
Tra eversione neofascista, complici istituzionali e l’enigma del volo misterioso su Capaci, l’inchiesta di Report riaccende i riflettori sul ruolo di Paolo Bellini, mentre la Commissione Antimafia privilegia la sola pista mafia-appalti per via D’Amelio adombrandone i legami con i servizi segreti ambientati fin dagli anni Settanta
La recente inchiesta della trasmissione Report ha riportato sotto i riflettori la figura di Paolo Bellini, la Primula Nera, ex esponente di Avanguardia Nazionale già condannato per la strage di Bologna e ora indagato per quella di Capaci. La riapertura delle indagini, voluta da Graziella Luparello, gip di Caltanissetta e figura centrale nell’inchiesta sui “mandanti esterni” delle stragi di Capaci e via D’Amelio, con la richiesta di 43 nuovi approfondimenti, ha acceso uno scontro politico e giudiziario sulla lettura delle stragi del 1992-1993, contrapponendo la pista “Mafia e Appalti”, prediletta dal procuratore Salvatore De Luca.
I sospetti su Bellini si concentrano sui suoi legami con i servizi segreti e con l’eversione neofascista di Stefano Delle Chiaie. A questo proposito, l’ex agente Luigi Baratiri nel corso dell’intervista a Report, ha dichiarato che il suo contatto nel Sismi, noto come maresciallo Paolo Oronzi, in realtà si chiamava Bellini.
Nonostante le smentite del condannato, diverse inchieste confermano i suoi storici legami con Cosa Nostra e la sua costante presenza in Sicilia nei momenti chiave della strategia stragista. Bellini si trovava infatti a Enna nel dicembre 1991 durante la pianificazione dei successivi attentati, a Cefalù a ridosso della strage di via D’Amelio nello stesso hotel di un esponente dell’estremismo nero, e fu infine intercettato a Caltagirone nel novembre 1992.
La figura di Paolo Bellini, la Primula Nera, è considerata di fondamentale importanza dagli inquirenti perché rappresenta il perfetto punto di giunzione tra l’eversione neofascista di Avanguardia Nazionale, i servizi segreti, la criminalità organizzata e la finanza d’alto livello. La sua presenza costante nei luoghi e nei giorni dei più drammatici eventi della storia italiana lo colloca al centro dei misteri della stagione stragista, sollevando il sospetto che non agisse come un semplice criminale, ma come un intermediario di alto livello tra pezzi dello Stato deviato e i vertici di Cosa Nostra.
All’interno di questo quadro già complesso, emerge un dettaglio inquietante legato alla strage di Capaci, sul quale la gip Graziella Luparello ha deciso di fare piena luce. Bellini possedeva infatti un regolare brevetto da pilota, una competenza tecnica non comune che si incastra perfettamente con uno dei misteri irrisolti di quel 23 maggio 1992, la presenza nei cieli sopra Capaci di un aereo non identificato che volò sulla zona proprio nelle fasi dell’attentato.
Questo elemento ha spinto il giudice per le indagini preliminari a richiedere stringenti e ulteriori approfondimenti investigativi su quell’aeromobile misterioso potesse avere un ruolo logistico, di ricognizione o di supporto operativo per la perfetta esecuzione della strage, e che alla cloche potesse esserci proprio la Primula Nera.
I presunti legami con i servizi segreti, l’estremismo di destra e il ruolo nelle stragi del 1992 e 1993 non costituiscono una novità per gli inquirenti, poiché già nel marzo del 1994 la Dia aveva inviato un rapporto riservato di settanta pagine, frutto dell’operazione Oceano, alle procure di Palermo, Roma, Milano e Firenze, contenente dettagli e testimonianze su quegli attentati.
Sulla base di quel documento, la Commissione antimafia siciliana aveva stabilito che i tragici fatti di Firenze, Roma e Milano erano stati pianificati da Cosa Nostra insieme ad altre mafie per terrorizzare il Paese e costringere lo Stato ad alleggerire il regime di carcere duro del 41 bis e a smantellare le strutture di Pianosa e dell’Asinara.
Veniva però individuata una causale differente for i delitti di Falcone e Borsellino, poiché secondo la ricostruzione l’eliminazione dei due magistrati sarebbe stata espressamente commissionata a Totò Riina da parte di figure di alto profilo, le quali in cambio avevano promesso di intervenire per modificare l’esito del maxiprocesso.
All’interno del documento, la Dia delineava un quadro molto dettagliato, individuando le responsabilità in Licio Gelli e in una fazione della massoneria del Paese, spalleggiati da esponenti degli apparati di sicurezza e da esponenti del mondo economico e finanziario, il cui braccio operativo sul terreno era invece costituito da membri dell’estremismo neofascista.
Questa rete criminale era attiva fin dagli anni settanta, epoca del golpe Borghese e della strategia della tensione, aveva poi proseguito la propria strategia attraverso attentati dinamitardi contro treni e stazioni, mantenendo nel tempo l’obiettivo di ostacolare qualsiasi cambiamento politico e sociale in Italia.
L’indagine Oceano analizzava nel dettaglio gli esecutori materiali degli attentati, evidenziando il profilo di alcune figure chiave. L’esplosivo impiegato a Capaci fu preparato da Pietro Rampulla, un mafioso messinese noto come esperto artificiere e con un passato da militante nel movimento neofascista Ordine Nuovo, che procurò il telecomando della bomba a Giovanni Brusca, ma evitò di essere presente sul luogo della strage adducendo impegni familiari.
A lui era legato Rosario Pio Cattafi, anch’egalmente ex militante di Ordine Nuovo e trafficante internazionale di armi connesso ai clan siciliani attivi a Milano, e nel rapporto compariva anche Paolo Bellini, descritto all’epoca come un misterioso intermediario che offriva sconti di pena ai boss in cambio del ritrovamento di opere d’arte rubate.
Il nome di Bellini era emerso poiché menzionato nella lettera d’addio di Nino Gioè, il mafioso che posizionò l’esplosivo nel tunnel sotto l’autostrada di Capaci, e che dopo essere stato arrestato grazie ad alcune intercettazioni, morì suicida nel carcere di Rebibbia lasciando un biglietto dai toni anomali in cui si autoaccusava scagionando però numerosi altri soggetti.
Nel documento Paolo Bellini veniva menzionato anche come un infiltrato ma in realtà appartenente all’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale. L’uomo, dopo una latitanza di vent’anni in Brasile, era riuscito a ottenere dalle istituzioni carcerarie il permesso di incontrare Nino Gioè.
Oltre al legame tra criminalità organizzata e politica, l’indagine Oceano introduceva il ruolo centrale del sistema economico, evidenziando come l’enorme ricchezza accumulata dai clan, non corrispondente ai beni sequestrati, venisse occultata nei mercati finanziari, i quali offrivano strumenti ideali per riciclare capitali illeciti e infiltrarsi nel tessuto industriale, un’ipotesi che cominciava a trovare riscontro nelle inchieste giudiziarie del periodo.
Questo medesimo intreccio di poteri si era già attivato in passato per il banchiere Michele Sindona, ipotizzando un progetto separatista in Sicilia. Sia in quella circostanza sia all’epoca del golpe Borghese, Cosa Nostra era stata convinta a partecipare ai piani eversivi grazie alla promessa di colpi di spugna giudiziari, amnistie o riforme dei processi.
E di eversione nera si era occupato anche il generale Mario Mori, il quale con il Ros avrebbe poi condotto le indagini sulla pista mafia-appalti, considerata una concausa della strage di via scarsa D’Amelio.
Questo interessamento da parte di Mori era stato adombrato dalle dichiarazioni di Gianadelio Maletti, ex agente segreto e capo del reparto D del controspionaggio dal 1971 al 1979, come emergeva chiaramente dagli atti del cosiddetto processo sulla Trattativa, nel quale Mori era stato imputato e successivamente assolto con sentenza definitiva.
Secondo la ricostruzione, negli anni Settanta Mario Mori era stato vicino alla destra eversiva e all’interno del Sid un gruppo aveva ostacolato le indagini sui movimenti estremisti neri. Gli interrogatori del processo Trattativa si erano dunque spostati in Sudafrica per scavare sul passato dell’ex generale del Ros, imputato nel dibattimento sui dialoghi tra Stato e mafia.
I pubblici ministeri Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia erano volati da Palermo a Johannesburg, dove nel 1980, si era rifugiato Gianadelio Maletti, ex agente segreto e capo del reparto D del Servizio dedicato al controspionaggio dal 1971 al 1979.
Maletti, ufficialmente latitante e condannato nell’ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana oltre che per sottrazione di documenti segreti, era stato ascoltato dai magistrati palermitani in qualità di testimone, assistito dal suo legale di fiducia Michele Gentiloni Silverj, mentre era rimasto assente Di Matteo a causa delle ultime minacce che avevano fatto innalzare il suo livello di protezione.
Negli anni Settanta, secondo quanto riferito da Maletti, erano stati stretti dei patti tra i servizi segreti e la mafia, e durante l’esame dell’ex generale ai vertici del Sid, svoltosi nella sua stessa casa, erano emersi due rapporti scritti da un collaboratore, i quali per la prima volta indicavano un legame strutturato tra alcuni alti ufficiali responsabili della sicurezza nazionale e i clan mafiosi di Palermo.
Di quella cerchia di ufficiali, in base ai documenti, faceva parte anche Mario Mori. Per tale ragione i magistrati del processo sulla trattativa avevano deciso di approfondire la questione, investigando su un periodo caratterizzato da attentati dinamitardi, eversione nera e progetti di colpi di Stato.
Maletti aveva ribadito di essere stato a conoscenza di quei tentativi volti a destabilizzare l’Italia, pur senza aggiungere nuovi dettagli, confermando le sue precedenti dichiarazioni. Secondo la sua tesi, le bombe degli anni Settanta erano state orchestrate dalla Cia, una versione da sempre respinta dai servizi americani, e dal movimento Ordine Nuovo, considerato più preparato sul piano militare e spinto da maggiori motivazioni politiche.
L’ex generale affermava di aver sempre sospettato che all’interno del suo reparto vi fossero ufficiali molto vicini alla destra eversiva, pur non avendo mai raccolto prove concrete a riguardo. Secondo i due rapporti, redatti dalla fonte Gian Sorrentino e sequestrati a Maletti dalla Procura di Roma prima della sua fuga nonostante lo 007 sostenesse di non averli mai visti, del gruppo legato a doppio filo con Cosa Nostra facevano parte sei persone che cercavano di rallentare il corso delle indagini: il colonnello Federico Marzollo, capo raggruppamento dei Centri, il capitano Mario Mori, il colonnello Andrea Pace e tre civili, ovvero i fratelli Giorgio e Gianfranco Ghiron e l’avvocato Emilio Taddei. Proprio i fratelli Ghiron rappresentavano, secondo la fonte, l’anello di congiunzione con Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo ed espressione politica dei corleonesi.
Riguardo a Mori, Maletti ricordava che era stato il collega Marzollo a volerlo al Sid. Nel 1975 i sospetti sui suoi legami con l’estrema destra erano diventati troppo evidenti, spingendo lo 007 a revocargli l’incarico e a chiederne l’allontanamento per un anno. L’ex generale escludeva però che quella scelta fosse dettata dal sospetto di legami tra Mori e Cosa Nostra, limitandosi a dichiarare ai magistrati che le inclinazioni politiche dell’ufficiale erano chiare.
Mori, continuava Maletti, tramite Marzollo era molto vicino al generale Vito Miceli, all’epoca direttore del Servizio e in aperto contrasto con l’ex generale, nonché coinvolto nell’operazione Gladio e nell’inchiesta sulla Rosa dei Venti, e a Miceli risultava legato anche il colonnello Bonaventura, il quale, secondo quanto affermato da Maletti, vantava un’affiliazione formale nei ranghi di Cosa Nostra, tanto che l’ex generale dichiarava che nel Servizio si sapeva che l’uomo era punciuto.
Proprio in questo complesso contesto si inseriscono i recenti lavori della Commissione parlamentare antimafia, che ha deciso di focalizzare la propria attenzione quasi esclusivamente sulla pista mafia-appalti come principale causa della strage di via D’Amelio. Per approfondire questo filone, l’organismo parlamentare ha ascoltato il generale Mario Mori, valorizzando la tesi secondo cui il dossier mafia-appalti fu il reale motore dell’accelerazione dell’attentato a Paolo Borsellino.
Questa precisa scelta metodologica e politica ha però provocato una profonda spaccatura all’interno della stessa Commissione, poiché concentrando gli sforzi analitici ed espositivi su questa sola ricostruzione, i commissari hanno di fatto evitato di approfondire gli altri scenari investigativi emersi nel corso degli anni. Sono rimasti così in secondo piano i pesanti interrogativi sui possibili intrecci tra le frange deviate degli apparati di sicurezza dello Stato e i network dell’eversione nera, elementi che, come dimostrano i vecchi rapporti della Dia e le inchieste più recenti, continuano a rappresentare l’ombra mai del tutto diradata dietro i grandi misteri della stagione stragista.
Emerge con chiarezza come l’intelligence italiana dell’epoca non si muovesse come un blocco monolitico, bensì come un terreno frammentato in cui convivevano e si scontravano gruppi di anime diverse, portatrici di visioni, interessi e talvolta fedeltà differenti, dei quali torneremo presto a occuparci, offrendo un’attenta analisi dedicata agli pseudonimi utilizzati al loro interno.
Questa disamina svelerà come una parte di tali denominazioni, non in uso all’epoca reparto D del Sid, non rispondesse a una regola fissa del SISDE, quanto piuttosto a una prassi interna e non scritta, diffusa in diversi apparati e attivata in contesti operativi specifici.
Un meccanismo ben distinto da quello della stragrande maggioranza di nomi in codice di funzionari, agenti o fonti rimbalzati nelle cronache giudiziarie, i quali rispondevano invece a criteri del tutto diversi e standardizzati, come le sigle alfanumeriche, le lettere dell’alfabeto greco, i nomi comuni di persona o pseudonimi geografici. Criteri ben visibili, ad esempio, nelle liste degli agenti della rete Stay Behind / Gladio o nei cosiddetti “protocolli” Fantômas, fino ad arrivare ai vari Fonte Aristotele o Fonte Cassandra, dove il richiamo era più genericamente orientato alla sfera mitologica o filosofica.
Gian J. Morici