
Retroscena, depistaggi e il legame sconfortante con le istituzioni. Cosa univa (e divideva) Falcone e Borsellino.
Il 22 giugno 1990 Giovanni Falcone varcò la soglia della Commissione parlamentare antimafia per chiarire i contorni di uno dei delitti più complessi della storia repubblicana, l’omicidio del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella. Di fronte alle domande dei commissari Azzaro e Lo Porto, il magistrato tracciò una radiografia nitida di Cosa nostra.
Incalzato da Azzaro sulla possibilità che un simile delitto fosse opera di un solo mandante isolato, Falcone chiarì come l’eliminazione di Mattarella richiedesse la convergenza di enormi interessi. All’interno della Cupola regnava un sostanziale consenso o un calcolato disinteresse, ma nel clima che precedeva la grande guerra di mafia nessuno voleva esporsi. L’impiego di uomini di Cosa nostra avrebbe costretto la Cupola a utilizzare sicari di primo piano, come Giuseppe Lucchese o Mario Prestifilippo, svelando istantaneamente all’intera organizzazione chi avesse ordinato il delitto. Un rischio inaccettabile per i vertici, che avrebbero dovuto giustificare ai rivali interni il movente politico e l’identità dei referenti istituzionali coinvolti. A riprova dell’intreccio tra mafia e palazzi del potere, Falcone citò l’episodio riferito da Mannoia su uno scontro tra Stefano Bontate e un importante politico, che il boss minacciava di eliminare se non si fosse piegato alle sue pretese.
Di fronte allo scetticismo del commissario Lo Porto sulla credibilità della cosiddetta pista nera, Falcone difese la fondatezza delle indagini, ipotizzando uno scambio di favori in cui la mafia offriva supporto logistico sul continente ottenendo in cambio manovalanza sconosciuta in Sicilia.
Giovanni Falcone fu il magistrato che perseguitò con maggiore convinzione la pista neofascista nel delitto Mattarella, teorizzando l’esistenza di «ibridi connubi» tra la criminalità organizzata e ambienti dell’eversione politica o dei servizi deviati, e ipotizzando che Cosa Nostra potesse aver «subappaltato» o scambiato manovalanza killer con i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari). La sua indagine si basava su indizi concreti, come il riconoscimento da parte della vedova Mattarella del terrorista di destra Valerio «Giusva» Fioravanti, le dichiarazioni del fratello Cristiano Fioravanti e le anomalie sulle targhe dell’auto usata dai killer ricollegabili a un covo neofascista a Torino. Falcone portò a rinvio a giudizio i neofascisti Fioravanti e Cavallini per l’esecuzione materiale del delitto, anche se il processo si concluse poi con la loro assoluzione per insufficienza di prove.
Nel marzo 1991, poco prima di trasferirsi a Roma, firmò la requisitoria chiedendo il rinvio a giudizio di Fioravanti e Gilberto Cavallini come esecutori materiali dell’omicidio Mattarella, accanto ai vertici della Cupola mafiosa come mandanti. Il processo, però, non confermò quell’impianto. Fioravanti e Cavallini furono assolti in via definitiva per insufficienza di prove, anche a causa della fragilità dei riscontri balistici che non ressero al passare del tempo, e per i delitti politici furono condannati solo esponenti di Cosa Nostra.
Quell’assoluzione dimostrò che l’ipotesi specifica sui NAR come killer materiali era processualmente debole, ma non cancellò la visione più ampia di Falcone, in merito al fatto che la pista nera e quella mafiosa potevano compenetrarsi perfettamente, non necessariamente sul piano operativo diretto, ma su livelli strategici, ideologici e logistici più elevati.
Tra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a differenza di quello che accade oggi con la politicizzazione della lettura del periodo stragista di Cosa nostra, non vi fu mai una spaccatura ideologica o un contrasto personale, ma una divergenza metodologica e valutativa concentrata soprattutto sull’ipotesi della cosiddetta «pista nera», ossia il coinvolgimento dell’eversione di destra nei delitti di mafia.
Paolo Borsellino manteneva una posizione più prudente e scettica rispetto all’impiego di manovalanza esterna per i delitti di vertice di Cosa Nostra, secondo una chiave di lettura basata sulla rigorosa adesione alle regole strutturali dell’organizzazione mafiosa emerse dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia; mentre sul piano delle piste investigative, per quanto riguarda delitti come quello Mattarella, Falcone si dimostrava più aperto a considerare collaborazioni tattiche e scambi di favori tra Cosa Nostra e i gruppi eversivi di destra.
Oggi si assiste a un’operazione di arbitraria selezione della memoria, e chiunque ipotizzi per le stragi scenari differenti dalla pista del dossier mafia-appalti viene sbrigativamente etichettato come complottista. Con un abile lavoro di taglio e cucito, le frasi di Falcone o Borsellino vengono citate solo quando risultano comode, tralasciando le loro intuizioni più complesse e scomode. Eppure nessuno si sognerebbe di definire Falcone un complottista o un depistatore. Il suo unico limite fu quello di cercare la manovalanza neofascista direttamente sulla scena del crimine a Palermo, laddove l’alleanza operava su un piano strategico e ideologico ben più elevato.
Unire in un’unica maxi-inchiesta l’omicidio Mattarella, i delitti di Michele Reina e di Pio La Torre aveva permesso a Falcone di comprendere che non si trattava di vendette locali, e i decenni successivi avrebbero ampiamente confermato l’esistenza di quell’asse tra mafia ed estrema destra. Dagli intrecci romani tra la Banda della Magliana, il boss Pippo Calò, Massimo Carminati e la loggia P2, fino ai progetti separatisti di Stefano Delle Chiaie con i corleonesi nei primi anni ’90 e al ruolo del neofascista Paolo Bellini nella strategia stragista del 1993, la storia ha dato ragione a Falcone.
Sul concetto delle cosiddette «menti raffinatissime» e del coinvolgimento di apparati deviati, Falcone maturò precocemente la convinzione che dietro l’azione di Cosa Nostra agissero poteri occulti, ambienti politici ed eversivi, mentre Borsellino mantenne inizialmente una linea di condotta estremamente cauta nel formalizzare teoremi investigativi privi di riscontri probatori immediati.
L’evoluzione finale del pensiero di Borsellino rappresenta però il punto di convergenza drammatico tra le due visioni. Nel corso del tragico biennio 1991-1992, di fronte all’innalzamento del livello dello scontro, alla violenza della strategia stragista e infine all’attentato di Capaci in cui perse la vita Falcone, Paolo Borsellino negli ultimi cinquantasette giorni della sua vita maturò la profonda e angosciosa consapevolezza che Cosa Nostra stesse agendo all’interno di un quadro ben più ampio di eversione, depistaggi e complicità ad alti livelli istituzionali.
Non vedeva più nelle bombe solo una guerra di mafia per il controllo del territorio, ma l’esecuzione di un disegno eversivo in cui l’organizzazione corleonese intercettava convergenze di interessi con ambienti estranei e settori deviati dello Stato. Questa drammatica evoluzione del suo pensiero non era solo un’ipotesi investigativa, ma una certezza intima che confidò in segreto all’interno delle mura domestiche.
Alla moglie Agnese Piraino Leto rivelò parole scolpite nella memoria di quei giorni terribili, confidando, sconvolto, di aver scoperto l’esistenza di «fili diretti» e legami inimmaginabili tra appartenenti a Cosa Nostra e uomini delle istituzioni, aggiungendo una frase sintetica ma illuminante, che definiva con precisione il ruolo di esecutrice della mafia all’interno di un patto più grande, dicendo che lo avrebbero ucciso i mafiosi ma non sarebbe stata una vendetta della mafia, ma quelli che avrebbero voluto la sua morte sarebbero stati altri.
Questa durissima riflessione esprimeva la drammatica consapevolezza del magistrato riguardo alle complicità esterne a Cosa Nostra, annidate all’interno delle istituzioni e dello Stato, che avrebbero decretato il suo isolamento e la sua fine.
Borsellino aveva compreso come la strategia stragista del 1992 stesse servendo a garantire nuovi equilibri politico-istituzionali, trasformando la mafia nel braccio armato di una trattativa e di un sistema di potere ben più articolato delle sole dinamiche dei mandamenti palermitani.
A tal proposito val la pena di ricordare quello che Borsellino disse alla moglie, nei suoi ultimi giorni di vita riferendosi a Castello Utveggio: «Abbassa la serranda perché da Castello Utveggio ci possono osservare. Ci possono vedere fin dentro casa».
Agnese Borsellino ha ricordato che, negli ultimi giorni che precedettero la strage di via D’Amelio, il marito le chiedeva insistentemente e stranamente di tenere le serrande della camera da letto abbassate, proprio perché era convinto che dalla cima del Monte Pellegrino, dove si erge il Castello Utveggio, vi fosse un punto di osservazione da cui spiavano e controllavano ogni suo movimento. Aveva quindi compreso, forse tardivamente, di essere costantemente seguito e individuato anche nei suoi spostamenti privati, presagendo che quella sede nascondesse punti di osservazione e presenze oscure legate ad apparati d’intelligence, non certo di Cosa Nostra.
Quello che i fautori di «fu mafia, e solo mafia», preferiscono non menzionare…
Negare o ridimensionare queste intuizioni non significa solo fare un torto alla verità storica, ma perpetuare quella mutilazione della memoria che fa comodo a chi preferisce risposte semplici a complessità angoscianti. Falcone e Borsellino non si scontrarono mai per ideologia, ma arrivarono – ciascuno attraverso il proprio percorso – alla medesima, drammatica certezza che la mafia non ha mai agito in un vuoto politico. E finché si continuerà a raccontare il periodo stragista come un affare esclusivamente di pizzo, mandamenti e sicari corleonesi, si farà esattamente il gioco di chi, da Castello Utveggio o da palazzi ben più alti, continua a pretendere che le serrande restino abbassate.
Gian J. Morici