
Nel rispetto della memoria del magistrato a trentaquattro anni dalla strage di Via D’Amelio, ho osservato due giorni di silenzio. Torno a scrivere oggi per ribadire la necessità di una verità libera da dogmi, da depistaggi istituzionali e dalle narrazioni di comodo.
Ho sempre ritenuto, e continuato a sostenere che il dossier “Mafia e Appalti” rappresentasse un nervo scoperto che meritava un approfondimento radicale e senza sconti, poiché quell’indagine toccava interessi importanti che legavano i corleonesi all’imprenditoria nazionale e a larghi settori della politica.
La mia posizione non è mai stata però quella di chi vede in quella convergenza di interessi economici la causa principale, o peggio ancora l’unica causa, delle stragi del 1992 e del 1993.
Credo che ridurre la strategia stragista di quegli anni a una mera reazione di Cosa Nostra per difendere il business del cemento sia una lettura non solo riduttiva, ma rischiosa, perché rischia di coprire scenari ben più complessi e inquietanti, visto che la stagione delle bombe rispondeva a una logica politica e geopolitica più ampia, legata al crollo della Prima Repubblica e alla necessità di cercare nuovi equilibri di potere.
Per questo motivo, ho sempre invitato a guardare oltre. Chiedere verità sul dossier appalti non significava per me sposare una tesi esclusiva, ma aggiungere un tassello a un mosaico in cui si intrecciano le responsabilità della mafia con quelle di pezzi deviati dello Stato, della massoneria e di mandanti occulti che hanno usato i corleonesi come braccio armato per un disegno molto più grande.
Allo stesso modo, non ho mai lesinato critiche a quei magistrati che, per imperizia o superficialità, hanno dato credito alle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino. Un errore macroscopico che ha favorito, seppur inconsapevolmente, quello che oggi viene unanimemente definito come il più grave depistaggio della storia repubblicana. Aver creduto a una verità da altri preconfezionata a tavolo ha allontanato per decenni la giustizia, mentre chi aveva fretta di chiudere i conti con la storia prendeva una comoda scorciatoia lasciando nell’ombra i veri responsabili e i reali scenari dietro la strage di Via D’Amelio.
Anche rispetto alla tardiva cattura di Matteo Messina Denaro, non ho mancato di criticare duramente l’operato di una parte della magistratura, in particolare quando l’ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino, durante i suoi colloqui con gli inquirenti, fece esplicitamente il nome del medico Alfonso Tumbarello.
Vaccarino lo indicò come il tramite usato per arrivare a un incontro con Salvatore Messina Denaro, fratello del capomafia allora latitante, e il fatto che quel canale investigativo e quel nome specifico siano stati sostanzialmente non approfonditi a tempo debito rappresenta, a mio avviso, un’altra omissione che ha finito per allungare in modo inaccettabile la latitanza del boss di Castelvetrano, dimostrando ancora una volta come certe letture o sottovalutazioni investigative abbiano rallentato la ricerca della verità.
Ma non si può e non si deve negare, che di quegli stessi elementi, così come ne sono venuti a conoscenza i magistrati dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, era perfettamente a conoscenza anche il Sisde che aveva utilizzato proprio Vaccarino per attivare un contatto epistolare con il latitante, un fitto scambio in cui entrambi utilizzarono gli pseudonimi di Svetonio e Alessio. La scelta di questi nomi d’arte da parte di Matteo Messina Denaro rappresenta una vicenda del tutto particolare, poiché come mi disse lo stesso Vaccarino nel corso di un’intervista, quegli pseudonimi corrispondevano alla stessa tipologia utilizzata dagli appartenenti ai servizi, tra i quali Arnaldo La Barbera, che usava lo pseudonimo di Catullo. Cosa ne hanno fatto i nostri servizi segreti?
Nonostante la mia convinzione sulla necessità di sviscerare il capitolo appalti, per me quel dossier è sempre stato solo uno degli aspetti da approfondire, una singola tessera all’interno di un mosaico ben più vasto, fin da quando, in tempi non sospetti, e ben prima che certe verità diventassero di dominio pubblico o processuale, scrivevo chiaramente come fosse impossibile ignorare l’intricata rete di rapporti tra la politica, la mafia e apparati deviati dello Stato, e che restringere tutto a una questione di cemento e bustarelle significava, e significa tuttora, non voler vedere il quadro d’insieme.
Già nell’ottobre del 2012, in un editoriale intitolato “Com’è finita? Tra riciclaggio, contrabbando, affari internazionali, servizi segreti e stragi, rinasceva l’Italia”, riprendendo vecchi miei articoli di anni prima, mettevo in fila i tasselli di una storia che partiva da molto lontano. Non si poteva comprendere la transizione verso la Seconda Repubblica senza analizzare figure chiave come quella di Marcello Dell’Utri, il vero trait d’union tra l’imprenditoria milanese di Silvio Berlusconi e i vertici di Cosa Nostra siciliana.
Ricordavo come le ombre sulla nascita di quell’impero finanziario non potessero essere liquidate come semplici coincidenze: dall’inserimento ad Arcore del boss Vittorio Mangano come “stalliere” — caldeggiato proprio da Dell’Utri — fino ai flussi di denaro di dubbia provenienza transitati attraverso istituti come la Banca Rasini, dove lavorava il padre di Berlusconi e dove trovavano ospitalità i conti correnti dei boss.
Nel mio lavoro di analisi ho sempre evidenziato come il nome dell’ex Cavaliere e i network a lui collegati sfiorassero indagini monumentali già a fine anni Settanta, come l’inchiesta Pizza Connection sul traffico internazionale di eroina, o i successivi accertamenti svizzeri del commissario Fausto Cattaneo nell’operazione Mato Grosso, poi bruscamente archiviati tra le nebbie del Canton Ticino. E che dire dei Caruana-Cuntrera o dei Rizzuto della potente “Sesta Famiglia” canadese, i cui interessi convergevano persino sui grandi progetti infrastrutturali italiani come il Ponte sullo Stretto?
Tutto questo dimostrava che la strategia stragista del 1992 e del 1993 non era nata in un vuoto pneumatico né per una semplice vendetta come per il Maxi processo o legata alle gare pubbliche. C’era un filo rosso che legava il riciclaggio dei narcodollari, i traffici internazionali e i vertici della politica in cerca di nuovi assetti. Per questo motivo ho sempre ritenuto riduttivo fermarsi alla sola pista di “Mafia e Appalti”. Dietro quelle bombe c’era la convergenza di interessi molto più alti, un gioco di potere in cui la mafia corleonese è stata il braccio armato, ma dove le menti e i beneficiari sedevano in ben altri salotti, protetti da coperture istituzionali e massoniche che ancora oggi facciamo fatica a portare del tutto alla luce.
Questa visione d’insieme, purtroppo, non era condivisa da tutti, e ricordo bene quando, confrontandomi con qualche giornalista con il quale inizialmente condividevo la necessità di approfondire la pista di “Mafia e Appalti”, provai ad accennare a questi altri scenari, ai fili invisibili che legavano la finanza, la politica milanese e i mercati internazionali della droga ai destini della nostra terra.
La reazione fu un invito esplicito a non scriverne, dicendomi chiaramente di lasciar perdere quei filoni, perché sollevare simili argomenti avrebbe solo allontanato il discorso da quello che, capii allora con estrema chiarezza, doveva essere imposto come l’unico e blindato movente delle stragi.
Quell’episodio mi confermò il rischio di una narrazione a senso unico, una verità parziale che si voleva far diventare assoluta a colpi di insistenza mediatica, ma fare informazione, per come la intendo io e per come ho sempre cercato di fare, significa non accettare recinti e non smettere di fare domande, soprattutto quando qualcuno ti dice di non guardare oltre il muro.
Quello fu per me un vero e proprio campanello d’allarme, compresi che non si trattava di una semplice divergenza di vedute, ma del rifiuto sistematico di qualsiasi elemento che potesse incrinare una tesi già scritta. La mia posizione di totale autonomia intellettuale risultò sgradita, portando non soltanto all’allontanamento da parte di quel giornalista, ma anche alla presa di distanza da parte di qualche avvocato che scelse di perorare esclusivamente il dossier “Mafia e Appalti” come l’unica e indiscutibile causa della strage di Via D’Amelio, escludendo a priori ogni altra convergenza di poteri.
L’ostracismo si è poi esteso ad amministratori e componenti di certi gruppi social che si ammantano della bandiera della ricerca della verità sulle stragi, operando come veri e propri tribunali mediatici, comportandosi quasi fossero gli unici detentori della verità assoluta, per i quali chiunque provi a sollevare dubbi, a citare fatti documentati che allargano il quadro o a suggerire che la mafia sia stata lo strumento di un disegno politico e finanziario molto più ampio, diventa un elemento scomodo da isolare e silenziare.
In questo contesto di chiusure e verità prefabbricate, non ho mai esitato a esprimere posizioni scomode, anche quando ciò significava criticare figure di grande rilievo mediatico e simbolico, criticando in passato anche le esternazioni di Salvatore Borsellino, pur rispettando il dolore e la legittima sete di giustizia di un fratello, in particolare per quanto riguarda le sue modalità comunicative.
I sospetti che allora mi portarono ad allontanarmi dai fautori di “Mafia e Appalti” intesa come verità unica sulle stragi, hanno purtroppo trovato una clamorosa e inquietante conferma in tempi recenti.
Il riferimento è ai tentativi emersi da parte del generale Mario Mori di condizionare i lavori della Commissione parlamentare Antimafia, cercando di fare inserire come consulenti della Commissione persone a lui vicine. Figure che avrebbero inevitabilmente spinto l’attività d’inchiesta proprio in direzione di quel dossier “Mafia e Appalti” che a lui da sempre sta così tanto a cuore.
Questo attivismo politico e istituzionale dimostra che la tesi del movente unico non era soltanto una convinzione giornalistica o legale di pochi, ma il punto fondamentale di una strategia precisa, volta a blindare una narrazione comoda a certi apparati. Quando si tenta di pilotare le consulenze di una commissione parlamentare per orientarne le conclusioni verso un’unica pista, il cerchio si chiude. Diventa evidente come la focalizzazione ossessiva su quel solo filone sia servita, e serva ancora, a distogliere lo sguardo da responsabilità diverse e ben più profonde, confermando che i miei dubbi di allora non erano fisime, ma la lucida percezione di un’operazione di contenimento della verità.
Ed è proprio alla luce di questi fatti che oggi, pur non essendo mai stato vicino alle posizioni di Salvatore Borsellino e continuando a non condividerne talvolta i modi e i toni, avverto il dovere dell’onestà intellettuale e ammettere che, nel panorama attuale, sia lui che il suo legale sono tra coloro che più di tanti altri tengono lo sguardo fermo proprio su quegli aspetti oscuri che si celano dietro le stragi del 1992 e del 1993.
Quegli intrecci tra mondi apparentemente distanti, quelle zone d’ombra istituzionali e quei depistaggi di Stato rappresentano una realtà che non può e non deve essere ignorata, e nonostante le passate divergenze sulle modalità della narrazione, bisogna riconoscere che la loro insistenza nel non fermarsi alla superficie ha contribuito a mantenere aperta la riflessione su ciò che è realmente accaduto, impedendo che una versione di comodo o riduttiva chiudesse per sempre la partita con la verità storica di questo Paese.
Quando mi sentii persino dire che “bisognava buttarla in politica” da chi, a Caltanissetta durante il processo a Matteo Messina Denaro, aveva avanzato non poche perplessità rispetto a un soggetto assai discusso – e non mi riferisco al generale Mori – salvo poi santificare quello stesso personaggio all’interno di luoghi istituzionali deputati alla ricerca della verità, il quadro mi è apparso drammaticamente nitido e mi è stato chiaro come questa verità, in realtà, andasse cercata solo fino a un certo punto.
La linea di demarcazione era tracciata e la colpa andava cercata esclusivamente nella responsabilità della mafia, in quella dei magistrati che avevano isolato i due giudici, o in quella di chi aveva sbagliato per inesperienza, o ancora in quella di chi come Arnaldo La Barbera o altri sono già passati a miglior vita, e nei poliziotti che si resero complici materiali del depistaggio tramite Scarantino. Tutto il resto doveva rimanere fuori lasciando intatti ben altri apparati dello Stato, fingendo di dimenticare che il “pupo” Scarantino non era nato dal nulla, ma scaturiva proprio da una precisa nota del Sisde. Si faceva finta di non ricordare che lo stesso La Barbera era strettamente legato ai servizi segreti, così come lo era Bruno Contrada.
Per chi come me rifiuta una verità preconfezionata, preconfezionata a tavolo o eterodiretta da interessi di parte, non rimaneva altra scelta se non quella di andare controcorrente, continuando a cercare i pezzi mancanti di un mosaico che troppi, ancora oggi, hanno interesse a lasciare incompleto.
Una scelta che non è mai stata una scelta di campo – come invece lo è per troppi altri in questa vicenda – ma una scelta di consapevolezza e di autonomia intellettuale.
Rifiutare l’arruolamento in una fazione significa abitare in una terra di mezzo scomoda, dove non ci sono scudi né tutele, ma dove risiede l’unico spazio possibile per chi intende fare informazione senza padroni e senza verità predeterminate.
Ecco perché queste pagine non sono un semplice resoconto di indagini passate, ma l’atto di rivendicazione di un metodo.
Mentre a Caltanissetta la pista legata a mafia e appalti è stata ufficialmente archiviata, su richiesta della stessa procura che ha preso atto dell’impossibilità di trovare riscontri solidi da poter sostenere in un eventuale giudizio, oggi assistiamo a un tentativo opposto in Commissione antimafia.
Lì si sta cercando di blindare quella stessa tesi, sfruttando un contesto in cui non sono necessarie prove schiaccianti o verifiche puntuali. In quella sede basta infatti una lettura ipotetica e suggestiva dei fatti per confezionare una verità storica da dare in pasto all’opinione pubblica, una ricostruzione che definire parziale sarebbe un puro e semplice eufemismo.
Dovrei forse fare un mea culpa? Se c’è una colpa che devo riconoscermi, è solo quella di essermi illuso credendo che certe persone condividessero il mio stesso e identico obiettivo: scavare a fondo per raggiungere la verità, chiunque essa andasse a colpire e senza concedere sconti a nessuno.
La ricerca della verità sulle stragi del 1992 e del 1993 non può e non deve essere un esercizio di fede. Finché continueremo a dividere la storia d’Italia in tifoserie ideologiche, accettando verità preconfezionate per il timore di destabilizzare equilibri di potere o santuari istituzionali, rimarremo ostaggi di una memoria mutilata. Il dossier “Mafia e Appalti” è stato un pezzo di quel tragico mosaico, ma ridurvi l’intera causale delle stragi significa avallare una colossale operazione di distrazione di massa, significa cancellare con un colpo di spugna il ruolo di apparati dello Stato, le collusioni della finanza internazionale, i legami oscuri tra uomini delle istituzioni e vertici mafiosi, e i rapporti con il mondo dell’eversione nera.
Gian J. Morici