
Tra le mosse dei boss, le testimonianze dei pentiti al processo di Firenze e il no della Cassazione all’archiviazione, la Procura di Caltanissetta è chiamata a non lasciare nulla di intentato per fare piena luce sui mandanti e sulle opacità di quella sanguinosa stagione.
Le recenti evoluzioni nelle indagini e nei processi legati alla stagione stragista del 1992-1993 riportano con forza al centro del dibattito pubblico e giudiziario il tema, mai del tutto chiarito, dei presunti rapporti tra i vertici di Cosa Nostra e il mondo della politica. A muovere le acque in questa complessa e delicata partita sono le ultime richieste presentate davanti al Gip di Caltanissetta e le testimonianze emerse al processo di Firenze a carico di Salvatore Baiardo.
Da un lato vi è la figura del boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, che, attraverso il suo legale, ha chiesto di poter rendere dichiarazioni spontanee al Giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta Santi Bologna – che si è riservato la decisione – sui suoi legami con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Una richiesta che giunge a seguito dell’istanza di archiviazione avanzata dalla Procura nei confronti di Dell’Utri e che segue quella già disposta per Berlusconi a causa della sua scomparsa. Graviano si dice pronto a confermare le affermazioni fatte nel 2020 a Reggio Calabria, nelle quali sosteneva di aver incontrato personalmente Berlusconi a Milano per ragioni di natura economica.
La possibilità di questa audizione ha però spaccato le parti in causa. Da un lato la Procura e i legali della famiglia del giudice Paolo Borsellino che si oppongono fermamente, ravvisando il rischio di un ennesimo depistaggio. Dall’altro, l’avvocato di Salvatore Borsellino i8l quale ha espresso un parere favorevole all’ascolto del boss.
Parallelamente, al processo fiorentino contro Baiardo, le aule di giustizia hanno raccolto le deposizioni di diversi collaboratori di giustizia. Giovanni Brusca ha riferito di presunti contatti tra la cupola mafiosa e Berlusconi, inserendoli nel quadro di una precisa strategia stragista concepita per condizionare gli assetti politici dell’epoca. Di fronte a queste narrazioni, la reazione dei legali della famiglia Berlusconi è stata immediata, smentendo categoricamente ogni accusa, definendo le ricostruzioni del tutto infondate, già ampiamente smentite in passato e del tutto prive di riscontri processuali.
Insieme a Brusca, altri pentiti hanno aggiunto tasselli a questo mosaico. Luigi Sparacio ha rievocato incontri risalenti all’estate del 1993 con l’estremista di destra Stefano Delle Chiaie e la presenza di presunte mappe legate agli attentati, citando anche le estorsioni ai danni della Standa, il ruolo di Marcello Dell’Utri e il progressivo spostamento del sostegno elettorale della mafia dal progetto autonomista di Sicilia Libera verso il nascente movimento di Forza Italia. Un analogo orientamento del consenso dall’alto è stato descritto da Giuseppe Maria Di Giacomo, che ha raccontato le indicazioni ricevute da Santo Mazzei per spingere verso modifiche normative sul regime del 41-bis e sui sequestri patrimoniali. Di Giacomo ha inoltre riportato confidenze ricevute nel 2001 da Filippo Graviano, sia sulla figura di Baiardo sia sul fatto che la politica dovesse temere una potenziale collaborazione dei fratelli Graviano più di quella di qualsiasi altro collaboratore.
Di fronte a un quadro così complesso, si impone una riflessione di sul valore probatorio e sulle motivazioni che spingono tali soggetti a parlare. Tracciare una distinzione netta tra le diverse posizioni appare fondamentale.
Nel caso di un boss irriducibile come Giuseppe Graviano, reduce da una recente ulteriore condanna all’ergastolo nel processo reggino sulla cosiddetta “’ndrangheta stragista”, è stato facile per quanti non lo ritengono attendibile scorgere l’interesse personale a far riaprire margini di agibilità processuale o di condizionare il dibattito sulle pene ostative e sul carcere duro.
Diversa è invece la prospettiva per gli altri collaboratori di giustizia. Di fronte a pentiti che rievocano verbali, dinamiche e fatti maturati decenni fa e già ampiamente consegnati agli inquirenti, occorre chiedersi quale reale interesse residuo possano avere nel rilasciare tali dichiarazioni a così lunga distanza di tempo. L’analisi della credibilità richiede dunque un’operazione di rigorosa scissione tra quelle che vengono indicate come le mosse disperate di chi cerca di sfuggire a un ergastolo definitivo, e le testimonianze di chi ha già intrapreso da anni un percorso processuale definito, valutando caso per caso l’effettiva assenza o presenza di un personale tornaconto nell’alimentare la narrazione di quella sanguinosa stagione.
Proprio in questo contesto, le rivelazioni di Luigi Sparacio assumono un peso specifico non indifferente e potrebbero trovare un canale di potenziale rilevanza proprio presso la Procura di Caltanissetta, dove, sebbene lo specifico filone investigativo inerente la figura di Stefano Delle Chiaie sia stato archiviato, l’ipotesi della cosiddetta “pista nera” e delle possibili convergenze tra eversione di destra, criminalità organizzata e apparati deviati rimane un capitolo aperto, oggetto di continui approfondimenti da parte degli inquirenti nisseni.
Sullo sfondo delle indagini nissene si colloca uno scontro procedurale di primo piano. La Procura di Caltanissetta aveva originariamente chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sui presunti mandanti esterni e sulla pista nera, sostenendo la mancanza di elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio.
Ma la Giudice per le indagini preliminari Graziella Luparello ha respinto la richiesta di archiviazione, ordinando ai PM un ampio supplemento d’indagine per fare luce sui collegamenti eversivi e sui sospetti di depistaggio.
Ritenendo l’ordinanza del Gip un atto improprio e paralizzante per l’attività d’indagine, la Procura guidata da Salvatore De Luca aveva proposto ricorso diretto in Cassazione per chiederne l’annullamento.
La Corte di Cassazione ha infine dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, escludendo qualsiasi anomalia nell’operato della Gip Luparello e confermando la piena legittimità del suo provvedimento. Di conseguenza, la Procura nissena è stata obbligata a proseguire le indagini e ad effettuare gli approfondimenti stabiliti dal giudice.
La pronuncia della Suprema Corte sulla decisione della Gip di Caltanissetta non rappresenta solo uno snodo procedurale, ma riafferma un principio fondamentale: di fronte al mistero delle stragi del 1992-1993, l’accertamento della verità non può permettersi alcuna omissione né consentire l’esistenza di zone d’ombra.
In un’indagine che travalica i confini dei singoli processi e che non riguarda semplicemente presunte collusioni tra il mondo politico e la criminalità organizzata, ma tocca la natura stessa dell’attacco allo Stato e alla democrazia, la ricerca della verità va condotta a 360 gradi, e non si può e non si deve lasciare nulla di intentato. Questo approccio rigoroso impone di non scartare a priori alcuna fonte e di ascoltare con lucidità analitica chiunque rilasci dichiarazioni, compresi coloro che potrebbero nascondere un interesse personale, diretto o indiretto.
Allo stesso tempo, la valutazione probatoria deve farsi ancora più stringente proprio laddove un tornaconto personale non appare immediatamente visibile o manifesto. È in quei contesti che il vaglio della credibilità richiede il massimo livello di approfondimento, per distinguere le strategie dilatorie o di condizionamento da reali apporti conoscitivi.
La Procura nissena si trova oggi di fronte al compito ineludibile di vagliare ed eventualmente integrare le testimonianze e gli elementi emersi dal dibattimento fiorentino. Solo con una visione d’insieme, capace di incrociare i filoni investigativi e di analizzare senza pregiudizi ogni dichiarazione, la magistratura potrà fare piena luce sui mandanti e sui condizionamenti di quella sanguinosa stagione stragista, restituendo al Paese una verità completa e definitiva.
Gian J. Morici