
È ormai palese il tentativo di ricondurre anche l’eliminazione di Giovanni Falcone all‘opera di Cosa Nostra, dettata dal movente mafia-appalti.
Una chiave di lettura funzionale ad accreditare la medesima pista come motivazione unica dell’accelerazione dell’uccisione di Paolo Borsellino.
La figura di Giovanni Falcone è indissolubilmente legata alla lotta alla mafia, in un contesto ben più ampio e articolato che non la sola indagine condotta dai Ros del generale Mario Mori.
Le risultanze giudiziarie, rivelano infatti come il magistrato palermitano fosse un avversario temuto da Cosa Nostra su più fronti e come la sua eliminazione fosse il frutto di una strategia eversiva molto più ampia, dettata dalle indagini di Falcone, che già dai primi anni ’80 aveva messo sotto la lente d’ingrandimento i cugini Salvo e aveva istruito procedimenti di risonanza internazionale come “Pizza Connection” e “Big John”. Quest’ultimo aspetto è ulteriormente sottolineato dalla presenza a Palermo, nel giugno 1992, di una delegazione di magistrati e funzionari di polizia elvetici, guidati da Carla Del Ponte. La loro presenza era legata a una rogatoria internazionale nell’ambito di indagini sul riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di stupefacenti, e il loro incontro con Falcone dimostra chiaramente il suo coinvolgimento in inchieste di vasta portata sul riciclaggio internazionale, spesso connesse al narcotraffico. Questo testimonia la profonda conoscenza di Falcone delle dinamiche finanziarie e transnazionali del crimine organizzato, ben al di là del solo ambito degli appalti.
I processi per la strage di Capaci tenutisi a Caltanissetta, ne hanno permesso di ampliare la visione, inizialmente individuata come sola vendetta per l’esito del cosiddetto Maxiprocesso, ponendo in evidenza un’azione preventiva dettata da una strategia unitaria di Cosa Nostra volta a colpire i propri “nemici storici” e chiunque rappresentasse un pericolo per l’organizzazione.
La futura nomina di Falcone a Procuratore Nazionale Antimafia era vista come una minaccia esistenziale per gli interessi vitali della mafia, anche – ma non solo e non principalmente – per la gestione illecita degli appalti pubblici, così come risulta dalle propalazioni dei vari collaboratori di giustizia; ma la sua eliminazione rientra nella mutata strategia di Cosa Nostra con la guerra che i corleonesi dichiararono allo Stato, a partire dall’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel 1982, come dichiarato nel corso dell’odierna intervista rilasciata al Riformista dallo stesso generale Mori, che pure avrebbe tutto l’interesse ad attribuire alla sola vicenda degli appalti le stragi del ’92.
Le dinamiche di quegli anni, l’escalation di violenza, non possono essere comprese senza considerare il profondo mutamento nei rapporti tra Cosa Nostra e la politica. L’omicidio dell’onorevole Salvo Lima – che non aveva nulla a che fare con gli appalti – avvenuto il 12 marzo 1992, segnò l’inizio di una vera e propria resa dei conti con gli “amici” di un tempo – che non erano più in grado di offrire garanzie all’organizzazione criminale – e l’eliminazione dei nemici che rappresentavano un pericolo per l’esistenza della stessa. Lima e altri esponenti politici, un tempo referenti e garanti per l’organizzazione, erano ormai ritenuti “rami secchi”, incapaci di assicurare le coperture necessarie.
Cosa Nostra, percepita l’inaffidabilità dei vecchi referenti politico-istituzionali (con l’esito infausto del Maxiprocesso, attribuito anche all’interferenza di Falcone), decise di intraprendere uno scontro frontale con lo Stato. Questo disegno eversivo si manifestò attraverso una serie di attentati eclatanti, come quelli contro sedi della Democrazia Cristiana e l’omicidio di Ignazio Salvo, referente della D.C. nel trapanese, anch’esso non legato direttamente agli appalti ma alla logica di indebolire il peso politico di un partito ritenuto non più funzionale, tanto da prevedere progetti omicidiari anche nei confronti di altri esponenti politici come gli onorevoli Mannino e Purpura, funzionali anche questi nel danneggiare l’immagine pubblica di Andreotti.
Gli attentati contro le sedi della Democrazia Cristiana, rientravano anche quelli nella vicenda mafia-appalti?
La strategia di Cosa Nostra dopo Capaci, proseguita con gli attentati di Via Fauro a Roma, Via dei Georgofili a Firenze, Via Palestro a Milano, e Via del Velabro e Piazza San Giovanni a Roma nel 1993, ebbero anche quelli come movente mafia-appalti, o avvennero nel contesto di una strategia volta a destabilizzare lo Stato?
Le stragi del ’92 e del ’93 furono parte di una strategia eversiva più ampia, un vero e proprio scontro frontale di Cosa Nostra con lo Stato. L’eliminazione di figure politiche come Salvo Lima, avvenuta prima di Capaci e per motivi legati al tradimento degli accordi sul Maxiprocesso, ne sono la prova lampante. La mafia si sentiva tradita dalla classe politica che non era più in grado di garantire le coperture di un tempo. Questa non era una questione di appalti, ma di un radicale mutamento nei rapporti di forza e di fiducia tra mafia e politica.
Falcone era un bersaglio primario in questa strategia sia per motivi ritorsivi che preventivi, ma la sua uccisione fu solo una tessera di un mosaico ben più ampio, che includeva progetti di attentati contro altri magistrati (Giordano, Grasso), ministri (Martelli, Andò) e secondo alcune indicazioni anche contro Antonio Di Pietro, per spostare l’azione repressiva dello Stato dal Sud al Nord.
Ricondurre il sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino alla sola questione mafia-appalti non solo è riduttivo e non rende loro merito, ma allontana anche dalla vera ricerca della verità. L’analisi approfondita, basata sulle sentenze, così tanto care a chi – secondo la convenienza – cita gli atti giudiziari, mostra un quadro molto più complesso e sfaccettato delle motivazioni e delle dinamiche che portarono alle stragi.
Le sentenze hanno delineato con chiarezza che le indagini di Falcone andavano ben oltre gli appalti, toccando il traffico internazionale di droga, il riciclaggio e le connessioni politiche di altissimo livello. La sua uccisione fu il risultato di una pluralità di concause, dalla vendetta per il Maxiprocesso alla sua inesorabile attività investigativa e alla sua potenziale nomina a Procuratore Nazionale Antimafia, che avrebbe minacciato gli interessi vitali di Cosa Nostra, inclusi ma non limitati agli appalti.
Le recenti attività della Commissione antimafia tendono a riscrivere una verità storica e giudiziaria. Se da un lato l’attività parlamentare di indagine è fondamentale per approfondire contesti, acquisire nuove informazioni e far luce su zone d’ombra che un processo penale non sempre riesce a esplorare completamente – come per esempio per le dinamiche politiche o di intelligence non direttamente penali – dall’altro lato dovrebbe mantenere una netta distinzione tra ciò che rappresenta una Commissione parlamentare che non ha poteri giurisdizionali; che non può emettere sentenze né riscrivere quelle già passate in giudicato, e le sue conclusioni, che per quanto autorevoli, rimangono frutto di un’indagine politica e non possono annullare o sostituire le verità processuali stabilite nei vari gradi di giudizio.
Un’eccessiva enfasi su singole piste o interpretazioni parziali può solo creare confusione, allontanare dalla complessità degli eventi e persino minare la credibilità delle conclusioni giudiziarie già consolidate. Rendere giustizia a Falcone e Borsellino significa riconoscere la vastità e la profondità del loro impegno, la molteplicità delle minacce che affrontarono e la complessità delle motivazioni che portarono alla loro tragica fine, senza semplificazioni che rischiano di distorcere la realtà.
Oggi sui social e su qualche organo di stampa si tende a enfatizzare in modo esclusivo l’aspetto degli appalti come movente principale – se non addirittura unico – delle stragi, ignorando o minimizzando altre componenti fondamentali che le stesse sentenze hanno accertato.
Le sentenze sono atti definitivi dello Stato di diritto, a seguito di un processo; rappresentano la verità giudiziaria accertata con le garanzie procedurali, le prove raccolte e il contraddittorio tra le parti.
Le Commissioni parlamentari conducono indagini politiche, non possono riscrivere o invalidare le sentenze. Se ci sono elementi nuovi e rilevanti che emergono dall’attività della Commissione antimafia, la stessa dovrebbe presentarli alla magistratura, e non viceversa così come sembra stia avvenendo in quest’ultimo periodo.
Un approfondimento a parte, meritano le richieste di atti prodotti alla Commissione guidata da Chiara Colosimo, da parte di gruppi social che non hanno alcuna identità giuridica.
La stessa Commissione, risponde inviando gli atti a qualsiasi cittadino ne faccia richiesta, magari con l’intento di confutare la pista mafia-appalti?
Se così non fosse, si renderebbe ancor più palese l’orientamento della Commissione ad arrivare a una conclusione precostituita in merito alle motivazioni delle stragi, in particolare quella di Via D’Amelio.
Gian J. Morici