
Un dialogo oltre la vita. Il confronto amaro tra i giudici martiri e i boss che hanno insanguinato l’Italia, mentre l’ombra dei “pupari” resta a guardare.
Giovanni: Buongiorno, Paolo. – dice con un mezzo sorriso.
Paolo: Buongiorno a te, Giovanni – mentre accende la sigaretta. Come vanno le cose giù?
Giovanni: Come sempre. Ancora cercano chi ci ha uccisi… e non parlo dei killer, della manovalanza, cercano di capire per volontà di chi siamo saltati in aria. Chi c’era dietro quel palcoscenico.
Paolo: La solita vecchia storia, Giovanni. Quella tela di ragno che abbiamo cercato di squarciare per anni. Ricordi quando dicevano che la mafia non è un corpo estraneo, ma che si muove dentro le stanze del potere? Evidentemente quel potere ha ancora troppi segreti da custodire. Ma la gente? I palermitani, i ragazzi… loro come reagiscono?
Giovanni: Quella era la nota stonata per chi voleva silenziarci, Paolo. Pensavano che con i chili di tritolo a Capaci e in Via D’Amelio avrebbero chiuso la pratica, e invece avevano solo svegliato le coscienze. I giovani continuavano a fare rumore, a pretendere la verità. Le nostre idee camminavano davvero sulle loro gambe. Però… c’è un però.
Paolo: Sì, il tentativo costante di normalizzare, di burocratizzare la memoria. O peggio, di celebrare il mito… Perché vedi, Giovanni, a fare i santini sono bravi tutti, soprattutto i colpevoli.
Giovanni: Proprio così. Preferiscono ricordarci come eroi immobili, quasi fossimo personaggi da romanzo, piuttosto che guardare a quello che avevamo scoperto. La verità giudiziaria è una strada tortuosa, Paolo, piena di depistaggi, e ne sanno qualcosa i tuoi figli.
Paolo: I depistaggi… i falsi pentiti costruiti a tavolino. Hanno fatto a pezzi la verità pur di proteggere i pupari…
Giovanni: Hanno fatto di tutto per ridurre la nostra storia a una banale faida di campagna, a una questione di delinquenti sanguinari e niente più. Comodo, no? È molto più rassicurante dire alla gente che eravamo in guerra contro quattro pastori feroci venuti da Corleone, piuttosto che ammettere quello che avevamo scoperto. Hanno steso un velo di silenzio su anni di indagini minuziose. Ricordi le carte sugli omicidi eccellenti? Mattarella, Reina, La Torre… Non erano semplici delitti di mafia. Lì dentro c’era l’intreccio viscido tra segmenti deviati degli apparati dello Stato, pezzi di servizi segreti ed eversione. C’era un filo rosso che legava il tritolo di Palermo al terrorismo e alle strategie più oscure della storia d’Italia scritta oltre oceano.
Paolo: Già, la mafia usata come braccio armato di qualcosa di molto più grande che si muoveva nell’ombra.
Giovanni: Ma conveniva guardare altrove. Hanno ignorato i fiumi di denaro che avevamo tracciato, i grandi traffici internazionali di droga e quel sistema di riciclaggio raffinatissimo che ripuliva i capitali sporchi nelle banche del Nord e nei paradisi fiscali. La mafia che vedevamo noi non era solo lupare e latitanza. Era alta finanza, era agganciata a sistemi di potere insospettabili, a interessi politici che andavano oltre i nostri confini, eppure, per anni, hanno cercato di declassare tutto a una storia di mafia ordinaria. Come se Totò Riina, da solo, potesse muovere le leve della geopolitica e della finanza mondiale. Seppellendo quelle indagini, hanno provato a seppellire la vera natura del mostro che stavamo combattendo.
All’improvviso, a quelle due voci ferme e limpide, se ne sovrappongono altre due, che salgono dal fondo di un buio pesto, cariche del fumo delle vecchie celle e di segreti portati nella tomba.
Totò: Minchia… Scusati, ma quali pastori di Corleone? A colpa è a mia. Solo a mia. Ca per fare il capo dei capi mi dovevo pigliare i meriti di tutto. Dovevo andare in giro a raccontare ca ero stato io, solo io, a farvi fare a fine dei tonni. Faceva comodo a tutti, no? Io ero il pezzo da novanta, quello grosso, ca faceva tremare l’Italia. E intanto, mentre io facevo il tinto davanti alle telecamere e mi prendevo i massimi sistemi del 41-bis, darreri i paraventi c’era cu s’arricchiva e cu comannava vero. Mi usarono come un paravento, e io, per l’orgoglio di fare il re di sta minchia di mondo, ci misi la coppola.
Bernardo: Totò, tu scruscio facesti sempre… Troppo scruscio. La verità, quella vera, l’ha detta u Siccu, Matteo, dopo che lo pigliarono… se pigliato si può dire, ca ancora ci sarebbe da discutere su comu ci arrivarono. Quando si sedette davanti ai giudici, glielo disse chiaro e tondo in faccia: “Vi siete accontentati di poco”. E c’aveva ragione, Iddu. Vi siete accontentati di quattro vecchi malati dentro le galere, vi siete accontentati della mafia ruspante per non andare a bussare alle porte dei palazzi che contano. La verità è ca noi eravamo i pupi, Totò… ma i pupari non parlavano come noi.
Giovanni: Vedi, Paolo? Le loro stesse parole confermano quello che abbiamo sempre saputo. Ma se i pupari pensavano di aver coperto le proprie tracce per sempre, hanno fatto male i conti. Perché se è vero che tanti hanno preferito girarsi dall’altra parte, c’era anche chi aveva visto lontano. Chi non si è lasciato abbagliare dalla messinscena del pupo corleonese. Tua figlia, Paolo, non si è arresa. Con una dignità immensa e una lucidità rara, ha continuato a scavare sotto las macerie di Via D’Amelio, rifiutando le verità di comodo e i copioni già scritti dai depistatori. E insieme a lei, grandi avvocati, come l’avvocatessa di uno dei due che sta parlando giù, hanno capito fin da subito che la narrazione ufficiale faceva acqua da tutte le parti. Hanno preso in mano quel filo invisibile che legava la nostra fine ai misteri più indicibili dello Stato, e hanno capito che dietro le stragi non c’era solo la mafia militare, ma una convergenza di interessi mostruosa. Colletti bianchi, servizi segreti, pezzi di istituzioni infedeli. Hanno combattuto – e continuano a combattere – per dimostrare che noi non siamo caduti per mano di quattro criminali, ma perché avevamo toccato il cuore pulsante del potere deviato.
Paolo: Purtroppo, Giovanni, le cose sono cambiate. Non è più come prima. Hai visto cosa sta succedendo negli ultimi tempi? Ormai mia figlia non la fanno nemmeno più parlare di questo, le hanno tolto la voce, le hanno chiuso gli spazi. La linea che deve passare a tutti i costi – oggi più che mai – è quella che la colpa è stata solo dei Corleonesi, la pratica è chiusa, i colpevoli sono tutti in galera o morti, e lo Stato ha vinto. Una narrazione pulita, rassicurante, che non disturba nessuno. E la cosa che fa più male, Giovanni, è guardare chi sta reggendo il sacco a questa messinscena. Tra gli altri, che non voglio nemmeno nominare, per pudore, ci sono anche quei giornalisti che oggi fanno da sponda, mentre un tempo gridavano allo scandalo e si indignavano quando si tentava di censurare mia figlia o di sminuire le sue denunce. Adesso sono i primi a voltarsi dall’altra parte. Sono diventati i custodi del silenzio. Non toccano gli argomenti scomodi, parlano solo dei colleghi che ci isolarono, che così facendo ci esposero maggiormente, ma evitano le domande sui depistaggi, sui servizi, sui pupari. Ignorano di proposito quelle denunce, facendo finta di nulla… dimenticando che quelle che calpestano sono le parole del mio stesso sangue. Ci vogliono icone mute, Giovanni. Ci vogliono eroi da commemorare con la corona d’alloro, purché i vivi stiano zitti.
Giovanni: Ma dimmi una cosa, Paolo… In tutti questi anni, guardando da quassù quello che succedeva nei palazzi di giustizia, tra le scorte, nei corridoi del potere che frequentavamo… Chi è stato? Chi è stato quell’amico che ti ha tradito? Quello che sapeva e ha finto di non sapere, o che magari ha girato le spalle proprio mentre il tritolo arrivava a Palermo?
Paolo: Un amico, Giovanni? Magari fosse stato uno solo. La verità è che mi hanno tradito in troppi. Troppi amici hanno voltato le spalle, e la cosa più dolorosa è che hanno continuato a farlo anche dopo che siamo morti – risponde mentre il suo sguardo si intristisce – Mi hanno tradito quelli che sedevano con me ai tavoli delle procure… Mi hanno tradito le istituzioni che avrebbero dovuto proteggermi e che invece dialogavano con i nostri assassini mentre io respiravo ancora l’aria di Palermo. E hanno continuato a tradirmi dopo, quando hanno permesso il furto della mia agenda rossa sotto i fumi di Via D’Amelio, o quando hanno costruito i depistaggi a tavolino per coprire i veri mandanti, usando i falsi pentiti. Vedi, Giovanni, il tradimento più grande non è stato solo quello di chi ha fatto finta di non vedere l’esplosivo. È il tradimento di chi oggi usa il mio e il tuo nome per farsi bello nelle cerimonie pubbliche, di chi si batte il petto davanti alle nostre foto e poi, dietro le quinte, lavora per smantellare tutto ciò in cui credevamo. Ci tradiscono ogni volta che riducono la nostra lotta a una sfilata di retorica, mentre lasciano che la verità marcisca nel silenzio.
Bernardo: Minchia, Totò… se io nasco un’altra volta, sai che ti dico? Faccio lo sbirro – esordisce guardando l’amico.
Totò: Di nuovo, Bernardo? Di nuovo lo sbirro vuoi fare? Non t’abbastò quella volta, quando dicono che mi facesti arrestare? – risponde risentito.
Bernardo: Ma quale di nuovo, Totò, non hai capito niente… Io non dico lo sbirro come loro che parlano sopra, o come quei poveracci che indagavano e che abbiamo ammazzato. No, io dico lo sbirro come quelli. Quelli che hanno costruito gli attentati… quelli dei depistaggi a tavolino prima ancora ca finisse il fumo del tritolo. Parlo di quelli ca hanno fatto ammazzare cu, dall’interno del nostro mondo, cercava di fottermi e di farmi arrestare… pensaci, Totò… Pensa a Luigi. Chi ci arrivò prima che parlasse coi giudici? Noi? No, furono loro che me lo fecero scannare per proteggere il loro segreto, non a mia… Io mi credeva sperto, mi credeva il più furbo di tutti, convinto di sapere ogni cosa, di comandare tutta la Sicilia… dopo di tia… E invece non avevo capito una minchia. Non avevo capito che quelli sperti davvero, quelli che comandavano stavano seduti comodi dietro di noi… di mia e di tia. E noi eravamo solo i picciotti con la pistola, usati e buttati via quando non servivamo più.
Giovanni: Tu sei rimasto cinquantasette giorni più di me, Paolo. In quei due mesi hai visto l’inferno, hai corso contro il tempo sapendo che il tritolo era arrivato anche per te. Dimmi, cosa pensi che accadrà adesso giù da loro?
Paolo: Non accadrà nulla, Giovanni. Niente di niente. Io quei cinquantasette giorni li ho vissuti con la morte addosso perché, dopo Capaci, avevo capito troppe cose. Avevo pensato a quello che stavi facendo, a dove saresti arrivato, e avevo capito dove portavano i fili, e proprio per questo mi hanno fermato uccidendomi. Cosa succederà? Pagheranno quattro cristi, che per carità, la galera la meriterebbero tutta, proprio come questi due qua sotto che continuano a ringhiare. Ma gli altri? I veri responsabili no, non pagheranno mai. Non possono pagare, altrimenti salterebbe tutto il sistema. Ricordati quello che ha detto mia figlia quando ha parlato di noi, della nostra uccisione, e non si è fermata al ’92, ricordando cinquant’anni di stragi e di depistaggi di Stato in Italia. E allora, in tutta questa lunghissima catena di sangue, cosa c’entrava Cosa Nostra? A volte era solo un braccio, una manovalanza di lusso, e a volte nemmeno questo. E ti ricordi quando mia figlia ha chiesto con forza che venissero finalmente desecretati gli atti del Sisde? Ecco perché non l’hanno più fatta parlare. Anche l’avvocatessa Rosalba aveva visto lungo, fin dall’inizio, smontando i falsi pentiti del depistaggio Scarantino. Ma ovviamente oggi nessuno scrive quello che lei ha sempre sostenuto, nessuno vuole ricordare le sue battaglie. Perfino quei gruppi social che dicono di essere nati per dedicarmi un ricordo, per celebrarmi, evitano con cura questi discorsi. Censurano. E Gioacchino? Il migliore esperto, e ai suoi tempi l’unico… ora fa l’avvocato… un bravo avvocato. Pure lui, isolato, attaccato. Di questa gente nessuno deve più parlare, deve cadere l’oblio. Certo, Giovanni, le indagini sui soldi, sulle banche, sul sistema degli appalti che facevamo erano importanti, importantissime… ma i grandi misteri italiani, quelli che tengono sotto scacco la Repubblica da decenni, lo erano forse di meno? Quelli non si dovevano toccarre. Ieri con il tritolo, oggi con il silenzio.
Giovanni: E infatti io volevo indagare anche su Gladio, Paolo… Ci stavo arrivando. Avevo intuito che uomini di quella struttura paramilitare segreta non servivano solo a difendere i confini in caso di invasione comunista, ma che c’era dell’altro, molto dell’altro, che si intrecciava con i misteri più oscuri della Sicilia e del Paese.
Paolo: E come ti è finita, Giovanni? Oggi dicono che non sei arrivato a niente, che quelle piste non avevano sostanza – prosegue amareggiato -. Ma si guardano bene dal raccontare che te lo impedirono in tutti i modi. Ti legarono le mani, ti isolarono al Consiglio Superior della Magistratura, ti fecero terra bruciata intorno al ministero. E io? Io su Ustica, Giovanni? Certo che non si arrivava mai a niente! Come si poteva arrivare a una verità giudiziaria pulita se ogni volta che alzavamo il velo ci trovavamo davanti i muri di gomma dei comandi militari e dei ministeri? Quelle non erano azioni da pecorai. Non erano decisioni che si prendevano nei casolari di Corleone davanti a un piatto di cicoria. Lì avevamo toccato altri fili, quelli dell’alta tensione. E chi tocca quei fili, in questo Paese, deve morire due volte, la prima con il tritolo, e poi con il fango della menzogna e del silenzio.
Giovanni: Paolo… ma se per un solo istante tu potessi tornare in vita, se potessi scendere di nuovo laggiù e parlare a quella gente, lo diresti una volta per tutte? Diresti ad alta voce il nome di quell’amico che ti ha tradito?
Paolo: Giovanni… e cosa dovrei dire? Che nome potrei fare? La verità è che ho perso il conto, Giovanni. Ho perso il conto di quelli che ci hanno tradito allora e che continuano a tradirci ancora oggi. Se tornassi giù, un solo nome non basterebbe. Dovrei fare l’elenco di chi sedeva nelle nostre stesse stanze e intanto si guardava l’orologio; dovrei fare i nomi di chi è venuto al mio funerale a versare lacrime di coccodrillo. Dovrei fare i nomi di chi oggi gestisce la nostra memoria come se fosse un marchio di fabbrica, un’azienda della legalità, ma si è turato le orecchie davanti alle grida di mia figlia. Dovrei fare i nomi di tanti, di troppi… No, Giovanni. Dire un nome solo sarebbe un favore a tutti gli altri. Li lascerebbe liberi di continuare a nascondersi dietro quel singolo capro espiatorio. Ci hanno tradito in tanti, troppi… e finché la verità resterà chiusa nei cassetti dei servizi e del potere, quel tradimento continuerà ogni giorno, a ogni anniversario, a ogni passata di spugna.
Bernardo: Totò, ma quale tradimento dello Stato e degli sbirri? – con voce alterata dal risentimento -. Se dobbiamo parlare di tradimento, puro io avissi a parlare di tradimento. E fusti tu a tradire, Totò… Non a me, ca alla fine la galera me la feci pure io… tu tradisti a Cosa Nostra, ca fissazione di fare la guerra frontale allo Stato, con le bombe, i morti eccellenti, il tritolo nelle autostrade… che cosa facisti? Hai fatto mandare in galera un sacco di bravi picciotti ca prima campavano e facevano campare. Hai distrutto tutto quello ca avevamo costruito in cinquant’anni. L’hai sconfitta tu la mafia, Totò. L’hai finita tu con le tue mani.
Totò: E tu pensi ca io volevo questo, Bernardo? – abbassando lo sguardo -. Io fu tradito… Fu tradito da quelli che mi dicevano di andare avanti, ca tutto si sarebbe aggiustato. Non avevo capito una minchia, Bernardo… niente avevo capito… E quando andavo ai processi, e mi mettevo là davanti alle telecamere a ridere, a fare lo spaccone, a fare il pezzo grosso ca comandava tutto… io ridevo, sì, ma ridevo come u babbalucio sul fuoco. Come la lumaca ca mentre si cuoce nella pentola fa la bava e sembra ca ride, e invece sta morendo… La mafia non eravamo noi, Bernardo… Noi eravamo solo la faccia feroce. Erano iddi la mafia, quelli di sopra di noi che comandavano… che cumannari è megliu di futtiri.. e iddi cumannavanu e nni futteru puru.. E la mafia, quella vera, quella dei palazzi, dei piccioli puliti, delle strategie segrete… quella non l’ha sconfitta nessuno. Quella comanda ancora….
Paolo: Ci volevano eroi di pietra, Giovanni. Campioni di memoria da celebrare una volta all’anno, pur di non ascoltare i vivi che gridano ancora.
Giovanni: Lo so, Paolo… Ci hanno tradito gli amici, ci hanno tradito le istituzioni. Abbiamo offerto la vita per uno Stato che ha preferito trattare nell’ombra.
Paolo: Restiamo quassù – risponde, mentre una lacrima silenziosa gli riga il viso. –, con la nostra verità intatta. Giù è rimasto solo il fango del loro silenzio.
Bernardo: Talia dove siamo finiti, Totò. Chiusi al buio, sepolti dai nostri segreti, mentre quelli sperti davvero si godono miliardi e potere.
Totò: Minchia, Bernardo… mi vergogno a pensarci. Parevamo i re del mondo, i capi assoluti che facivano tremare l’Italia.
Bernardo: E invece eravamo solo picciotti con la pistola, ca ci hanno fatto fare il lavoro sporco e ci hanno buttato via come stracci vecchi.
Totò: Ci siamo fatti fottere dall’orgoglio. Abbiamo fatto i padroni, sì… ma nella gabbia dove ci avevano nfilato loro…
E la storia continua. Forse è meglio sperare che da lassù non si possa veder cosa accade qui, e che questo dialogo immaginario non possa mai avvenire…
Gian J. Morici