di Gian J. Morici

Viaggio nel cuore dell’intelligence americana. L’ex analista Sophia racconta come il dissenso sia diventato il nuovo bersaglio del potere.
All’interno degli apparati governativi statunitensi emerge una profonda divisione, mentre gli esperti studiano l’impatto globale del conflitto avviato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
La CIA già in passato gestiva una complessa rete di monitoraggio che analizzava costantemente il flusso di informazioni digitali, dai social network ai blog, fino ai media tradizionali. Questi dati venivano elaborati in centri segretissimi per costruire profili psicologici e comprendere gli orientamenti dell’opinione pubblica.
Questa enorme infrastruttura di sorveglianza telematica aveva radici lontane, ma aveva ricevuto un impulso decisivo dopo l’11 settembre, e nonostante in passato avesse subito dei tagli, in quel periodo la sicurezza nazionale era considerata una priorità assoluta e intoccabile dai tagli al budget.
Oltre alla tecnologia, l’intelligence americana continuava a puntare sulle risorse umane e sugli agenti operativi sul campo, con l’obiettivo principale di monitorare l’estero, analizzando anche i messaggi dei comuni cittadini, per offrire alla Casa Bianca un quadro preciso di come il mondo, e specialmente i paesi coinvolti, reagisse alle mosse politiche e militari degli Stati Uniti.
L’attuale conflitto in Iran ha segnato un cambiamento radicale nelle dinamiche di sorveglianza.
Il controllo non riguarda più soltanto i leader stranieri o gli osservatori esterni, ma è stato esteso agli stessi esperti e analisti interni all’apparato americano.
Trump e il suo entourage hanno infatti estromesso chiunque esprimesse dissenso riguardo alla strategia bellica, isolando le voci critiche che avvertivano sui possibili effetti devastanti dell’operazione, tanto per gli Stati Uniti quanto per l’intero scenario mondiale.
Di conseguenza, l’influenza della Casa Bianca si è trasformata in una sorveglianza capillare diretta anche contro i cittadini americani critici verso le scelte belliche ed economiche del governo.
Questa pressione si è concentrata soprattutto sugli operatori dell’informazione, ma ha colpito duramente anche gli utenti attivi all’interno dei social network.
Per approfondire la questione, abbiamo raccolto la testimonianza di Sophia, un nome di fantasia utilizzato per proteggere l’identità della nostra fonte.
Si tratta di un’ex agente dei servizi di sicurezza americani che, dopo una lunga carriera, è stata estromessa dal suo incarico proprio durante il primo mandato di Donald Trump.
Sophia, qual è a tal proposito la situazione attuale negli apparati di sicurezza dall’inizio del conflitto?
Queste dinamiche affondano le radici già nel primo mandato di Trump. Molti di noi sono stati rimossi o allontanati dai propri incarichi, in una epurazione che ha colpito trasversalmente l’intero sistema, dalle forze armate fino agli apparati investigativi e giudiziari.
Il fenomeno è alimentato da due fattori principali, a partire dal timore del presidente di finire al centro di inchieste o procedimenti legali, per finire con una evidente megalomania che lo spinge ad eliminare ogni forma di dissenso. Basta un semplice rifiuto o anche solo mostrare incertezza per finire emarginati o isolati.
In merito alle dinamiche di monitoraggio, che talvolta si palesano attraverso l’osservazione diretta dei profili sulle piattaforme professionali, posso offrirti il mio punto di vista.
Sebbene io non operi più per l’agenzia, lavorando attualmente come consulente per il settore dell’intelligence privata, ho avuto modo di riscontrare, unitamente a molti miei ex colleghi, un mutamento sostanziale nelle strategie di sorveglianza telematica.
Diversamente dalle prassi consolidate in passato, l’attenzione non è più rivolta esclusivamente verso soggetti o organizzazioni che rappresentano una minaccia tangibile alla sicurezza nazionale, ma verso ogni individuo che manifesti un pensiero critico, che diventa oggetto di costante attenzione.
Sotto l’attuale amministrazione, chiunque abbia un ruolo politico, amministrativo o nel mondo dell’informazione, ed esprima posizioni discordanti, viene classificato come una potenziale minaccia, rendendo necessario, secondo la logica del Presidente e del suo entourage, un monitoraggio sistematico finalizzato alla neutralizzazione del dissenso.
È un errore ritenere che tale sorveglianza sia circoscritta alle opinioni espresse sui social network o agli articoli pubblicati dai giornalisti; la realtà è ben più vasta. Ogni nostra attività in rete viene costantemente tracciata, monitorata e analizzata, inclusa la nostra stessa conversazione.
Un elemento spesso sottovalutato riguarda l’impiego dell’intelligenza artificiale, che molti di noi utilizzano quotidianamente per redigere documenti o svolgere varie mansioni, che sebbene venga teoricamente impiegata per l’addestramento di nuovi modelli linguistici, dovrebbe portare a interrogarsi sulla reale estensione di tale utilizzo. L’intelligenza artificiale, infatti, si trasforma in un database di proporzioni colossali che può essere sfruttato per finalità diverse da quelle dichiarate.
L’esistenza di una supervisione strutturata a monte è confermata dal dibattito in corso sull’eventuale obbligo, per le piattaforme, di segnalare alle autorità qualsiasi dato che possa suggerire attività illecite, che si tratti di propositi suicidi, ricerche riguardanti esplosivi o il coinvolgimento in operazioni criminali.
Mi stai quindi suggerendo che la Casa Bianca stia agendo come una sorta di Grande Fratello? E cosa mi dici delle visite che riscontriamo sui nostri profili?
Sui social network riceviamo continuamente numerose visite di cui restiamo all’oscuro, poiché non esistono notifiche reali e le applicazioni che promettono di svelarle servono solo a ottenere l’accesso ai nostri dati personali piuttosto che a fornirci informazioni sugli altri.
Le uniche visite di cui possiamo avere certezza sono quelle che avvengono su piattaforme professionali come LinkedIn, ma in questo contesto, il monitoraggio non è esclusiva del governo. viene praticato anche da chi si oppone alle politiche di Trump.
La raccolta di queste informazioni non mira solo a sondare l’opinione pubblica, ma serve a individuare eventuali legami con organizzazioni non governative. Attualmente esiste una profonda frattura interna, e il lavoro di analisti, giornalisti e operatori dell’informazione può risultare decisivo nell’influenzare le future direzioni politiche del Paese.
Si potrebbe dire, con un gioco di parole, che si tratta di spie spiate.
Non è però il caso di scherzarci sopra. Ho servito il mio paese e oggi, al pari di molti altri, chi lo governa mi considera una nemica. Se un tempo dovevamo guardarci dagli agenti stranieri, oggi dobbiamo temere le azioni di un governo che ci vede come avversari.
Non parlo certo di rischi per l’incolumità fisica, almeno spero, ma non ho dubbi sul fatto che, proprio come sono stata estromessa dal mio incarico, se dovessi diventare un elemento di disturbo potrebbero tentare di neutralizzarmi con accuse fabbricate contro di me o contro l’azienda per cui lavoro.
Se Israele e l’Iran hanno adottato misure severissime, arrivando in alcuni casi alla pena di morte per chi diffonde immagini o video dei danni subiti negli attacchi, gli Stati Uniti – o per meglio dire questo Governo – non arriveranno a tanto, ma non dimenticare che esistono anche altri metodi. Stay safe and keep your head down…
Spero davvero che questo momento di tensione passi presto.
È dura sentirsi messi all’angolo dal proprio Paese dopo averlo servito con onore, ma ricorda che nessuna tempesta dura per sempre. Ti auguro di cuore che tornino tempi più luminosi, dove il merito conti più dell’appartenenza politica.
Un grande abbraccio e, per usare le parole dei tuoi colleghi, stay safe. Ti auguro davvero il meglio per il tuo futuro.
Le parole di Sophia aprono uno squarcio inquietante su un sistema in cui i confini tra sicurezza nazionale e controllo politico si fanno sempre più labili, e in un clima di forte spaccatura, dove la lealtà viene confusa con l’obbedienza cieca, la figura dell’analista non è più soltanto quella di chi osserva le minacce esterne, ma diviene essa stessa oggetto di analisi e pressione. Questa intervista ci fa riflettere sul costo della sorveglianza nell’era dell’intelligenza artificiale e su come, in una democrazia, il diritto al dubbio rischi di essere sacrificato sull’altare di un potere che percepisce ogni voce critica come un nemico da neutralizzare.