Intervista di GJM

GJM: Finalmente il tuo libro è stato pubblicato da Amazon (clicca per acquistarlo). Alla fine dello scorso anno avevi anticipato la pubblicazione, e invece è arrivato solo ora. Un lungo periodo di “gestazione”…
Isabella Silvestri: Non volevo solo “pubblicare un libro”. Volevo restituire una storia vera con la precisione e il rispetto che merita.
Quando ho ricevuto il materiale – le email, i messaggi, i ricordi di chi c’era – ho capito subito che non si trattava di una trama da romanzare in fretta, e che c’erano voci vere. Quelle di Zeudi, di Carlo, di Mahmoud, di Suor Maria, di Jimmy, dello Sceicco. C’erano dettagli che non potevo inventare – tanto più che non sono una scrittrice di romanzi -, e silenzi che dovevo rispettare.
Ho riscritto interi capitoli più volte, cercando di non appesantire la narrazione con il mio giudizio, ma lasciando che fossero i fatti e i personaggi a parlare. Ho controllato date, luoghi, dinamiche del traffico di esseri umani nel Sinai tra il 2013 e il 2014, confrontandomi con fonti pubbliche e con chi aveva vissuto quelle rotte.
Poi c’è stato il lavoro più difficile, quello di tenere insieme la ferocia degli eventi e l’umanità di chi, in quel contesto, ha scelto di non restare indifferente. Figure ambigue, a volte violente, che improvvisamente compiono gesti di salvezza. Non volevo né santificarle né demonizzarle…volevo mostrare quella zona grigia in cui, a volte, la speranza ha il volto di chi nessuno si aspetterebbe.
I nomi sono stati cambiati, alcuni passaggi resi meno riconoscibili. Non per censura, ma per rispetto.
Prima della fine dello scorso anno avevo un manoscritto quasi pronto, ma “quasi” non bastava. Preferivo ritardare di mesi piuttosto che consegnare qualcosa di incompleto o di frettoloso. Ora il libro c’è, e spero che chi lo leggerà senta, tra le pagine, il peso di quella “gestazione“, non come un ritardo, ma come un atto di cura.
Tu sui social appari piuttosto disinvolta, aperta, a tuo agio nel raccontare e nel dialogare, eppure, dando una lettura veloce all’ebook che su Amazon hai messo gratuito fino a giorno tre di agosto, viene da pensare che nella vita privata tu sia diversa.
Isabella Silvestri: Sì, è esattamente così. Sui social mostro una parte di me, quella che discute, che si indigna, che condivide frammenti di lettura o di attualità. Ma è una facciata. Nella vita reale sono una persona riservata, alla quale non piace parlare di sé… non mi piace essere al centro dell’attenzione. Preferisco stare un passo indietro, osservare, ascoltare.
Quando ho deciso di pubblicare “Sangue e morte nel deserto del Sinai“, una delle cose che mi ha frenato di più è stata la paura di apparire come qualcuno che voleva mettersi in mostra sfruttando una storia terribile e vera solo per avere un libro con il suo nome in copertina. Mi faceva orrore l’idea di essere percepita così.
A spingermi sono state le persone a me più vicine, che hanno insistito, mi hanno detto che tenevo chiusa in un cassetto una storia che meritava di essere raccontata, non per vanità, ma perché dietro quei numeri e quelle rotte del Sinai ci sono volti, nomi, sofferenze concrete.
E poi c’è stato Antonio Evangelista. Quando ha accettato di scrivere l’introduzione, qualcosa è cambiato. Non era solo un nome autorevole, era qualcuno che conosceva la realtà del traffico di esseri umani, delle missioni, delle zone grigie. Il fatto che una persona come lui, con la sua esperienza, ritenesse di dare peso a questa storia, mi ha tolto molte resistenze. Mi ha fatto capire che non stavo mettendomi in mostra, stavo semplicemente restituendo una testimonianza che non potevo più tenere solo per me.
Sei passata dai podcast sui servizi segreti e sul terrorismo a questa storia vera. Cosa ti ha spinta, e cosa in particolare ti ha colpito della storia di Zeudi?
Isabella Silvestri: Fino a poco tempo fa la mia attenzione era tutta concentrata sulle zone d’ombra della storia contemporanea, intelligence, operazioni coperte, terrorismo, i meccanismi del potere nascosto, e i podcast sulla CIA e sul terrorismo in Italia nascevano proprio da quella ossessione per i documenti declassificati, per le analisi, per le dinamiche che restano dietro le quinte.
Poi è arrivata questa storia. Dico arrivata perché non l’ho cercata. Mi è stata raccontata quasi per caso, da una persona che aveva vissuto alcune di quelle vicende e che, con una certa reticenza, mi aveva accennato a “una storia romanzata”. Più insistevo, più capivo che di romanzo c’era ben poco. C’era una ragazza eritrea, Zeudi, rapita nel Sinai, torturata, venduta, liberata da uomini che nessuno avrebbe definito eroi, e poi finita nelle mani di un sistema che confonde vittime e colpevoli.
Quello che mi ha colpito di più non è stata solo la ferocia del traffico di esseri umani – le torture, la plastica fusa sul corpo, le telefonate ai familiari costretti ad ascoltare le violenze – ma la zona grigia in cui si muovono certi personaggi, con un passato di violenza, cinismo, sangue sulle mani, che improvvisamente compiono gesti di salvezza. Mahmoud, Carlo, persino alcuni di coloro che operano nell’ombra.
Mi ha molto colpita la solitudine di Zeudi. Non era solo una vittima statistica tra le migliaia di eritrei sequestrati tra il 2007 e il 2014. Era una persona concreta, con una famiglia che ascoltava le sue grida al telefono, con cicatrici fisiche e invisibili, con due denti rotti e ancora una scintilla di resistenza.
E mi ha colpito il fatto che la sua liberazione non sia arrivata dalle istituzioni ufficiali, ma da una rete improvvisata di persone diverse, da un ex agente, un mercenario, una suora, un ufficiale egiziano cristiano, uno sceicco musulmano. Persone che non condividevano fede, nazionalità o passato, e che pure si sono trovate a operare insieme per strapparla all’inferno.
È stata questa complessità a spingermi a scrivere. Non volevo raccontare solo un’atrocità, volevo raccontare anche che a volte la salvezza arriva da dove meno te l’aspetti, e che anche le anime più scure possono, inaspettatamente, diventare luce.
Dopo questa esperienza così intensa con un romanzo basato su una storia vera, come vedi il tuo futuro di autrice? Continuerai a esplorare la narrativa, o tornerai ai tuoi temi di sempre attraverso i podcast o magari un saggio?
Isabella Silvestri: Continuerò sicuramente con i podcast, sono la forma che mi riesce più naturale, quella in cui mi sento a casa. E qui voglio ringraziare anche Fabio Fabiano che dà voce ai miei testi, e senza la cui interpretazione quei racconti non avrebbero la stessa forza. Gli sono grata per la professionalità e per la cura con cui entra in storie difficili.
Quanto a un saggio… credo sia ancora un po’ prematuro. Mi piacerebbe, un giorno, mettere insieme in forma più strutturata tutto il materiale che ho raccolto su intelligence, terrorismo e dinamiche di potere, ma per ora non mi sento pronta. Preferisco continuare a studiare, ad ascoltare, a confrontarmi con le fonti, senza la fretta di chiudere tutto in un volume.
Detto questo, se dovesse arrivare un’altra storia vera – una di quelle che ti restano sotto la pelle e non ti lasciano scampo – non escludo di scrivere di nuovo. Se sarà un romanzo, un racconto ibrido o qualcosa di più documentale, lo deciderò solo in quel momento. Non ho un piano precostituito, so solo che certe storie, quando arrivano, chiedono di essere raccontate. E se succederà, valuterò quale forma sarà la più onesta.
In un libro che abbia per oggetto i desegretati della CIA di cui parli nei podcast, non credi che, oltre a riportare quanto emerge dai documenti, sarebbe importante dare anche la tua opinione in merito ai fatti che vai ad analizzare?
Isabella Silvestri: L’idea di un libro sui documenti declassificati della CIA, soprattutto quelli legati all’Italia e agli Anni di Piombo, mi ha sfiorata più di una volta. Sono materiali che conosco, che ho studiato e continuo a studiare… e che nei podcast cerco di restituire con la massima precisione possibile.
Però resto convinta che, almeno per ora, sia ancora prematuro. Un saggio di quel tipo richiede non solo una conoscenza approfondita delle carte, ma anche una capacità di sintesi e di inquadramento storico che non voglio affrettare… preferisco continuare a lavorare sui testi, a confrontarli, a lasciarli “respirare”, piuttosto che chiuderli troppo presto tra due copertine.
Quanto all’opinione personale… è una questione delicata. Il mio approccio, finora, è stato quello di restituirli il più fedelmente possibile, contestualizzandoli, mettendoli in relazione tra loro, ma evitando di sovrapporre la mia voce..non perché non abbia opinioni – ne ho, e a volte molto nette – ma perché temo che un giudizio troppo esplicito possa rischiare di trasformare un lavoro di ricostruzione in una tesi precostituita.
Questo non significa che l’analisi debba essere asettica, significa che l’opinione, quando c’è, deve nascere dai fatti e non precederli. Se un giorno arriverò a scrivere quel libro, cercherò di trovare un equilibrio, dando spazio ai documenti, alle contraddizioni, ai silenzi ufficiali, e solo dopo, con cautela, aggiungere la mia lettura. Ma non prima di aver la certezza di poter farlo senza forzature.
Per il momento resto sui podcast, dove posso permettermi di procedere pezzo per pezzo, di correggere, di approfondire. Un libro è un gesto più definitivo… e su temi come questi, la definitività mi fa ancora un po’ paura.
Cosa ti è rimasto dentro di Zeudi? Se potessi, vorresti incontrarla? E cosa accomuna la sua storia con il mondo femminile, che seppure in maniera meno drammatica subisce anche nel quotidiano violenze fisiche o psicologiche?
Isabella Silvestri: Di Zeudi mi è rimasta soprattutto la sua resistenza silenziosa, non l’immagine della vittima spezzata, ma quella di una ragazza che, nonostante le torture, la plastica fusa sulle braccia, i denti rotti, le umiliazioni ripetute e la prigionia, conservava ancora una scintilla di volontà di vivere. Quella scintilla mi ha accompagnata per tutto il tempo in cui scrivevo. È ciò che mi ha impedito di trasformarla in un simbolo astratto. Era una persona concreta, con un corpo ferito e una dignità che non si era lasciata cancellare del tutto.
Se potessi incontrarla? Onestamente non lo so… Una parte di me lo desidererebbe profondamente: per dirle che la sua storia non è andata perduta, che qualcuno l’ha ascoltata fino in fondo. Un’altra parte, però, teme di essere invasiva. Zeudi ha già dovuto raccontare troppe volte il proprio dolore, a rapitori, a poliziotti, a funzionari, a suore, a sconosciuti, non vorrei aggiungere un altro sguardo su di lei, per quanto pieno di rispetto. Se un giorno lei – tramite chi la ha aiutata – volesse, forse… Ma non sarei io a cercarla, preferirei che fosse una sua scelta libera, non un’iniziativa mia.
Quanto a ciò che la accomuna a tante altre donne… La differenza di grado è enorme, ovviamente. Quello che Zeudi ha subito nel Sinai è un inferno specifico, legato al traffico di esseri umani, alla tortura sistematica, al ricatto sulle famiglie, eppure c’è un filo sottile che lega la sua esperienza a forme di violenza meno visibili e più diffuse, al tentativo di ridurre una donna a oggetto, di spezzarne la volontà, di farle sentire che il suo corpo e la sua voce non le appartengono più.
Succede nelle case, nei posti di lavoro, nelle relazioni, nei silenzi imposti, nelle minacce velate, nelle umiliazioni quotidiane. Non è la stessa cosa, sia chiaro, ma il meccanismo di deumanizzazione, in fondo, si assomiglia. Ed è per questo che ho voluto dedicare il libro non solo alle donne eritree sequestrate nel Sinai, ma a tutte le donne che subiscono violenza, in qualsiasi forma. Perché dietro ogni storia estrema c’è spesso un continuum di prevaricazioni più piccole, più nascoste, che preparano il terreno a quelle più atroci.
Zeudi mi ha insegnato che anche quando tutto sembra perduto, qualcosa può resistere… e che quella resistenza merita di essere raccontata, non come pietà, ma come atto di verità.
Cosa pensi degli altri personaggi del libro? Avendo avuto modo di leggere la documentazione, che idea ti sei fatta di loro?
Isabella Silvestri: Sapevo che me lo avresti chiesto… Sono personaggi che restano dentro a lungo, proprio perché non sono monolitici.
Carlo, per esempio, è forse quello che mi ha messo più a disagio… Un uomo che viene da un mondo di ombre, abituato a muoversi tra informazioni riservate, favori e linee grigie. Non è un eroe… Porta con sé un cinismo di fondo e, in un momento di disperazione, arriva persino a contemplare l’ipotesi estrema di non lasciare Zeudi viva nelle mani di Abu, se la liberazione fosse risultata impossibile. Quella frase, che lui stesso poi rimpiange amaramente, dice molto della sua complessità… un gesto che nasce da una forma distorta di pietà, e che tuttavia lo perseguiterà. Nella documentazione si percepisce chiaramente il peso di quel rimorso. Non è un santo, e proprio per questo risulta vero.
Mahmoud, o Dum Dum come viene chiamato, è l’altro grande protagonista ambiguo. Ex forze speciali egiziane, mercenario, uomo abituato a risolvere i problemi con la violenza più fredda e professionale. Eppure è proprio lui, legato a Carlo da un vecchio debito di vita, a mettere in gioco uomini e rischi concreti per una ragazza che non conosce. Nella documentazione emerge la sua efficienza spietata, ma anche una forma di lealtà e di disciplina che va oltre il semplice denaro. Non cerca redenzione, non fa discorsi. Agisce. E in quell’agire, nonostante il sangue, c’è qualcosa di radicalmente umano.
Poi ci sono figure che rappresentano l’altro versante. Suor Maria, con la sua tenacia quieta e la capacità di entrare in un carcere e toccare le cicatrici di Zeudi senza giudicare. Jimmy, l’ufficiale egiziano cristiano, incorruttibile, che rischia la carriera e forse di più per una sconosciuta, mosso da una fede condivisa e da una compassione improvvisa. Lo Sceicco, che offre un rifugio inviolabile senza chiedere nulla in cambio. Omar, il cammelliere, che con pazienza e astuzia trova il campo. E Ahmed, il giovane che muore durante l’assalto. Un sacrificio che resta come un debito silenzioso su tutti gli altri.
Dalla documentazione ho ricavato l’impressione di un mosaico di persone che, in circostanze normali, non si sarebbero mai incontrate. Uomini e donne con passati diversi, fedi diverse, zone d’ombra più o meno profonde, che per un periodo limitato di tempo hanno fatto convergere le proprie azioni verso un unico obiettivo: strappare una ragazza all’inferno.
Non li idealizzo. Alcuni di loro hanno sangue sulle mani, altri hanno mentito, altri ancora hanno operato in un limbo legale molto opaco. Ma è proprio questa ambiguità che rende la storia forte. Come scrivevo all’inizio, a volte le anime più macchiate compiono i gesti più puri. E la speranza, talvolta, ha la faccia di un demone.
Grazie, Isabella, per aver condiviso con così tanta profonda accuratezza e delicatezza questa testimonianza e la complessità che la circonda.
L’augurio più sincero per il tuo percorso è di continuare a scrivere, a dar voce ai tuoi podcast, a ricercare e a far conoscere tutte quelle storie che pretendono di essere raccontate. Storie come quella di Zeudi e delle tante persone sommerse nell’ombra che non devono, e non possono più, rimanere dimenticate.
Buon lavoro e ad maiora per i tuoi futuri progetti.