Il nuovo libro di Isabella Silvestri

Il caso Dozier non è soltanto la storia di un rapimento, è il racconto di quarantadue giorni in cui l’Italia degli anni di piombo trema fino alle fondamenta, mentre le Brigate Rosse tentano di colpire al cuore della NATO e lo Stato risponde con una macchina investigativa senza precedenti. Tra documenti CIA desecretati, confessioni estorte, blitz dei NOCS, accuse di torture, remote viewing e ombre di contatti con la mafia, questo libro ricostruisce un episodio che segnò l’inizio della fine del terrorismo rosso e lasciò aperte domande ancora oggi senza risposta definitiva.
Il 17 dicembre 1981 un nucleo della Colonna Veneta delle Brigate Rosse si presenta all’appartamento del generale americano James Lee Dozier a Verona travestito da idraulici. Il più alto ufficiale statunitense presente nel comando NATO dell’Europa meridionale viene stordito, rinchiuso in un baule e portato in un appartamento di Padova. Lì resterà per oltre un mese, ammanettato a un lettino sotto una tenda da campeggio, mentre i suoi carcerieri tentano di trasformare la prigionia in un processo proletario contro l’imperialismo americano. La liberazione del 28 gennaio 1982, opera dei NOCS, avviene senza sparare un colpo. Ma la vera storia comincia dopo, con le confessioni a catena, lo smantellamento delle colonne storiche, le denunce di maltrattamenti durante gli interrogatori e l’uso, da parte americana, di metodi non convenzionali che includono sensitivi e remote viewer.
Isabella Silvestri ha ricostruito questa vicenda partendo da un documento CIA dell’ottobre 1983 in cui l’intelligence americana definiva il terrorismo di sinistra italiano sostanzialmente sconfitto, seppure non ancora sradicato. Attorno a quel testo è nato il primo episodio della serie podcast “CIA – I servizi segreti americani e il terrorismo in Italia”, letti dalla voce di Fabio Fabiano. Da lì la ricerca si è allargata a memorandum riservati, rapporti di situazione giornalieri, comunicati delle Brigate Rosse e testimonianze processuali, fino a dare forma a questo volume. Il risultato è uno sguardo dall’esterno, quello degli analisti di Langley, su un’Italia che gli Stati Uniti consideravano avamposto strategico della Guerra Fredda e possibile terreno di collasso democratico.
Il libro non si limita a narrare i fatti. Esplora le tattiche delle Brigate Rosse, la loro ideologia marxista influenzata da Mao, Marighella e Guevara, la struttura a colonne e fronti, le spaccature interne e il progressivo isolamento dalla società. Racconta come il sequestro Dozier rappresentò una deviazione verso obiettivi internazionali e come le perdite successive accelerarono il declino dell’organizzazione. Affronta il tema delle torture denunciate da alcuni arrestati, le condanne dei poliziotti coinvolti e le riflessioni successive, fino al legame che Michael Reagan, figlio dell’ex presidente, tracciò anni dopo tra i metodi italiani degli anni di piombo e le tecniche di interrogatorio impiegate dopo l’11 settembre, senza tralasciare il ricorso del Pentagono a remote viewer come Joe McMoneagle, le cui indicazioni sulla città di Padova non furono utilizzate in tempo, e la lettera del 1982 in cui un consulente della difesa ammetteva ufficialmente l’uso di tecniche psichiche durante la ricerca del generale.
Isabella Silvestri, già autrice del romanzo “La ragazza eritrea” e coautrice, insieme alla giornalista Simona Mazza, del libro “’U Baccagghiu”, porta in queste pagine la stessa curiosità e il medesimo rigore documentario che caratterizzano la sua produzione. Il risultato è un’indagine che non cerca risposte definitive, ma restituisce al lettore la complessità di un’epoca in cui terrorismo, servizi segreti, potere e ombre criminali si intrecciavano in modo ancora oggi difficile da districarsi del tutto.
Il caso Dozier è già disponibile su Amazon. Un volume che parla di un pezzo di storia italiana filtrato dallo sguardo americano, e che continua a interrogarci su quanto di quel passato sia davvero chiuso.