
Dall’asse strategico tra Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e apparati deviati del SID nella Verona della Guerra Fredda, fino al ruolo chiave del generale Mori e ai silenzi sulle stragi. La ricostruzione di un sistema integrato di eversione e impunità che ha segnato la storia profonda d’Italia
Per comprendere la tragica stagione del terrorismo nero e della strategia della tensione in Italia, è necessario analizzare il ruolo centrale del Veneto e, in particolare, del veronese, una provincia che non è stata una periferia della destabilizzazione, ma il baricentro ideologico e operativo in cui l’estremismo di destra si è saldato con segmenti deviati degli apparati di sicurezza statali e con le reti di spionaggio internazionali.
La centralità del laboratorio veronese si riflette in figure chiave come Carlo Digilio, detto zio Otto. Segretario del MSI a Verona e artificiere del gruppo neofascista Ordine Nuovo, che forniva la consulenza tecnica per gli attentati, tra cui quello di Piazza Fontana, e al contempo, era un informatore dei servizi segreti americani, incarnando il punto di contatto tra il neofascismo locale e gli interessi geopolitici atlantici uniti dall’anticomunismo.
In questo territorio si registra anche la forte penetrazione dei servizi segreti italiani tramite Guido Giannettini, giornalista di estrema destra e agente del SID, che fungeva da ufficiale di collegamento, muovendo i fili della disinformazione e garantendo coperture e vie di fuga ai terroristi neri della cellula veneta.
Le inchieste e i documenti ufficiali hanno confermato come il SID infiltrasse e gestisse le fonti dentro Ordine Nuovo per monitorare e orientare l’eversione, raccogliendo informazioni in tempo reale sui piani stragisti nel Nord-Est, come nel caso di Fonte Tritone (Maurizio Tramonte) per la strage di Piazza della Loggia – sistematicamente nascoste alla magistratura dai vertici dei servizi – mentre altre reti, come la Fonte Erodoto, coprivano i legami internazionali dei terroristi con centrali dell’estrema destra come l’Aginter Press.
La saldatura tra il terrorismo nero e l’apparato militare della Guerra Fredda si realizzava a Verona attorno al comando FTASE delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa, quando, di fronte al rischio di un attacco sovietico nel Nord-Est, la NATO e l’intelligence italiana applicavano la dottrina Stay-Behind, vedendo nei neofascisti veneti degli alleati strategici per il loro radicale anticomunismo. Operativi di Ordine Nuovo come Carlo Digilio e Marcello Soffiati agivano in totale convergenza con queste strutture, pur senza un’iscrizione formale, con Digilio nel ruolo stabile di informatore e armiere per le basi americane.
I canali d’informazione come Tritone ed Erodoto permettevano al SID di mantenere il controllo politico su questa forza d’urto territoriale in funzione anticomunista, e quando la rete eversiva legata a Freda, Ventura o Maggi passò all’azione terroristica per attuare la strategia della tensione, l’apparato di sicurezza militare intervenne con depistaggi, coperture e fughe all’estero, impedendo alla magistratura civile di risalire la catena di comando e scoprire i legami tra terrorismo, servizi segreti e retrovie atlantiche veronesi.
Le successive rivelazioni di Carlo Digilio al giudice Guido Salvini hanno permesso di ricostruire questo intreccio internazionale, dimostrando che la cellula veneta di Ordine Nuovo faceva parte di un sistema molto più ampio, un asse fondamentale era il legame con l’Aginter Press di Lisbona, guidata da Yves Guérin-Sérac. Questa finta agenzia di stampa era in realtà un centro per mercenari e specialisti del sabotaggio in contatto con la cellula veneta e con Guido Giannettini, e serviva a teorizzare la strategia della tensione addestrando gli eversori a compiere attentati sotto falsa bandiera per incolpare i comunisti.
Il secondo filone emerso dalle confessioni di Digilio ha riguardato la comprensione del sistema Gladio. Pur non essendo registrato ufficialmente, Digilio ha fornito gli elementi per svelare l’esistenza di una struttura parallela e non ufficiale, una sorta di Gladio nera composta da civili di estrema destra, pronti a intervenire militarmente sul territorio in caso di avanzata politica o militare del blocco sovietico.
Le deposizioni di Carlo Digilio hanno fatto luce anche sui canali di comunicazione concreti con gli Stati Uniti, svelando la rete di coperture nel Nord-Est. Molti colloqui tra l’artificiere di Ordine Nuovo e gli ufficiali americani avvenivano in contesti insospettabili, come il poligono di tiro di Verona dove Digilio lavorava, sfruttando la manutenzione delle armi per scambiare informazioni, nel momento in cui l’intelligence d’oltreoceano aveva il preciso interesse politico di mantenere in Italia una condizione di instabilità controllata per sbarrare la strada al Partito Comunista Italiano ed evitarne l’ingresso al governo.
In questo sistema, i nomi in codice e le funzioni strategiche legavano i diversi livelli dell’eversione. Le sigle Erodoto e Tritone identificavano i canali informativi tra la destra ordinovista e i servizi statunitensi, facendo perno su figure come Marcello Soffiati e lo stesso Digilio, mentre la fondamentale funzione di cerniera era invece incarnata dal professor Lino Franco, medico veneziano vicino a Ordine Nuovo, che connetteva i vertici militari e i quadri operativi stranieri (come gli ex ufficiali dell’OAS guidati da Jean-Jacques Susini) con i giovani militanti locali e gli apparati della CIA. Inoltre, le testimonianze permisero di individuare come gli esplosivi utilizzati nelle stragi provenissero spesso da residuati bellici o depositi controllati dagli apparati di sicurezza.
Un ulteriore elemento di connessione era Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, il quale, nonostante la sua base fosse a Roma, mantenne intensi rapporti politici e militari con i terroristi attivi nel veronese e in Veneto, saldando l’asse tra la capitale e il Nord-Est in una strategia eversiva comune. Questa collaborazione superava le rivalità ideologiche con Ordine Nuovo e si esprimeva nei forti contatti con Franco Freda e Giovanni Ventura. Delle Chiaie individuò nel veronese la retrovia logistica più efficiente d’Italia per il reperimento di armi ed esplosivi, una sinergia fondamentale per coordinare le azioni su scala nazionale e massimizzare la destabilizzazione politica.
Il momento di massima convergenza di questa alleanza è documentato dalle inchieste giudiziarie sulla riunione clandestina che si tenne a Verona nella primavera del 1969, alla quale partecipò lo stesso Delle Chiaie insieme ai principali esponenti ordinovisti della regione, per pianificare le linee d’azione e la successiva ondata di attentati contro treni e uffici pubblici che avrebbe insanguinato l’Italia nei mesi successivi, creando il clima di terrore culminato, nel dicembre dello stesso anno, nella strage di Piazza Fontana.
I contatti tra Paolo Bellini, figura di spicco della destra eversiva nata in Avanguardia Nazionale, e gli ordinovisti della cellula veneta e veronese, ad altissimo livello, si inseriscono in questa fitta rete di relazioni storiche tra le sigle del terrorismo nero, e le inchieste giudiziarie più recenti, comprese quelle sulla strage di Bologna, hanno dimostrato che le barriere tra organizzazioni come Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo e i Nuclei Armati Rivoluzionari erano estremamente permeabili, favorendo un contesto operativo comune basato sullo scambio continuo di supporti logistici e coperture per la latitanza.
Questo intreccio evidenzia la forte fluidità del periodo, in cui i militanti si muovevano tra le sigle o appartenevano simultaneamente a più gruppi a seconda delle necessità d’azione o di mutuo soccorso. In questo reticolo, l’asse di Verona si conferma un baricentro imprescindibile e un crocevia strategico, analizzato anche nelle indagini sui legami con il colonnello Amos Spiazzi e la struttura nota come Rosa dei Venti.
Nel Nord-Est la cellula locale di Ordine Nuovo manteneva una chiara egemonia territoriale, ma la metteva a disposizione degli operativi di rilievo nazionale come Bellini. I rapporti rispondevano a una consolidata comunanza di intenti in cui la rete veronese e veneta offriva le retrovie protette, i nascondigli e i canali di collegamento necessari a garantire la mobilità e l’impunità dei terroristi lungo l’intero asse centro-settentrionale del Paese.
Una eventuale collaborazione del generale Mario Mori sulla cosiddetta pista nera, oggetto di indagini anche per le stragi di Capaci e Via D’Amelio, avrebbe potuto rappresentare un passaggio chiave per comprendere i legami tra terrorismo neofascista e apparati di sicurezza, in virtù della sua straordinaria traiettoria professionale. Se solo lo volesse, Mori potrebbe essere la testa d’ariete per scardinare il sistema di coperture di cui ha goduto il terrorismo nero in Italia, poiché custodisce un patrimonio informativo unico, avendo vissuto da protagonista operativo sia la stagione della gestione delle fonti all’interno dei servizi negli anni settanta, sia la stagione dei riscontri giudiziari sulle stragi vent’anni dopo.
In questo contesto, tra i quesiti sottoposti al generale dalla commissione antimafia, desta non poca sorpresa il fatto che l’attenzione dei commissari si sia concentrata in modo quasi esclusivo sulle dinamiche del dossier mafia-appalti, tralasciando completamente di interrogarlo sui potenziali punti di contatto tra l’estremismo di destra e i tragici fatti del novantadue.
Questa scelta investigativa appare ancora più singolare se si considera lo stato dei rispettivi procedimenti giudiziari. Da un lato, infatti, la complessa vicenda di mafia-appalti ha già trovato la sua formale conclusione a Caltanissetta con un provvedimento di archiviazione.
Dall’altro lato, dopo un percorso tortuoso, segnato da una profonda e nota divergenza di vedute tra i magistrati della procura nissena e la gip Graziella Luparello, il filone che si muove lungo i binari della pista nera non appartiene affatto al passato, poiché si tratta di un’indagine ancora pienamente aperta e in evoluzione, un perimetro giudiziario vivo all’interno del quale il patrimonio di conoscenze di un testimone dell’epoca come Mori avrebbe potuto offrire elementi di riscontro.
Tra il 1968 e il 1972, infatti, come comandante della Tenenza dei Carabinieri di Villafranca di Verona, Mori ha operato in un territorio interamente militarizzato e nevralgico per la Guerra Fredda. Lì aveva sede il FTASE, comando strategico della NATO a guida italiana ma connesso all’intelligence statunitense, e sebbene formalmente incaricato dell’ordine pubblico civile, Mori si trovò a vigilare sull’esterno di basi ultrasecgrete in un’area satura di installazioni militari, dove esponenti dell’estrema destra ordinovista, come l’armiere Carlo Digilio, agivano come manovalanza anticomunista e informatori per le reti NATO. Questa esperienza sul campo lo rese il profilo ideale per il salto nei servizi segreti.
Nel 1972 Mori fu infatti reclutato nel SID, inserito nella sezione Eversione dell’Ufficio D guidato dal generale Maletti, l’anello di congiunzione italiano con la CIA. In questo ruolo operativo, Mori gestiva reti informative e infiltrati per monitorare le trame nere e figure come Stefano Delle Chiaie. Si trattava di un contesto ambiguo, segnato dal doppio binario tra l’indagine giudiziaria e l’uso dell’ambiente neofascista come fonte, che generò polemiche e accuse dallo stesso Maletti. In quegli anni il SID gestiva fonti coperte come Guido Giannettini, legato, come abbiamo visto, alla cellula ordinovista veneta e centrale nelle indagini su Piazza Fontana, e successive inchieste avrebbero documentato la sistematica sovrapposizione tra Ordine Nuovo e il SID, come nei casi della Fonte Tritone (Maurizio Tramonte, i cui avvertimenti sui progetti stragisti di Piazza della Loggia vennero comunicati all’Ufficio D che ricevette le veline in tempo reale e scelse di non trasmetterle ai magistrati e alla polizia, occultandole anche dopo l’esplosione) e della Fonte Erodoto.
L’importanza di Mori è proseguita negli anni novanta quando, ai vertici del ROS dei Carabinieri, ha collaborato attivamente con il giudice istruttore Guido Salvini, e i suoi uomini furono incaricati di effettuare i riscontri investigativi proprio sulle storiche confessioni di Carlo Digilio, che svelarono la rete ordinovista del Nord-Est.
Le indagini dei magistrati nel ricostruire la catena gerarchica che gestiva e centralizzava queste informative sull’eversione nera veneta, hanno analizzato a fondo le responsabilità e le omissioni dei funzionari dell’Ufficio D in cui operava Mori.
Il generale Mori ha sempre respinto qualunque addebito di complicità o omissione, dichiarando in sede giudiziaria e nelle commissioni parlamentari che il suo lavoro al SID era unicamente orientato a contrastare l’eversione per vie istituzionali, sostenendo che la gestione politica delle veline e il filtro delle informazioni destinate ai magistrati spettavano esclusivamente ai vertici apicali del servizio (ovvero a Maletti e al direttore del SID) e non agli ufficiali operativi come lui, i quali si limitavano a raccogliere il materiale sul campo.
Prescindendo da tutto ciò, non può sussistere alcun dubbio sul fatto che proprio il generale Mori, meglio di chiunque altro, avrebbe potuto descrivere le strategie terroristiche legate alle stragi, e gli approvvigionamenti e la qualità degli esplosivi provenienti dal veronese, area nella quale aveva operato.
La convergenza più inquietante emerge proprio dai documenti giudiziari sulle stragi del 1992-1993, le cui motivazioni e decreti d’indagine mettono in luce una verità fondamentale, ovvero che quelle bombe non furono una vicenda esclusivamente di Cosa Nostra. La connessione con il passato non è soltanto tecnica, ma profondamente strategica. L’adozione da parte della mafia di un modello stragista “indiscriminato” — diretto a colpire civili inermi in luoghi pubblici e simbolici, come avvenuto a via dei Georgofili a Firenze o al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano — ricalca perfettamente la logica destabilizzante che aveva caratterizzato la strategia della tensione degli anni settanta, e non la semplice reazione criminale di Cosa nostra, ma della prosecuzione di un’operazione pianificata, finalizzata a ricattare lo Stato e a imporre, ancora una volta, una violenta rinegoziazione dei rapporti di potere.
Perché la Commissione antimafia ha messo sotto i riflettori soltanto il dossier mafia-appalti, come causa delle stragi in cui morirono i giudici Falcone, Borsellino, Morvillo, e uomini delle rispettive scorte, quando potendo escutere un esperto quale il generale Mori avrebbe potuto approfondire anche altre piste, tuttora oggetto di indagini?
Gian J. Morici