto così permeabile alla spettacolarizzazione e alla superficialità, che il pubblico impari a distinguere tra vera competenza o smania di protagonismo e visibilità. Occorre sviluppare uno spirito critico, imparare a riconoscere le fonti autorevoli e non lasciarsi sedurre da chi promette risposte facili a problemi complessi. Solo così sarà possibile restituire dignità e valore al lavoro dei veri professionisti forensi, tutelando non solo la verità, ma anche le persone coinvolte nei casi giudiziari e la corretta informazione.In questo panorama affollato da voci e pareri, la vera sfida dunque è riscoprire il valore della conoscenza autentica e dello spirito critico. I social possono essere strumenti straordinari, ma solo se sappiamo riconoscere, dietro le luci della ribalta, chi ha davvero qualcosa di autentico e utile daoffrire alla conoscenza poiché come affermava Henry Ford: «La competenza è ciò che trasforma la conoscenza in risultati».
Katia Sartori
Criminalista e consulente tecnico, esperta in scienze forensi, criminologia investigativa e intelligence. Specialista in sopralluogo tecnico della scena del crimine, in lofoscopia e grafologia forense. Docente a contratto c/o Master e corsi di perfezionamento universitari in criminalistica applicata. Relatrice di convegni nazionali e internazionali in tema di identificazione personale e criminalità organizzata.