
Dall’inizio dell’anno, le manovre degli Stati Uniti sembrano puntare a un unico bersaglio primario. La Cina! Colpendo nazioni come Venezuela, Cuba e Iran, che rappresentano partner strategici fondamentali per Pechino, Washington ha cercato di provocare il governo cinese per trascinarlo in uno scontro diretto e costringerlo a una reazione violenta, con l’obiettivo finale di dipingere la Cina come un attore pericoloso agli occhi del mondo, creando così il pretesto necessario per un’aggressione militare. Non è una novità, che il Pentagono pianifica da decenni un possibile conflitto con Pechino, studiando costantemente nuovi scenari bellici e strategie d’attacco.
In questo clima di tensione si inseriscono le recenti indiscrezioni diffuse dall’intelligence americana e riprese da grandi testate come la CNN e il New York Times, che riportanop di presunte forniture cinesi di missili antiaerei portatili all’Iran durante gli scontri con le forze israelo-americane. Accuse prive di prove concrete, basate sulla classica formula della probabilità, utilizzate per alimentare il clima di scontro.
Secondo un’inchiesta del Financial Times, l’Iran avrebbe inoltre sfruttato tecnologia satellitare cinese per colpire basi americane in Medio Oriente, e alcuni documenti militari indicherebbero che i Guardiani della Rivoluzione avrebbero acquistato un satellite alla fine del 2024 dalla società Earth Eye Co. Oltre al dispositivo, i militari iraniani avrebbero ottenuto l’accesso alle stazioni di controllo a Pechino gestite da Emposat, permettendo loro di utilizzare immagini ad altissima risoluzione per monitorare e colpire con precisione le installazioni statunitensi.
L’ambasciata cinese a Washington ha reagito con fermezza, definendo queste notizie come pura disinformazione basata su congetture, ma, nonostante le smentite, il quotidiano britannico sostiene che il satellite sia stato trasferito segretamente alle forze aerospaziali iraniane subito dopo il lancio avvenuto in Cina, e l’intelligence suggerisce che Pechino stia supportando indirettamente lo sforzo bellico iraniano, permettendo ad aziende private di inviare materiali critici come carburante e componenti chimici.
Queste rivelazioni aumentano la pressione in vista della visita di Donald Trump a Pechino prevista per maggio.
Attualmente, Washington sembra cercare una tregua nell’aggressione all’Iran solo per necessità tattica, cercando di guadagnare il tempo indispensabile per rifornire le scorte di armi e riorganizzare le unità colpite dai contrattacchi iraniani. Ma quali opzioni reali rimangono sul tavolo?

La prima è l’intervento terrestre, e il Pentagono sta inviando migliaia di soldati in Medio Oriente, ma un’invasione efficace richiederebbe almeno mezzo milione di uomini, una cifra ben lontana dalle forze attualmente disponibili. Il rischio di perdite umane altissime renderebbe questa strada difficilmente percorribile. La seconda opzione è il bombardamento a tappeto, con attacco massiccio di missili e droni che potrebbe devastare il paese, ma non abbatterebbe il sistema iraniano, poiché le infrastrutture vitali sono state prudentemente duplicate e distribuite su tutto il territorio. L’ultima opzione, la più radicale, è l’impiego di armi nucleari tattiche. Una scelta verrebbe considerata solo in caso di imminente collasso dell’amministrazione Trump, ma le cui conseguenze sarebbero imprevedibili e disastrose per l’immagine globale degli Stati Uniti. Inoltre, un attacco nucleare non garantirebbe la fine del programma atomico iraniano, ma spingerebbe Teheran a produrre rapidamente proprie testate, e anche in questo caso, l’Iran sembra aver già predisposto infrastrutture e personale per reagire prontamente a ogni scenario estremo.
Esiste realmente il rischio che gli Stati Uniti possano arrivare a questo scenario estremo? Se la logica ci dice di no, poiché gli scenari cambierebbero completamente- e paesi come la Cina e la Russia non starebbero certo a guardare -, oltre l’incognita rappresentata da Israele, c’è quella molto preoccupante che riguarda Trump e il suo equilibrio mentale.
Infatti, Donald Trump sta suscitando forti preoccupazioni tra l’elettorato, inclusi i cristiani e i repubblicani, a causa di un comportamento e di una retorica giudicati sempre più fuori controllo, e il dibattito pubblico si divide tra chi lo ritiene un fine stratega e chi, invece, sospetta una reale instabilità psichica, un’ipotesi che spaventa particolarmente data la delicatezza dell’attuale scenario bellico mondiale.
Non si tratta di un caso isolato nella storia americana. Già Joe Biden era stato criticato dopo il confronto elettorale con lo stesso Trump, così come in passato emersero dubbi sulla depressione di Lincoln o sul declino cognitivo di Reagan, ma l’attuale mancanza di freni del tycoon ha riportato la questione della salute mentale del presidente sotto i riflettori. Nonostante la Casa Bianca continui a descriverlo come un leader energico e un genio solido, cercando di evidenziare la sua costante presenza pubblica in contrapposizione ai suoi predecessori, le rassicurazioni dei portavoce ufficiali non sembrano bastare a placare i dubbi dell’opinione pubblica.
Per comprendere davvero chi sia Donald Trump, bisogna scavare oltre i titoli sulla guerra con l’Iran e osservare come considera gli esseri umani. Il suo approccio rivela una sconcertante mancanza di valore attribuita alla vita delle persone, ridotta a un semplice dettaglio statistico o a un fastidio collaterale. Lo dimostra il modo in cui ha liquidato il dramma in Libano definendo una “scaramuccia” le migliaia di vite (1.953 morti, 6.303 feriti, 1,2 milioni di sfollati) che venivano spezzate, mentre per lui si trattava solo di un piccolo intoppo fuori dagli accordi, un rumore di fondo irrilevante rispetto alle sue strategie di potere.
Questa freddezza emerge anche davanti alla tragedia di Minab, quando un missile americano ha raso al suolo una scuola elementare femminile in Iran, uccidendo 180 persone tra cui moltissime bambine. Trump non ha mostrato il minimo segno di partecipazione o rimpianto. Per un uomo che vede il mondo come un tabellone di gioco, il sangue di centinaia di bambini sembra non avere alcun peso morale, confermando una visione cinica dove l’esistenza altrui non è un valore da proteggere, ma un costo sacrificabile.
Si potrebbe obiettare che i morti siano un effetto inevitabile di ogni conflitto, oppure che Trump non si esprimerebbe con tale distacco se le vittime fossero persone a lui care, ma entrambe le posizioni risulterebbero però errate. La prima cade perché nemmeno il contesto bellico autorizza il massacro deliberato di civili. La seconda non coglie quanto possa essere profonda l’amoralità dell’attuale leader statunitense.

L’inquilino della Casa Bianca, il cui nome appare legato alla figura di Epstein, ha cercato in tutti i modi di deviare l’attenzione dai documenti che lo riguardano, tentando di arginare uno scandalo che rischia di spingere le autorità giudiziarie americane a intervenire. A riportare la questione sotto i riflettori è stata la First Lady con un’improvvisa apparizione televisiva in diretta, dichiarando: “Non sono una vittima di Epstein”. Un’affermazione priva di senso logico, dato che l’età le avrebbe comunque impedito di rientrare tra le vittime minorenni del finanziere.
Risulta quindi incomprensibile il motivo di una simile uscita pubblica, considerando che persino la sua email del 2002 indirizzata a Maxwell, presente nei file del caso, ha un contenuto troppo vago per essere ritenuto compromettente. È comunque evidente il tentativo disperato di Melania di staccarsi dalla figura di Epstein, un personaggio che sia lei che il marito frequentavano abitualmente, e nonostante nei documenti emersi finora non ci sia nulla di esplicitamente accusatorio contro di lei, il suo insolito intervento in diretta televisiva ha dato l’impressione di una mossa preventiva per anticipare possibili rivelazioni imbarazzanti.
Le parole del deputato Ro Khanna alimentano i sospetti: “Se la First Lady sostiene con tanta certezza che il finanziere non agiva in solitaria, è legittimo chiedersi quali informazioni possieda e chi fossero gli altri uomini coinvolti negli abusi”. Questa situazione mette in luce l’enorme ipocrisia di Trump, che si presenta come un paladino dei valori cattolici sventolando la Bibbia, ma dimostra nei fatti una moralità inesistente.
Il suo modo di parlare e le costanti allusioni sessuali rivelano una visione della donna ridotta a mero oggetto, un atteggiamento più consono a contesti degradati che allo Studio Ovale, ed è un paradosso grottesco per un Paese che, storicamente, ha mostrato un puritanesimo tale da approvare le leggi sulla sodomia (Sodomy Laws), adottando leggi derivate dalla Common Law inglese che proibivano i rapporti definiti “contro natura”, non colpendo solo l’omosessualità, ma vietando qualsiasi forma di rapporto anale o orale, anche tra coppie sposate ed eterosessuali.
Il passaggio dal puritanesimo tradizionale degli Stati Uniti al clima torbido dell’era Trump segna un declino etico evidente, popolato dalle ombre dei file Epstein e da pesanti sospetti di abusi, che trova una voce critica in Rosie O’Donnell, la nota conduttrice, che durante un intervento al Michelangelo Signorile Show, non ha usato mezzi termini nei confronti del rapporto tra il tycoon e la figlia maggiore Ivanka, parlando apertamente di una sensazione di incesto percepibile e inquietante, descrivendo la dinamica familiare come qualcosa di raccapricciante.
Ma non è necessario affidarsi alle opinioni altrui o alle indagini giudiziarie per scorgere la discutibile statura morale di Trump. È sufficiente osservare il modo in cui egli stesso ha mercificato l’immagine della propria figlia, durante un’intervista con Howard Stern, quando diede il suo esplicito benestare a chiunque volesse definire Ivanka un “pezzo di carne”, utilizzando l’espressione volgare “piece of ass”. Stessa espressione utilizzata nei riguardi della moglie, parlandone con amici.

Le incertezze sullo stato mentale dell’attuale presidente degli Stati Uniti, emergono chiaramente anche dai documenti del caso Epstein. Già nel 2018, il finanziere inviò a diversi contatti un articolo del sito The Daily Beast dal titolo “Quanto è vicino Donald Trump a un crollo psicologico?” che metteva in discussione la stabilità mentale di Donald Trump.

Tra i 44 file rintracciabili nell’archivio (cercateli qui sul sito del Dipartimento di Giustizia americano, digitando psychiatric break down), ne spicca uno datato 24 marzo 2018. Si tratta di un messaggio spedito da Epstein a Steve Bannon (ex stratega della Casa Bianca). Nella mail, Epstein commentava il link (sums it up well. , needs to add melania. pressure,=C2 bibi indictment. jared money grubbing. =C2 recipe for traged) sostenendo che l’analisi dell’articolo fosse corretta, ma che andassero aggiunti altri elementi di tensione, quali la presenza di Melania, i guai giudiziari di Netanyahu e l’ossessione per il denaro del genero Jared Kushner, che rappresentavano la formula ideale per un disastro imminente.
Se da un canto la visione della donna da parte Trump appare chiara, nel momento stesso in cui identifica moglie e figlia come pezzi di carne, non v’è dubbio che l’interesse dei giornalisti per un presunto amante della first lady possa averlo turbato, peggiorandone lo stato mentale, come possiamo osservare oggi da ogni sua esternazione, che al di là di interessi personali, economici e politici, ci mostra un uomo che non è più in grado di gestire nemmeno la quotidianità.

La visione predatrice di Trump, che riduce l’individuo a merce o a bersaglio statistico, dimostra comunque attitudine e mancanza di scrupoli che appare perfettamente speculare al mondo torbido del finanziere pedofilo Epstein. Tra scuse belliche, silenzi complici e allusioni incestuose, la statura morale del leader “arancione” lascia solo intravedere un vuoto etico che spaventa. Povera America, costretta a specchiarsi in un potere folle che non conosce più il limite tra l’ambizione e l’abisso.
Gian J. Morici