
La verità storica è completamente un’altra: mio padre ha rappresentato una figura centrale nel contrasto alla criminalità organizzata nel nostro Paese. Questa la reazione di Marina Berlusconi in seguito alla decisione del giudice per l’udienza preliminare di Firenze, Patrizia Martucci, di archiviare la posizione di Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti degli attentati mafiosi del biennio 1993-1994. Il provvedimento è scaturito dall’assenza di prove tangibili in merito a relazioni dirette tra l’organizzazione Cosa Nostra e la figura di Silvio Berlusconi, e di riflesso con lo stesso Dell’Utri.
Evitando di commentare i dettagli di questa specifica vicenda legale e la sua conclusione, non dovrebbe sfuggire a nessuno come la storia dell’ex presidente sia costellata da vicende giudiziarie, condanne e prescrizioni, che certamente non ne fanno un eroe della legalità, e a chiunque sostenga che le vicissitudini giudiziarie del leader defunto siano cominciate solo con il suo ingresso nella scena politica, è opportuno rammentare che tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, diverse inchieste giudiziarie e testimonianze di collaboratori di giustizia hanno delineato presunti legami tra l’entourage di Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata.
Il primo nucleo di queste relazioni risale al periodo tra il 1973 e il 1976, quando il mafioso Vittorio Mangano lavorò come fattore nella villa di Arcore, dopo essere stato introdotto da Marcello Dell’Utri, amico di Berlusconi sin dai tempi dell’università a Milano. Nonostante ad Arcore Mangano mantenesse un profilo da ospite di riguardo, ospitando anche soggetti poi indicati come latitanti, e nonostante il suo comportamento nel sequestro del principe D’Angerio avvenuto proprio all’interno della proprietà, Berlusconi lo mantenne in servizio per altri due anni. Successivamente, dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi parlarono di un versamento annuale di 200 milioni di lire che la Fininvest avrebbe corrisposto a Cosa Nostra tramite Dell’Utri e lo stesso Mangano.

Il nome di Berlusconi compare per la prima volta in contesti investigativi nel 1979, ai margini dell’operazione ‘Pizza Connection’, una vasta indagine internazionale sul traffico di eroina tra la Sicilia e gli Stati Uniti. I fili di questi flussi finanziari portano spesso alla Banca Rasini di Milano, un piccolo istituto in cui il padre di Berlusconi, Luigi, aveva lavorato come direttore e che in seguito si rivelò essere una delle principali casseforti utilizzate dai boss Totò Riina e Bernardo Provenzano per il riciclaggio di denaro sporco. Proprio la Rasini fu tra i primi finanziatori delle attività edilizie di Berlusconi e partecipò alla gestione di ingenti flussi di capitale, pari a 113 miliardi di lire, giunti alla Fininvest tra il 1978 e il 1983. In quel periodo, un’intercettazione della Guardia di Finanza ipotizzò persino un ruolo dell’imprenditore nel finanziamento di traffici di stupefacenti, sebbene l’indagine sia stata poi archiviata nel 1991. Tali dinamiche relative alle origini della sua ricchezza furono al centro di duri attacchi politici da parte di Umberto Bossi negli anni Novanta.

Un ultimo filone investigativo emerse nei primi anni Novanta in Svizzera con l’operazione ‘Mato Grosso’, condotta dal commissario Fausto Cattaneo sul riciclaggio dei proventi del narcotraffico. Attraverso un’infiltrazione, Cattaneo raccolse le confidenze di un trafficante brasiliano, secondo cui parte dei capitali da ripulire proveniva direttamente dal gruppo Fininvest. Nonostante i rapporti di polizia evidenziassero nuovamente il nome del futuro Presidente del Consiglio, l’indagine svizzera venne interrotta e infine archiviata dalle autorità competenti.

Le reazioni delle istituzioni di centrodestra all’archiviazione di Firenze sono state di netta condanna per il passato. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha avuto un colloquio telefonico con Marina Berlusconi, ha sottolineato come il decreto del giudice sancisca in modo definitivo l’inesistenza di legami tra il fondatore di Forza Italia e le organizzazioni criminali. Secondo la premier, per tre decenni un’ampia comunità di elettori è stata gravata dal sospetto infamante che il consenso democratico fosse frutto di appoggi o capitali mafiosi, un dubbio che si è dimostrato del tutto privo di basi.
Sulla stessa linea il leader di Forza Italia Antonio Tajani, il quale ha ribaltato le accuse parlando di un disegno oscuro portato avanti da una frangia della magistratura che avrebbe utilizzato teoremi infondati come uno strumento di lotta politica per alterare gli equilibri democratici del Paese. Tajani ha inoltre criticato i tempi eccessivamente lunghi con cui si è giunti al proscioglimento e ha stigmatizzato quello che considera un accanimento mirato a eliminare politicamente Silvio Berlusconi e la sua forza politica.
Pur ribadendo che i provvedimenti giudiziari vadano sempre rispettati, a differenza dei giudizi espressi in ambito giornalistico o politico, non si può fare a meno di sottolineare come in base a quanto riportato dal Corriere della Sera di Firenze, il giudice ha archiviato l’ennesima inchiesta sui presunti mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993, che vedeva coinvolti Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, giunta allo scadere dei termini massimi per le indagini preliminari, con l’accoglimento della richiesta presentata dalla Procura di Firenze, la cui motivazione cardine risiede nella totale mancanza di elementi concreti in grado di dimostrare contatti diretti tra Cosa Nostra e l’entourage berlusconiano. Di conseguenza, pur a fronte di quello che i magistrati definiscono un quadro indiziario significativo, gli elementi raccolti sono stati ritenuti del tutto insufficienti a formulare una ragionevole previsione di condanna in sede di giudizio. Il fatto che il provvedimento notificato ai legali contenga numerosi omissis evidenzia però come le indagini della Procura antimafia toscana stiano comunque proseguendo per individuare eventuali altre responsabilità dietro le bombe di Firenze, Roma e Milano.
Questo esito si fonda sul medesimo principio giuridico che portò, a Caltanissetta, all’archiviazione del celebre dossier mafia-appalti, dove la stessa Procura che aveva condotto gli accertamenti riscontrò l’assenza di prove solide e idonee a reggere un dibattimento processuale. Emerge però una singolare contraddizione nell’approccio di una certa stampa, dell’opinione pubblica e di parte della stessa magistratura, che fa pensare all’utilizzo di due pesi e due misure. Nel caso di Berlusconi e Dell’Utri, l’archiviazione viene considerata un punto d’arrivo che certifica l’estraneità dei soggetti, mentre per l’indagine mafia-appalti il cortocircuito è evidente: pur essendo stata archiviata per insufficienza di prove, per una determinata fetta di stampa e per gli stessi inquirenti quella pista è rimasta, e programmaticamente, la causa più probabile e il movente principale dei successivi attentati di Capaci e via D’Amelio.
Di fronte a un panorama così complesso, in cui i decreti di archiviazione e i passati filoni investigativi si intrecciano con interpretazioni politiche contrapposte, emerge la necessità di riflettere sul compito della stampa che non può e non deve ridursi a quello di un passivo registratore di veline e comunicati ufficiali scritti dalle parti in causa. Al contrario, la stampa ha il dovere etico e civile di operare come il cane da guardia della democrazia, analizzando criticamente i fatti, sollevando dubbi legittimi e portando alla luce le contraddizioni del potere.
Rispettare le sentenze e i decreti dei tribunali è un principio cardine dello Stato di diritto, ma mantenere uno sguardo vigile e indipendente sulle vicende che hanno segnato il Paese resta l’unico modo per difendere la trasparenza e la salute delle nostre istituzioni democratiche.
Certi giornalisti che andranno a perorare la santificazione degli indagati in questo procedimento causa archiviazione, avranno ancora il coraggio di sostenere le loro tesi per altre vicende, seppure anche quelle archiviate?
Guardarsi dentro richiede una notevole forza d’animo, ma metterlo nero su bianco e condividerlo con il mondo esige un coraggio ancora più grande.
Gian J. Morici