
L’archiviazione per Dell’Utri a Firenze non chiude le indagini sulle stragi, e al centro dei pm restano i silenzi degli apparati e l’ombra dell’eversione di destra.
Con l’archiviazione da parte del gip di Firenze dell’inchiesta su Marcello Dell’Utri per le stragi mafiose del 1993-1994 a causa della mancanza di elementi concreti che colleghino Cosa nostra a Silvio Berlusconi e Dell’Utri, una decisione influenzata dalla riforma Cartabia che richiede una ragionevole previsione di condanna per procedere, rimane aperto il filone che riguarda il generale Mario Mori.
Il decreto di archiviazione contiene infatti nove omissis che sembrano proteggere un nuovo filone investigativo legato a soggetti in possesso di informazioni riservate mai riferite alla magistratura.
La vicenda si intreccia con l’inchiesta milanese sulla società Equalize, specializzata in dossieraggi e accessi abusivi a banche dati, dai cui atti emerge il ruolo di Vincenzo De Marzio, ex carabiniere del Ros, che avrebbe sottratto l’intero archivio della Sezione anticrimine di Milano contenente dati su terrorismo e mafia, informazioni parzialmente condivise con figure chiave come Nunzio Samuele Calamucci. L’archiviazione del caso Dell’Utri apre quindi uno scenario inquietante sulla presenza di un immenso archivio istituzionale parallelo e sottratto allo Stato.
Le convergenze e le sovrapposizioni tra l’eversione neofascista, nota come pista nera, e l’operato del generale Mario Mori costituiscono il cuore dell’impianto accusatorio sviluppato dalla Procura di Firenze. Si tratta di incroci storici e giudiziari che Mori ha sempre respinto con forza, definendoli surreali, poiché minacciano di intaccare l’immagine della sua intera carriera e di riaprire capitoli che considerava ormai definitivamente chiusi dopo le assoluzioni ottenute a Palermo.
Le principali convergenze sgradite all’ex capo del ROS si articolano su tre specifici livelli strategici e processuali. Il primo livello riguarda la figura cerniera di Paolo Bellini, ex esponente di spicco di Avanguardia Nazionale condannato in primo grado all’ergastolo come esecutore della strage di Bologna, e il ruolo del maresciallo Roberto Tempesta. Tra il 1992 e il 1993 Bellini avviò una trattativa parallela con Cosa Nostra per il recupero di opere d’arte in cambio di favori carcerari per i boss, mantenendo i contatti proprio con Tempesta, un uomo che faceva riferimento al ROS di Mori. Secondo l’accusa della Procura di Firenze, Bellini anticipò a Tempesta l’intenzione della mafia di colpire il patrimonio artistico. I magistrati sostengono che Mori fu informato dal suo sottoposto nell’agosto del 1992 di queste anticipazioni, ma non fece scattare le denunce o le contromisure necessarie per impedire le bombe che poi devastarono Firenze, Milano e Roma nel 1993.

Il secondo livello si basa sul parallelismo tra la trattativa Stato-mafia e la strategia della tensione. Mori ha incentrato la sua linea difensiva, risultata vincente in Cassazione nel 2023, sul fatto che i suoi dialoghi con l’ala moderata di Cosa Nostra rappresentassero un’operazione di intelligence finalizzata a fermare le stragi dopo la morte di Giovanni Falcone. L’innesto della pista nera scardina questa narrazione, poiché gli inquirenti ipotizzano che tra l’eversione nera e la cupola mafiosa vi fosse un disegno comune per ricattare lo Stato e destabilizzare l’ordine democratico. Venire accostato anche solo per omissione alle dinamiche dello stragismo nero, un mondo che Mori da giovane ufficiale conosce dagli anni Settanta (tra il 1968 e il 1972, aveva operato prima come comandante della Tenenza dei Carabinieri di Villafranca di Verona, per poi essere reclutato nel SID, inserito nella sezione Eversione dell’Ufficio D) ribalta il suo ruolo storico, trasformandolo da servitore dello Stato che gestisce la minaccia a ufficiale che avrebbe assecondato un disegno eversivo più ampio.
Il terzo e ultimo livello riguarda le accuse di sottovalutazione strategica rispetto al peso dell’estremismo di destra nei destini del nostro Paese. Diverse inchieste e atti d’indagine paralleli hanno ciclicamente riproposto l’ipotesi che i servizi segreti e settori dell’Arma abbiano storicamente teso a coprire i legami tra neofascisti, massoneria deviata e mafia. Mori, che rivendica il merito di aver catturato Totò Riina, vede nella contestazione un tentativo di riscrivere la storia dei reparti speciali, trasformando i successi in zone d’ombra istituzionali.
La Procura di Firenze, storicamente molto attiva sul filone dei mandanti esterni e sui retroscena del 1993, potrebbe però decidere di andare fino in fondo e formulare una richiesta di rinvio a giudizio, con l’obiettivo di ottenere un vaglio dibattimentale per cristallizzare una precisa ricostruzione storica, ritenendo doveroso completare ogni accertamento sulle stragi che hanno ferito la città. Questa complessa indagine è stata accompagnata da forti tensioni e scontri sul piano mediatico e politico, come dimostrato dalle polemiche suscitate dalla fuga di notizie riguardante le intercettazioni tra Mori e il suo legale.
Per gli inquirenti e per le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, a partire da quella di Via dei Georgofili, il dibattimento pubblico rappresenterenne l’unico luogo idoneo per scavare nei buchi neri dello Stato. Un processo consentirebbe infatti di portare alla luce documenti e testimonianze che altrimenti rimarrebbero confinati negli archivi, permettendo di cristallizzare una verità storica sui movimenti e sulle omissioni del biennio 1992-1993 anche a prescindere dall’esito della sentenza.
Dal punto di vista giuridico, un rinvio a giudizio a Firenze permetterebbe di superare lo sbarramento della sentenza della Cassazione del 2023, che aveva assolto Mori per il processo sulla Trattativa Stato-Mafia ritenendo che le sue azioni fossero un tentativo di fermare le stragi. L’ipotesi della Procura toscana poggia infatti su basi diverse. Non si parla più di minaccia al corpo politico dello Stato, ma di concorso omissivo in strage e terrorismo, e i pubblici ministeri punterebbero a dimostrare che la condotta omissiva di Mori abbia concretamente agevolato la stagione delle bombe, testando così una chiave di lettura giuridica del tutto nuova.
Il processo permetterebbe inoltre di valorizzare nuovi elementi e testimonianze che i magistrati ritengono di aver contestualizzato meglio rispetto ai precedenti filoni palermitani. In aula si potrebbe infatti approfondire il ruolo di figure chiave e ambigue di quel periodo, come l’estremista nero Paolo Bellini o l’esponente mafioso Angelo Siino, e si potrebbe vagliare davanti a un giudice terzo la rilevanza penale del materiale intercettato negli ultimi anni di indagini.
Inoltre, l’avvio di un dibattimento vero e proprio eserciterebbe una forte pressione istituzionale capace di favorire l’emersione di nuovi testimoni, e come spesso accade nei grandi processi sulle stragi italiane, la pubblicità delle udienze e l’estrema gravità delle accuse potrebbero spingere ex appartenenti alle istituzioni, esponenti dei servizi segreti o collaboratori di giustizia a rompere il silenzio, portando nuovi elementi utili per fare chiarezza.

Nel frattempo anche a Caltanissetta proseguono le indagini sulla cosiddetta pista nera, dopo il secco no della Cassazione all’archiviazione sui mandanti esterni. Nonostante la Procura nissena consideri deboli le piste sull’eversione nera e abbia cercato di chiederne l’archiviazione per chiudere i vecchi filoni d’indagine, inclusa la posizione di Paolo Bellini a livello locale, la magistratura giudicante ha frenato questa intenzione. Con una decisione, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della stessa Procura contro l’ordinanza del gip Graziella Luparello, la quale imponeva nuove indagini sui mandanti esterni e sulla pista nera. Questo pronunciamento ha costretto di fatto i pubblici ministeri di Caltanissetta, pur scettici e orientati a considerare la pista fragile, a condurre l’indagine. I magistrati sono ora obbligati per legge a compiere ulteriori accertamenti, incrociando i dati e vagliando le memorie depositate dai legali dei familiari delle vittime, come l’avvocato Fabio Repici, da sempre contrari alle archiviazioni.
Parallelamente si fa strada un’ipotesi alternativa che prevede la virata su un’altra rete nera. Sebbene il nome di Stefano Delle Chiaie sia stato definitivamente accantonato, i magistrati non escludono del tutto la convergenza di interessi estranei a Cosa Nostra. Il Procuratore capo De Luca ha infatti accennato al fatto che, sebbene non vi siano elementi ostensibili di un coinvolgimento diretto di Avanguardia Nazionale, si sta in realtà indagando su un’altra pista nera, i cui contorni sono ancora strettamente coperti da segreto istruttorio.
I futuri sviluppi investigativi potrebbero quindi muoversi nella direzione di capire se elementi dell’estremismo di destra o di apparati deviati si siano inseriti in quel gigantesco crocevia di interessi economico-politici, piuttosto che nella fase di esecuzione materiale degli attentati.
La Procura di Caltanissetta aveva inizialmente concentrato le proprie energie investigative sul filone relativo alla gestione di mafia e appalti, e lo stesso Procuratore capo aveva pubblicamente sostenuto che questa pista fosse quella più solida, l’unica ad aver fornito riscontri concreti e tangibili in merito all’accelerazione della strategia stragista del 1992. Successivamente, la stessa impostazione è andata incontro a una radicale battuta d’arresto, con gli inquirenti nisseni che hanno finito per considerare quegli stessi elementi non più sufficienti a reggere un dibattimento, giungendo alla decisione di richiedere l’archiviazione formale del fascicolo, istanza che è stata poi accolta dal giudice per le indagini preliminari.
Mafia e appalti resta dunque solo la pista privilegiata e spasmodicamente avvalorata in Commissione antimafia e non più nelle aule giudiziarie.
Il limite di quanti avvalorano l’indagine su mafia e appalti risiede nell’errore della quasi monocausalità, ovvero nella pretesa di spiegare un evento epocale e geopolitico come le stragi del 1992 attraverso una sola causa. Cosa Nostra non ha agito per un unico motivo. L’eliminazione di Falcone e Borsellino rispondeva a una pluralità di urgenze, tra cui la vendetta per l’esito del Maxiprocesso, il crollo delle garanzie politiche offerte dai vecchi referenti come Andreotti e Lima, la necessità di lanciare un ricatto terroristico allo Stato per abolire il carcere duro del 41-bis e, non ultima, la gestione degli appalti, ma ridurre l’intera strategia stragista al solo dossier economico diventa un modo per sminuire la portata eversiva e politica di quel biennio, derubricando la reazione mafiosa quasi a un semplice fatto di corruzione su scala gigante.
Un secondo punto debole è la sottovalutazione della contestualità e dei mandanti esterni. Fissando lo sguardo quasi esclusivamente su Palermo e sulle dinamiche interne alla Procura siciliana, si rischia di ignorare i segnali che collegano le stragi siciliane a una strategia di respiro nazionale. Sentenze definitive come la condanna all’ergastolo di Paolo Bellini per la strage di Bologna o i processi sulla ‘Ndrangheta stragista a Reggio Calabria, dimostrano che nel biennio 1992-1993 l’estremismo di destra e settori deviati degli apparati di sicurezza erano tutt’altro che estranei alle dinamiche mafiose. L’errore logico consiste nel ritenere che, poiché Borsellino non si occupava (forse) della pista nera nelle sue ultime settimane di vita, questa non esistesse o non stesse operando.
Per sostenere la centralità dell’inchiesta mafia e appalti si finisce inevitabilmente per sposare la tesi storica dell’Arma e di ufficiali come Mori, dipinti come investigatori isolati e ostacolati dalla magistratura palermitana dell’epoca. Questo approccio rischia di creare un angolo cieco, sposando la centralità degli appalti, si rischia di non vedere o di giustificare le zone d’ombra dei Carabinieri in quel periodo, come la gestione opaca di fonti e confidenti, tra cui spicca la pista Bellini-Tempesta emersa a Firenze.
Cercare la verità sulle stragi guardando solo dentro l’ufficio di Paolo Borsellino o tra i faldoni degli appalti palermitani significa accettare una comoda miopia. Le minacce più letali per i giudici Falcone e Borsellino, così come le micce che accesero le bombe di Firenze, Milano e Roma, provenivano da stanze molto più lontane, coperte e trasversali, e il bivio giudiziario che si apre oggi a Firenze non è solo l’ennesimo capitolo di una saga processuale infinita, ma rappresenta la possibilità di squarciare il velo su quel gigantesco e innaturale crocevia in cui la violenza mafiosa si è saldata ai disegni eversivi di pezzi dello Stato.
Solo accettando di guardare dentro quelle zone d’ombra, per quanto sgradite e dolorose, l’Italia potrà sperare di fare i conti con la propria storia.
Gian J. Morici