
Indipendentemente dalle valutazioni di merito sul conflitto in corso che coinvolge l’Iran – al di là delle considerazioni di carattere umanitario, più o meno presunte come ragioni per aver dato luogo a una guerra – emerge una necessità di analisi sulla sicurezza interna dei paesi occidentali. La complessità degli sviluppi geopolitici attuali non deve infatti distogliere l’attenzione dal dato oggettivo del rischio di una recrudescenza del fenomeno terroristico sul suolo europeo, una variabile che non può essere sottovalutata o relegata a un piano secondario.
Le dinamiche di tensione globale agiscno spesso da catalizzatore per cellule dormienti e reti logistiche già presenti sul territorio, trasformando le crisi mediorientali in potenziali inneschi per azioni dirette in Occidente, e non si tratta soltanto di una questione di solidarietà o di posizionamento ideologico, ma della capacità dei sistemi di intelligence di monitorare una minaccia che storicamente ha dimostrato di saper colpire lontano dai propri centri di comando quando gli equilibri regionali vengono alterati.
Ignorare la possibilità di una nuova ondata di attentati significherebbe disconoscerne la natura e la potenza di attori statali e parastatali che utilizzano il terrorismo come uno strumento di pressione politica asimmetrica.
Il fenomeno del terrorismo di matrice islamista non è un blocco monolitico, ma riflette le profonde divergenze teologiche, politiche e strategiche che separano il mondo sunnita da quello sciita, e comprendere queste differenze è essenziale per analizzare le dinamiche di instabilità che colpiscono il Medio Oriente e la sicurezza globale, poiché le modalità di azione, gli obiettivi e le strutture organizzative dei due schieramenti rispondono a logiche profondamente diverse.

Il terrorismo di matrice sunnita, incarnato da gruppi come al-Qaeda o lo Stato Islamico, si caratterizza spesso per una struttura decentralizzata o a rete e per un’ideologia rivoluzionaria che mira alla distruzione degli ordini costituiti per restaurare un califfato universale. Le loro azioni colpiscono frequentemente non solo l’Occidente, ma anche altri musulmani considerati apostati, seguendo una dottrina di esclusione radicale, mentre, al contrario, il terrorismo o il radicalismo sciita tende a essere più strettamente legato a dinamiche governative, agendo spesso come strumento di politica estera per regimi di riferimento o per la difesa di comunità locali specifiche.
I gruppi sunniti operano frequentemnte come entità transnazionali che rifiutano il concetto moderno di Stato, mentre le organizzazioni sciite mostrano generalmente una disciplina gerarchica più rigida e una visione legata al controllo del territorio e alla sopravvivenza politica all’interno dei confini nazionali, e questo porta anche a una differente scelta dei bersagli. Per i primi il caos è spesso un fine, per i secondi la violenza è solitamente un mezzo inserito in una strategia di negoziazione o di espansione dell’influenza regionale ben definita.
Il mondo sciita rappresenta una componente fondamentale e complessa del mosaico islamico, con una popolazione stimata tra i 150 e i 200 milioni di fedeli, e pur essendo la corrente minoritaria rispetto alla maggioranza sunnita, che raccoglie circa l’80-85% dei credenti, gli sciiti costituiscono una quota significativa che oscilla tra il 10% e il 15% del totale dei musulmani, con alcune stime che arrivano a toccare il 20%.
La distribuzione geografica di questa comunità non è uniforme, ma presenta aree di fortissima concentrazione dove lo sciismo definisce l’identità nazionale e politica, delle quali l’Iran ne è il fulcro principale, con una schiacciante maggioranza che oscilla tra il 90% e il 95% della popolazione. Seguono l’Iraq, dove gli sciiti rappresentano circa il 62,5% degli abitanti, l’Azerbaigian e il Bahrein, quest’ultimo caratterizzato da una presenza storica radicata.
Oltre a questi nuclei centrali, la presenza sciita è determinante in diversi altri contesti mediorientali e asiatici attraverso minoranze di grande peso demografico e sociale. In Yemen quasi la metà della popolazione appartiene a questa corrente, mentre in Libano i fedeli sciiti costituiscono circa un terzo degli abitanti, inoltre, rilevanti e influenti si riscontrano infine in Pakistan, Afghanistan e Siria, rendendo questa branca dell’Islam un attore imprescindibile negli equilibri geopolitici di tutta la regione.

Il terrorismo di matrice sciita in Occidente presenta caratteristiche proprie, essendo storicamente e operativamente legato a un doppio filo con la Repubblica Islamica dell’Iran e la sua principale estensione regionale, l’organizzazione libanese Hezbollah. A differenza di altre sigle del radicalismo islamico, l’azione di questi attori si è configurata spesso come uno strumento di pressione politica e geostrategica, manifestandosi attraverso una rete logistica e criminale radicata profondamente anche nel cuore dell’Europa.
Le radici di questa minaccia risalgono agli anni Ottanta, un decennio segnato dai drammatici sequestri di cittadini occidentali a Beirut e da una sanguinosa campagna di attentati dinamitardi in Francia, azioni volte a condizionare il supporto di Parigi all’Iraq durante il conflitto con Teheran.
In tempi più recenti, la minaccia si è evoluta senza perdere d’intensità. Nel 2012, l’attentato al bus di Burgas in Bulgaria ha dimostrato la capacità di Hezbollah di colpire obiettivi turistici sul suolo europeo, mentre tra il 2012 e il 2015 le autorità di Cipro hanno sventato piani d’attacco su vasta scala, sequestrando tonnellate di nitrato di ammonio pronte all’uso.
Tra il 2020 e il 2024, l’attenzione delle intelligence europee si è concentrata su una serie di operazioni sventate in Danimarca, Francia e Albania, mirate principalmente a colpire dissidenti iraniani, confermando che Hezbollah e le unità operative di Teheran non limitano la propria attività al Medio Oriente, ma mantengono una struttura logistica attiva in Occidente capace di passare rapidamente dalla raccolta fondi e dal supporto operativo alla pianificazione di azioni dirette contro obiettivi sensibili o oppositori politici.
Cosa accadrebbe se le due diverse confessioni si unissero contro un nemico comune?
A prescindere dal fatto che il passato sembra non averci insegnato nulla, dall’Afghanista, al Pakistan, all’iraq, quando saddam venne ucciso durante il mese sacro ai musulmani, e le cui conseguenze abbiamo già visto, è impensabile ipotizzare che l’Occidente possa controllare il territorio iraniano, con una presenza di oltre il 90% della popolazione che è sciita.
Seppore un’alleanza strutturale è quasi impossibile, collaborazioni tattiche e temporanee sono già avvenute.
La complessità del panorama jihadista mediorientale nasce da una frattura profonda, dove le sigle del terrore sunnita e sciita si muovono su binari spesso inconciliabili. Alla base di questa ostilità c’è una visione religiosa radicalmente opposta. Per i gruppi sunniti salafiti, come l’Isis o Al-Qaeda, gli sciiti non sono solo avversari ma veri e propri apostati, considerati talvolta persino peggiori degli infedeli non musulmani. A questa distanza dottrinale si aggiungono obiettivi politici divergenti. Se le milizie sciite, con Hezbollah in testa, agiscono spesso come braccio operativo dell’agenda iraniana, i gruppi radicali sunniti puntano a rovesciare quegli stessi equilibri per stabilire califfati che escludono categoricamente la presenza sciita.
Eppure, nonostante questo odio viscerale, esistono zone d’ombra in cui le due fazioni riescono a convivere o persino a collaborare, laddove il principale elemento di coesione è la presenza di un nemico comune, identificato quasi sempre in Israele e negli Stati Uniti. Una condizione quanto mai attuale nel contesto di questa guerra voluta e portata avanti dagli USA e da Israele. Questo permette all’Iran sciita di sostenere apertamente i sunniti di Hamas all’interno del cosiddetto Asse della Resistenza, e oltre alla strategia politica, subentra spesso un pragmatismo logistico, come il transito, documentato in passato, di esponenti di Al-Qaeda in territorio iraniano per colpire obiettivi occidentali. Non si tratta di intese ideologiche, ma di patti di non belligeranza dettati dalla convenienza o dalla necessità di gestire traffici illeciti che finanziano entrambi gli schieramenti.
L’atteggiamento verso l’altro varia però sensibilmente a seconda della sigla, come nel caso di Hezbollah, che pur combattendo duramente l’Isis in Siria, mantiene una solida alleanza con i sunniti di Hamas in funzione anti-israeliana. Al-Qaeda adotta invece un approccio più opportunistico, evitando spesso di attaccare direttamente l’Iran per non compromettere le proprie linee di rifornimento. Al contrario, lo Stato Islamico rappresenta l’ala più estrema e intransigente e rifiuta ogni compromesso e continua a considerare l’attacco sistematico agli sciiti una priorità assoluta della propria missione.
Secondo quanto emerge dall’ultima relazione annuale della nostra intelligence, il futuro dell’Occidente appare segnato dal rischio concreto di una nuova ondata terroristica con cui saremo costretti a misurarci. Il documento, redatto poco prima degli ultimi attacchi condotti da Stati Uniti e Israele, avverte chiaramente che le attuali tensioni in Medio Oriente stanno alimentando un clima di instabilità globale capace di innescare un’escalation di violenza senza precedenti.

Il timore principale degli analisti riguarda un posibile allargamento del conflitto, specialmente se dovesse coinvolgere direttamente l’Iran, poiché uno scenario del genere agirebbe da catalizzatore per la diffusione della minaccia terroristica fin dentro i confini europei. Non si può infatti escludere che, nel prossimo futuro, si assista a un aumento dei livelli di allerta anche in Italia, con un particolare pericolo per tutti quegli obiettivi riconducibili agli interessi israeliani o statunitensi.
A rendere il quadro ancora più allarmante è la capacità di adattamento della propaganda jihadista. Quest’ultima potrebbe sfruttare cinicamente lo scontro conTeheran per compattare le diverse anime del radicalismo sotto un’unica bandiera, invocando una sorta di guerra santa globale contro quello che viene definito il comune nemico occidentale.
Appare ormai evidente che l’espandersi del conflitto con l’Iran non possa più essere letto solo attraverso la lente degli scontri militari, dei contraccolpi economici o del ridisegnamento degli equilibri in Medio Oriente, dovendo guardare a una minaccia molto più subdola e trasversale, che si sta trasformando in una vera e propria guerra asimmetrica pronta a bussare alle porte dell’Occidente.
Il timore concreto è che l’Europa diventi il palcoscenico di una nuova ondata di terrorismo confessionale, alimentata dalle tensioni mediorientali e da una propaganda capace di colpire in modo imprevedibile. Non si tratta più soltanto di una questione geopolitica distante, ma di una sfida alla sicurezza interna dei nostri Paesi con cui saremo costretti a fare i conti molto presto.
Di questi scenari inquietanti e delle possibili strategie di prevenzione parleremo approfonditamente in un’intervista esclusiva con *Antonio Evangelista, uno dei massimi esperti internazionali in materia di terrorismo di matrice religiosa, per cercare di capire come sta cambiando il volto della minaccia globale.
Gian J. Morici
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*Antonio Evangelista è un dirigente in pensione della Polizia di Stato e un esperto di fama internazionale in materia di contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata. Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi di altissimo profilo operativo e diplomatico, servendo come comandante del contingente di polizia italiano in Kosovo nell’ambito della missione ONU (UNMIK) e lavorando intensamente nei Balcani per monitorare le infiltrazioni del radicalismo religioso e i traffici illeciti. Ha collaborato con l’OSCE e altre organizzazioni internazionali in Medio Oriente e in Africa, occupandosi di riforme dei sistemi di sicurezza e analisi delle minacce jihadiste. Oltre alla sua attività sul campo, è un apprezzato saggista e autore di numerosi libri, tra cui titoli di rilievo sulla storia recente dei conflitti balcanici e sulle dinamiche del terrorismo confessionale. La sua esperienza lo rende una delle voci più autorevoli per comprendere i collegamenti tra crisi geopolitiche regionali e rischi per la sicurezza interna dei paesi occidentali.