
L’ipotesi di un coinvolgimento dell’estrema destra nelle stragi del ’92 e ’93 viene liquidata dalla Procura di Caltanissetta come uno “zero tagliato”, mentre sul piano mediatico e nelle imminenti conclusioni della Commissione Antimafia presieduta da Chiara Colosimo, si continua a sostenere che Capaci e Via D’Amelio furono responsabilità esclusiva di Cosa Nostra e che il movente principale risieda nel dossier Mafia e Appalti.
Nel processo sul presunto depistaggio della “pista nera”, che vede imputati Walter Giustini e Maria Romeo per le accuse su Stefano Delle Chiaie, la ricostruzione dell’ex procuratore Roberto Scarpinato si è ridimensionata in aula lasciando emergere incertezze, mancanza di verbali originali e assenza di riscontri oggettivi.
Se da un lato la pista nera viene accantonata per carenza di prove definendola “zero tagliato”, appare incoerente il peso concesso alla pista mafia-appalti, per la quale la stessa Procura nissena ha richiesto l’archiviazione di uno dei filoni principali poiché anche su questo fronte gli elementi concreti scarseggiano, evidenziando come la valutazione delle prove e dei ricordi tardivi segua spesso due pesi e due misure.
A minare la ricerca della verità sono spesso le contraddizioni e le opacità istituzionali. Ne è un esempio il caso di Carmelo Canale, ex collaboratore di Borsellino, poi assolto da ogni accusa, il quale di fronte alla proposta di desecretare la sua audizione del 1997 su mafia e appalti, si è opposto, richiamando anni di veleni, tensioni e verbali insabbiati per non destabilizzare gli equilibri della magistratura dell’epoca.
Canale rappresenta un personaggio di primissimo piano nelle vicende di quella stagione, e il suo nome compare anche tra i testimoni chiamati a deporre contro Bruno Contrada, all’epoca numero tre del Sisde. Le sue dichiarazioni hanno riguardato in particolare lo sventato attentato all’Addaura ai danni di Giovanni Falcone e la successiva strage di via D’Amelio in cui perse la vita Paolo Borsellino.
Mario Mori, all’epoca dei fatti, disse che l’attentato escludeva fosse opera di Cosa Nostra, attribuendolo ad altri ambienti:
“Sin dal primo momento – affermò Mori davanti al sostituto procuratore di Caltanissetta Ilda Boccassini – ho avuto la certezza che il collocamento dell’ordigno nel punto in cui è stato ritrovato fosse da interpretare come un atto intimidatorio nei confronti del dottor Falcone e non come un tentativo concreto di eliminarlo”.
In un altro verbale, redatto il precedente 29 aprile negli uffici romani della Dia, Mori aveva già affrontato l’argomento: “Non ritengo che Cosa Nostra abbia voluto dare un avvertimento al dottor Falcone nella speranza che lo stesso, per paura, abbandonasse le indagini sull’organizzazione. Pertanto, quando parlo di intimidazione nei confronti del magistrato, intendo riferirmi ad ambienti diversi da Cosa Nostra”.
A quali contesti intendeva fare riferimento Mori? Di sicuro non al mondo della magistratura – o almeno si auspica -, il che lascia aperto l’interrogativo su chi potesse avere un reale interesse e chi abbia materialmente organizzato quel tentato delitto.
Era stato il medesimo Mori a segnalare l’eventuale presenza di appartenenti ai servizi segreti nella zona dell’Addaura.
Il 7 febbraio, l’artificiere Francesco Tumino riferì di aver avuto un colloquio con Mori la mattina stessa del 21 giugno 1989, intorno alle otto e trenta. Tumino era il militare dell’arma che si occupò di disinnescare l’esplosivo e di far brillare il temporizzatore, un’azione che distrusse l’innesco rendendo impossibile verificare se l’ordigno fosse stato predisposto per causare vittime o con un semplice intento dimostrativo.
Per questo episodio l’artificiere fu iscritto nel registro degli indagati e infine condannato dal giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, a seguito di un patteggiamento, alla pena di sei mesi e venti giorni di reclusione con sospensione della pena.
Il generale ha sostenuto di non conservare alcuna memoria di quel contatto, escludendo in modo categorico che si sia mai verificato e precisando “appresi dell’attentato tra le dieci e le undici da una telefonata del ten.col. Garelli […] Appresi che parte del materiale sequestrato, con diversi pezzi di ordigno, fu consegnato a qualcuno della Criminalpol. Quel giorno c’era molta confusione e dopo che Tumino fece esplodere l’innesco alcune parti vennero raccolte e consegnate a lui, altre andarono a non so chi. Non escludo che alcuni reperti furono consegnati a chi indagava, cioè la polizia”, aggiungendo di non avere mai saputo – come riferito da Tumino – che un altro ufficiale dei carabinieri chiese al brigadiere di togliere dalla relazione di servizio un riferimento ad alcuni funzionari della Criminalpol che avrebbero preso in consegna alcuni reperti.
Quando il pubblico ministero gli domandò se all’epoca vi fossero carabinieri impiegati nei servizi segreti a Palermo, Mori rispose: “so che c’erano diversi ufficiali, ed uno di essi era al Sisde ma non ricordo chi fossero. Non so, inoltre, chi di loro andò quella mattina all’Addaura”.
L’ombra degli apparati di sicurezza riaffiorava e svaniva nel nulla con grande disinvoltura. Un’impronta emersa sia nelle dichiarazioni dello stesso generale Mori, sia nelle valutazioni, pur misurate, contenute nella memoria presentata nel 2018 dall’avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli di Paolo Borsellino. In quel documento si ipotizzava come la macchinazione volta a fabbricare il falso pentito Vincenzo Scarantino avesse visto una convergenza e uno scambio di notizie tra la Squadra Mobile guidata da Arnaldo La Barbera e il personale del Sisde operativo nel capoluogo siciliano, al fine di accreditare la bontà del depistaggio.
Del resto occorreva ricordare come lo stesso La Barbera, esattamente come Bruno Contrada, fosse una figura inserita nell’organico dei servizi di informazione, una sovrapposizione di ruoli inscindibile per entrambi che permetteva loro di gestire in totale autonomia ogni fase delle operazioni.
La memoria depositata di Trizzino nel 2018 richiamava un documento fondamentale del Centro Sisde di Palermo, rinvenuto tra i fascicoli delle indagini sulla strage di via D’Amelio, in grado di smentire ogni tentativo di minimizzare i comportamenti emersi nel processo.
Si trattava della nota del 13 agosto 1992 inviata alla Direzione del Sisde di Roma. Nel testo si riferiva che “In sede di contatti informali con gli inquirenti impegnati nelle indagini inerenti alle recenti stragi perpetrate in questo territorio, si è appreso in via ufficiosa che la locale polizia di Stato, avrebbe acquisito significativi elementi informativi in merito all’autobomba parcheggiata in via D’Amelio, nei pressi dell’ingresso dello stabile in cui abita la madre del giudice Paolo Borsellino……. Dall’attuale quadro investigativo emergerebbero valide indicazioni per l’identificazione degli autori del furto dell’auto in questione, nonché del luogo in cui la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato”.
Secondo le parti civili, quel documento – frutto dello scambio informale tra gli investigatori della Squadra Mobile guidata da Arnaldo La Barbera e il personale dei servizi segreti di stanza a Palermo – rivelava la precisa volontà di consolidare il depistaggio, iniziato già il 20 luglio 1992 con il sopralluogo al garage Orofino.
Quegli stessi servizi segreti che si sono rivelati talmente segreti da affiorare continuamente nelle deposizioni di Mori, nelle memorie dei familiari di Borsellino, nei verbali di Canale e nelle ricostruzioni di numerosi altri protagonisti di quella stagione, ma che dopo essere apparsi a più riprese al centro delle dinamiche più oscure, finiscono sistematicamente per svanire nel nulla. Vengono accantonati da una parte dell’informazione, ignorati nelle discussioni sui social e messi in secondo piano persino nei lavori della Commissione Antimafia, contesti in cui si preferisce concentrare l’attenzione esclusivamente sulle responsabilità di Cosa Nostra.
A indicare un appartenente ai servizi segreti come responsabile del fallito attentato all’Addaura fu anche il tenente dei Carabinieri Carmelo Canale, quando il 27 settembre 1994, durante il processo di primo grado contro Bruno Contrada, riferì che a metà gennaio del 1992, nel corso di un incontro a Roma presso il Ministero della Giustizia, Giovanni Falcone disse a Paolo Borsellino: “Caro Paolo, il dottor Bruno Contrada è responsabile del fallito attentato dell’Addaura”.
Canale raccontò di essere stato fatto entrare nell’ufficio dopo dieci minuti e spiegò: “Falcone era molto agitato, aveva gli occhi di fuori”, aggiungendo che “se fosse diventato procuratore nazionale antimafia a Contrada avrebbe messo i ferri. Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a Borsellino chi fosse Bruno Contrada, non sapevo chi era…”.
Contrada negò categoricamente che l’episodio fosse mai avvenuto, lasciando evidente come uno dei due stesse mentendo.
Canale giustificò il ritardo nella segnalazione affermando che “perché come uomo avevo il dovere di mantenere il segreto”, precisando di essersi confidato con i capitani dei Carabinieri Adinolfi e Sinico soltanto diversi giorni dopo la strage di via D’Amelio. A volte forse non è facile comprendere quale sia il proprio dovere da uomo e quale quello di ufficiale di pg o viceversa, e come vedremo non fu quella l’unica volta.
All’udizione del 29 gennaio 2025 in Commissione Antimafia del tenente colonnello in congedo Carmelo Canale, l’atmosfera fu segnata anche da alcuni momenti di ilarità da parte della presidente Chiara Colosimo per i passaggi più ironici dell’ex ufficiale, e l’intervento avrebbe dovuto fornire elementi di peso per le indagini sulla strage di via D’Amelio si concentrò sul lavoro svolto dal Ros di Mario Mori riguardo all’inchiesta mafia e appalti e sulle riserve che Borsellino manifestava nei confronti di alcuni colleghi della Procura di Palermo, in primis l’allora procuratore Giammanco.
Nel corso della sua audizione, l’ex carabiniere rispose ai quesiti presentati dal senatore Scarpinato, il quale gli domandò se ricordasse quando, sentito come testimone all’udienza del 6 maggio 2013 nel processo Borsellino quater, aveva riferito che Borsellino gli aveva chiesto di organizzare un incontro riservato alla caserma Carini con il capitano De Donno, poiché alcuni colleghi magistrati avevano ipotizzato che l’ufficiale fosse l’autore di un esposto anonimo su cui il giudice stava svolgendo accertamenti. Scarpinato gli chiese inoltre se ricordasse di aver dichiarato, prima alla Procura di Caltanissetta con verbale del 13 novembre 2012 e poi alla medesima udienza del 2013, che prima di aver letto quell’esposto Borsellino non aveva mai manifestato alcun interesse per l’indagine mafia e appalti né per incontrare De Donno.
“E l’ho detto io?”, domandò Canale, aggiungendo che evidentemente aveva preso “una cantonata ma no di quelle piene… io ho preso un palo ma non me ne sono accorto…è molto probabile che io abbia detto queste cose…”. Un fatto che se detto da altri avrebbe meritato articoli stampa e numerosi post ironici sui social. In questo caso, invece, il silenzio più assoluto.
Canale ripercorse dunque i primi arresti eseguiti da Paolo Borsellino dopo il suo arrivo a Marsala nel 1986, la vicenda degli appalti a Pantelleria e l’incontro tra il giudice, De Donno e Mori presso la caserma Carini.
Alla domanda della presidente sul fatto se Borsellino gli avesse rivelato i contenuti del colloquio alla Carini, l’ex ufficiale rispose:
· Canale: “No, mi dispiace… io su questo punto…” · Presidente Colosimo: “Trattava…comunque girava intorno alla questione degli appalti…” · Canale: “C’erano di mezzo dei sostituti (procuratori) che parlavano male… buttavano fango su De Donno… sulla questione che De Donno avrebbe fatto un anonimo…”
L’ex ufficiale, aveva più volte dichiarato di non conoscere i temi trattati in quell’occasione e di non averne saputo nulla neppure in seguito, poiché non pose domande né Borsellino gli fece alcuna confidenza.
Nel tentativo di ricollegare l’appuntamento alla caserma Carini con il filone mafia e appalti, la presidente formulò una domanda, quasi a suggerire la risposta:
· Colosimo: “Però l’anonimo aveva a che fare con gli appalti…” · Canale: “E certamente sì…” · Colosimo: “Quindi il collegamento è questo comunque…” · Canale: “il dottor Borsellino, quando c’è la riunione del 14 luglio chiese spiegazione non già del famoso rapporto mafia/appalti, perché lui voleva intervenire attraverso il lavoro che avevamo fatto a Pantelleria, che avevamo i dati certi degli arresti, voleva intervenire perché c’era quel verbale che era… no interessante, di più…”
Sul patrimonio di conoscenze relative a Borsellino, la presidente Colosimo concluse chiedendo: “lei in una sua deposizione dice che Falcone, una volta arrivato alla procura nazionale antimafia, avrebbe voluto mettere su uno staff che riprendesse quello che aveva fatto il generale De Donno e si occupasse di mafia/appalti, e dice anche che è poco ma sicuro che Borsellino pensava che tra le cause della morte di Falcone ci potesse essere anche mafia/appalti… Questa è una sua deduzione o Borsellino glielo disse?”
·Canale: “No, Borsellino ne parlava…noi parlavamo di stu… mafia/appalti. Tra l’altro dopo questa questione del famoso incontro alla caserma Carini, ne abbiamo parlato diverse volte […] è un ricordo certo e assoluto di quello che diceva Paolo Borsellino, ma io mi ricordo ancora una volta, mi dispiace se non mi sono fatto capire, lui legava mafia/appalti alla questione nostra, perché io volevo andare fino in fondo… noi avevamo centinaia di miliardi a Pantelleria…”
Ma la reale natura di quel rapporto, il livello di confidenza e le vere ragioni alla base di quel confronto, che forse Canale non ricordava, erano già stati ricostruiti dallo stesso nel corso dell’udienza del 22 febbraio 2011 del processo Mori-Obinu :
“Un giorno eravamo al Tribunale, alla Procura e lui mi chiese se conoscevo il Capitano De Donno. Io Giuseppe De Donno lo avevo conosciuto proprio per questa questione di questo rapporto mafia – appalti e quindi ricordai al Dottor Borsellino che era, secondo il mio convincimento di allora, era quel bravo ufficiale che aveva sviluppato quell’inchiesta che lui aveva avuto copia di questo rapporto, che l’aveva portato De Donno proprio al Dottor Borsellino. E lui mi chiese, nella circostanza, di incontrare, ma molto riservatamente e all’interno non della Procura, ma all’interno della sezione anticrimine di Palermo, l’allora Colonnello Mori e il Capitano De Donno perché, secondo quello che io ricordo e che mi riferì il Dottor Borsellino, vi era una voce all’interno, da parte di colleghi suoi, che non mi ha detto, perché altrimenti lo avrei pure rivelato questo, una voce che dava il Capitano De Donno come il compilatore di un anonimo […] l’argomento era questo discorso mafia – appalti”.
Una deduzione di Canale, nulla di più, visto che non aveva assistito all’incontro, né altro seppe da Borsellino.
E che si trattasse soltanto di una sua deduzione lo provano le sue stesse risposte alle domande da parte del pubblico ministero:
PUBBLICO MINISTERO: Bene. Senta, un’altra cosa, se non ho capito male lei mi conferma del colloquio alla Caserma Carini con De Donno e Mori, che a quel colloquio lei non ha assistito? DICH. CARMELO CANALE: Assolutamente, io ero nell’ufficio di fronte, perché il Colonnello Mori, lui era, allora era il vice comandante del raggruppamento operativo speciale, Signor Presidente, ed è chiaro che gli spettava la stanza del comandante. Il Colonnello Mori entrò nella stanza del comandante e io attesi in una stanza di fronte. PUBBLICO MINISTERO: Mi conferma… DICH. CARMELO CANALE: Non avevo titolo ad assistere. PUBBLICO MINISTERO: Ma neanche dopo, lei ha detto io non chiesi nulla. DICH. CARMELO CANALE: No, no. PUBBLICO MINISTERO: Ma neppure il Dottore Borsellino le disse nulla. DICH. CARMELO CANALE: Assolutamente.
Neppure una notizia appresa de relato ma soltanto una sua personale deduzione, come confermato dalle risposte alle domande da parte del presidente del collegio:
PRESIDENTE: Ma ho capito male o lei con il Dottore Borsellino aveva rapporti intimi? DICH. CARMELO CANALE: Diciamo che lui definiva, bontà sua, mi definiva un amico. Se per intimità si può… PRESIDENTE: Perché così, mi era parso un po’ strano che dopo un incontro così importante come quello, non avete, né lei ha chiesto… DICH. CARMELO CANALE: No, no non ho chiesto. PRESIDENTE: Né lui ha detto nulla. DICH. CARMELO CANALE: Presidente, non ho chiesto perché… PRESIDENTE: In genere, voglio dire, il Dottore Borsellino invece si confidava con lei? DICH. CARMELO CANALE: Certamente. PRESIDENTE: E quindi… DICH. CARMELO CANALE: Ma in quella circostanza non so, lui era, guardi Presidente, lui aveva questa, cioè usciva fuori da una, io oserei dire, una calunnia che veniva messa in giro nei confronti di questo Capitano e quindi lui voleva capire che cosa era, chi era sto capitano, lui non lo ricordava […] quindi lui voleva vedere chi fosse sto Capitano De Donno e voleva parlare prima con il Colonnello Mori e poi col capitano… Ripeto, credo che l’argomento fosse mafia – appalti, non è che poteva essere altro.
Se è vero – e non abbiamo motivo per dubitarne – che Borsellino chiese ai Ros di proseguire l’indagine mafia-appalti, perché non ne parlò con il suo uomo più fidato?
PUBBLICO MINISTERO: Mi conferma che non tornò mai con lei, diciamo, dopo quell’incontro sull’argomento necessità di svolgere direttamente indagini sulla vicenda mafia – appalti? DICH. CARMELO CANALE: No questo no, lo confermo certamente. PUBBLICO MINISTERO: Mi conferma? DICH. CARMELO CANALE: Sì, sto confermando quello che dice lei, questo è, non mi disse nulla e non chiesi nulla.
Che Borsellino non era convinto che mafia-appalti fosse l’unico movente per il quale venne ucciso Giovanni Falcone, lo sosteneva lo stesso Canale:
“Lui era convinto che ci fosse più di una causa. La prima poteva essere la chiusura del Maxiprocesso, con le sentenze di condanne definitive. L’altra era legata… l’altra era legata alla, dunque una era quella degli omicidi, l’altra era legata al fatto che lui stava per diventare superprocuratore nazionale, però il Dottore Falcone, in questo lui voleva, almeno io ricordo questo, voleva che la nomina del superprocuratore fosse legata anche, come dire, non a livello come si parlava, come si ventilava allora, quasi burocratico, ma che il Procuratore nazionale avesse il potere di attivare su di sé, sul suo ufficio le indagini da coordinare nel campo della mafia, quindi anche questo. Tanto è che Borsellino, questi erano gli accordi tra Falcone e Borsellino, scelse di venire a Palermo proprio in funzione di questo, perché si sarebbe coordinato un domani col Dottore Falcone, lui a Roma e Paolo Borsellino a Palermo, avrebbero avuto questo coordinamento”.
Non sempre i ricordi tardivi, le contraddizioni o l’assenza di riscontri sufficienti per sostenere un processo – fino a rendere inevitabile la richiesta di archiviazione – vengono valutati come elementi negativi.
Talvolta, infatti, la carenza di prove concrete non basta a fermare i verdetto emessi a mezzo stampa o sui social, né impedisce tentativi di riscrivere la storia attraverso i lavori della Commissione Antimafia.
Perché non desecretare dunque il verbale della precedente audizione di Canale, quando la memoria era più fresca, e confrontarne le dichiarazioni con quelle del 2025?
Gian J. Morici
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