
Il decreto sicurezza passa alla Camera tra le polemiche per il bonus di 615 euro ai legali in caso di espulsione. Magistrati e opposizioni all’attacco
Il Senato ha dato il via libera al nuovo decreto sicurezza, che ora approda alla Camera per l’esame definitivo, che contiene un emendamento firmato dalla maggioranza che introduce un incentivo economico per i legali che assistono i migranti nei percorsi di rimpatrio volontario.
Nello specifico, la norma prevede un compenso di 615 euro per l’avvocato, cifra equivalente al contributo già destinato al migrante stesso, che verrebbe erogato solo a seguito dell’effettiva partenza dello straniero.
Il Consiglio nazionale forense ha reagito duramente, dissociandosi completamente dal provvedimento, e attraverso una nota ufficiale, il Cnf ha dichiarato di non essere mai stato consultato durante la stesura del testo, chiedendo contestualmente al Parlamento di rimuovere ogni riferimento al proprio coinvolgimento. L’istituzione ha sottolineato come la gestione dei pagamenti e dei rimpatri non rientri affatto nelle proprie competenze istituzionali.
L’Organismo Congressuale Forense esprime una netta opposizione alle ultime modifiche del decreto sicurezza approvate dal Senato in materia di migranti, poiché, secondo l’ente, il provvedimento danneggia gravemente il diritto di difesa, in quanto dopo aver limitato l’accesso al patrocinio gratuito, introduce un pagamento per l’avvocato vincolato esclusivamente al successo del rimpatrio del migrante.
L’OCF denuncia che questa logica stravolge il ruolo sociale e professionale dell’avvocato, che deve essere sempre libero da influenze politiche e privo di interessi personali nelle scelte difensive, poiché il compenso non può e non deve essere legato a una forma di collaborazione con gli obiettivi del governo a discapito della tutela dell’assistito.
Per queste ragioni, è stato proclamato lo stato di agitazione per l’intera categoria forense. L’obiettivo è spingere la Camera dei Deputati a modificare radicalmente il testo durante il prossimo passaggio parlamentare, così da ripristinare il rispetto dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto.
Anche l’Associazione Nazionale Magistrati ha espresso profondo sconcerto, sostenendo che legare il compenso del legale al successo del rimpatrio rappresenta un attacco al diritto di difesa. Il sindacato delle toghe evidenzia come questa logica trasformi il premio economico nel risultato del fallimento della strategia difensiva, minando i principi dello Stato di diritto.
Sul fronte politico, le opposizioni parlano di una deriva autoritaria. Debora Serracchiani del Pd ha definito la norma una vergogna che lede la dignità dei professionisti, sottolineando come, parallelamente, vengano tagliati i fondi per il patrocinio a spese dello Stato in caso di ricorsi contro le espulsioni. Riccardo Magi di +Europa ha usato toni ancora più forti, paragonando la misura a una sorta di taglia da vecchio West e richiamando le politiche migratorie dell’era Trump. Secondo Magi, incentivare un avvocato a far partire il proprio assistito potrebbe configurare persino il reato di patrocinio infedele.
Mentre la maggioranza difende la misura considerandola uno strumento per rendere più efficienti le procedure di rientro, la tensione tra il mondo del diritto e la politica resta altissima, in attesa del passaggio del decreto alla Camera dei Deputati, che rappresenterà il momento decisivo per capire se le pressioni dell’avvocatura e le critiche dei magistrati porteranno a un ripensamento del testo.
Al centro del dibattito non c’è solo una questione di compensi, ma la natura stessa della professione legale in uno Stato di diritto, e se il testo non dovesse subire modifiche sostanziali, lo stato di agitazione proclamato dall’Organismo congressuale forense promette di tradursi in iniziative ancora più incisive, segnando una frattura profonda tra le toghe e le nuove politiche di sicurezza del governo.
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