
Ho appena finito di leggere il nuovo romanzo di Fabio Pilato e cerco di scendere dall’onda emozionale che mi ha trascinato dappertutto: dalla teoretica trascendentale, all’impero dei sensi; dal gioco perverso e diabolico del potere, alla saggezza salvifica dell’Amore in tutte le sue forme (e posizioni).
Ho volato sulle ali di un racconto in cui ogni pagina – come i giorni della nostra vita – si sfoglia con la più semplice domanda: “Cosa conoscerò adesso che la Verità si avvicina a me sempre di più?”.
In realtà avrei voluto rimanere – ancora per tanto tempo – in quell’altura dei pensieri dove la Filosofia diventa strumento di conduzione della Ragione e quest’ultima mezzo di ricerca, incessante, di Verità.
Deve essere assai pericolosa questa ricerca – per taluni versi letale – se tanti eroi del quotidiano vi hanno sacrificato e perso la vita.
Il protagonista di questo romanzo – che definire olistico e metafisico sembra riduttivo – è uno di questi eroi votati all’impossibile e letale ricerca della Giustizia con la “G” maiuscola.
Lo si ama, da subito, perché ci ricorda quei perdenti che traggono forza dalla loro stessa umanità per condurre sfide all’apparenza titaniche, sfide in cui il nemico si fa essere antropomorfo e al contempo onnipresenza diabolica nascosta in anagrammi filosofici.
Leggendo il romanzo comprendi – da subito – qualcosa che studiando Giurisprudenza all’università non è poi così semplice intuire, ovvero il perché la Filosofia del Diritto sia una disciplina basilare della scienza giuridica e serva a districare i suoi nodi allorché diventano incomprensibilmente labirintici.
Non è un caso, quindi, che il nome in codice del protagonista sia “Platone” e che il suo modo di interpretare gli umani accadimenti diventa il percorso logico che trascina il lettore – pagina dopo pagina – fino al momento catartico.
Per Aristotele la catarsi era, infatti, il momento in cui tutto aveva il suo compimento con la purificazione magica dell’anima.
Aristotele non era un filosofo qualunque se è vero che fu maestro di pensiero di Alessandro Magno, imperatore dei Macedoni.
Qualcosa, però, in questo giornalista/filosofo (ma al contempo scopatore tanto potente quanto impenitente) ti lascia perplesso.
Non alludiamo al difficile cocktail tra sesso estremo e filosofia dell’essere.
Si tratta, piuttosto, del suo volteggiare “libero e bello” in un’aura così poco italiana.
Anzi, decisamente americana, più vicina al giornalismo di Bob Woodward e Carl Bernstein, eroi del famoso caso “Watergate” che mise a nudo il potere criminale del Presidente USA Richard Nixon.
Insomma, un personaggio al limite del fantascientifico in un libro che dal punto di vista narrativo si avvicina più al “Cacciatore di Androidi” di Philip K. Dick che al nostro Leonardo Sciascia.
Probabilmente Fabio Pilato si è divertito da matti a scrivere questo suo ultimo romanzo.
Lo vedo che sorride alla tastiera del computer mentre fustiga – nel suo procedere fantasioso al limite del fantascientifico – i magistrati ipocriti e corrotti che fanno da pedine alla “spectre” criminale.
Mentre lo leggevo – non so perché – ho pensato alle parole che l’imperatore Adriano aveva riservato ad un suo scrittore contemporaneo:
“…Ne apprezzai lo stile… le frasi ampie e tuttavia concentrate al massimo: grandi coppe di bronzo colme di un vino denso…”
Anzi, adesso che ci penso meglio, so il motivo che mi ha indotto a quel collegamento concettuale.
Il filosofo Platone (quello vero, intendo…) era lo stesso uomo che aveva scritto “La Repubblica”.
In quell’opera aveva esaltato l’idea del Giusto.
Ma – come assumeva l’imperatore Adriano nelle “Memorie” – la sua filosofia non bastava perché “eravamo noi che, ammaestrati dai nostri stessi errori, ci adoperavamo faticosamente per fare dello Stato una macchina atta a servire gli uomini e che rischiasse il meno possibile di opprimerli”.
Ecco, ho trovato la finale analogia che – farà pure sorridere – ma accosta il lavoro di Fabio Pilato a quello del grande imperatore dell’antica Roma.
Entrambi pensano che la Filosofia è solo vacuità intellettuale se non è unita alla Ragione che si traduce, a sua volta, in azione per il trionfo della Giustizia.
Un po’ come con il sesso: idealizzarlo verbalmente non basta, occorre farlo e anche bene.
Questo lo scrittore Pilato ce lo racconta, con ironia, fin dalle prime pagine del libro.
Sarà difficile per voi lettori dargli torto…
Lorenzo Matassa