
Ho preferito rimanere in silenzio in attesa di capire come si sarebbe evoluta la vicenda che coinvolge Ranucci, ma di fronte a un evidente tentativo di delegittimazione volto a screditare l’intera attività d’inchiesta di Report e del suo conduttore, ritengo indispensabile fare chiarezza e mostrare l’assurdità di chi punta il dito sulla persona per non guardare la sostanza dei fatti.
La situazione in cui si trova Ranucci richiama da vicino il celebre episodio di Tersite nell’Iliade. Mentre Odisseo tenta di ristabilire l’ordine tra le truppe greche sconfortate, Tersite, descritto come un guerriero deforme, sgradevole e rancoroso, è l’unico soldato semplice che trova il coraggio di protestare apertamente contro l’avidità di Agamennone. La risposta del potere non consiste nel smentire le sue argomentazioni, ma nel colpirlo fisicamente e ridicolizzarlo. Odisseo lo percuote con violenza e l’intero esercito, quello stesso esercito che stava per abbandonare Agamennone, ne ride, ricompattandosi attraverso la punizione del capro espiatorio.
La parabola giornalistica di Sigfrido Ranucci e l’esperienza di Report si inseriscono precisamente in questa dinamica antica. Molto spesso chi svolge un giornalismo d’inchiesta capace di scavare nei palazzi del potere viene spinto dalla narrazione pubblica nel medesimo ruolo del soldato omerico, e quando le verità documentate si rivelano inoppugnabili nel merito, la reazione di chi comanda non punta a contestare i dati, ma a colpire la figura di chi li ha resi noti.
Ranucci si ritrova oggi al centro di un attacco mirato a trasformarlo in un personaggio sgradevole, accusato di agire per livore personale o simpatia ideologica. Esattamente come accadeva nell’assemblea degli Achei, la propaganda dominante cerca di spostare l’attenzione dalla notizia al giornalista che la racconta.
Oggi, proprio come di fronte alla protesta di Tersite, la questione fondamentale dovrebbe essere quella se i fatti emersi dalle inchieste di Report corrispondono al vero o no. A questa dinamica si aggiunge un addebito frequente sollevato da vari esponenti della maggioranza, che accusano il programma e la sua conduzione di parzialità politica, sostenendo che le indagini prendano di mira prevalentemente il centrodestra, lasciando in ombra le responsabilità del centrosinistra.
Ridurre però l’efficacia o la legittimità del giornalismo d’inchiesta a una pura bilancia di appartenenza politica significa fraintendere la natura stessa del controllo sul potere. L’obiettivo di un giornalismo libero non deve essere il bilanciamento manuale delle parti colpite per accontentare i vari schieramenti, ma la verifica rigorosa dei fatti ovunque si nascondano irregolarità, e la tutela di una democrazia matura non risiede nel silenziare chi indaga o nel delegittimare chi solleva questioni sgradite, ma nel moltiplicare le voci capaci di farlo. La soluzione ideale non è zittire un conduttore o ridimensionare un programma scomodo, ma desiderare dieci, cento giornalisti d’inchiesta per ogni parte politica. Dieci reporter dedicati a scavare rigorosamente a destra, e altri dieci dedicati a fare esattamente lo stesso a sinistra, pronti ad analizzare ogni sfumatura di gestione del potere, senza sconti per nessuno.
Solo attraverso un’esposizione costante di tutti gli schieramenti al vaglio dell’opinione pubblica è possibile garantire un’informazione davvero trasparente. La pluralità si costruisce aumentando le domande e il rigore investigativo su tutti i fronti, mai eliminando chi osa farle.
Certamente è stato quantomeno ingenuo, se non apertamente da sciocchi, concedere confidenza o definire amico un personaggio promiscuo e controverso come Valter Lavitola, poiché chi fa del giornalismo d’inchiesta il proprio mestiere vive immerso nell’esigenza di distinguere le fonti dal proprio perimetro personale, e frequentare contesti o figure dalla reputazione compromessa espone inevitabilmente a un cortocircuito di immagine. In un ambiente privo di sconti come quello della comunicazione pubblica, una superficialità del genere offre un fianco prestato alle critiche più severe e strumentali.
Ma l’ingenuità di una frequentazione inopportuna o un errore di valutazione sulle relazioni personali, rappresentano una vera e propria complicità, o significa stravolgere la realtà dei fatti? Essere imprudenti non equivale a essere complici. Forse schiocchi – non me ne voglia Ranucci – ma non certo complici, non fino a prova contraria. La complicità presuppone una condivisione d’intenti, un patto d’interessi o un concorso in condotte illecite, elementi che non emergono e che contrastano con il lavoro investigativo svolto sul campo.
Accostare la leggerezza personale alla malafede professionale è l’ennesimo tentativo di distogliere lo sguardo dal contenuto delle inchieste per concentrarlo sulle fragilità dell’individuo. Ranucci, che nemmeno a me è stato mai particolarmente simpatico, e del quale non ho condiviso tutte le inchieste, ha commesso un errore di leggerezza nel lasciarsi affiancare da una figura ambigua, ma questo invalida la veridicità delle inchieste portate a termine e trasforma un giornalista d’attacco in un alleato del malaffare?
Ancora una volta si ripropone la necessità di distinguere il valore dell’opera e dei fatti documentati dalle contraddizioni o dagli scivoloni personali di chi li racconta. L’imprudenza o l’inaccortezza nelle relazioni sociali sono colpe individuali che si possono criticare sul piano dell’opportunità, ma non bastano a trasformare chi indaga nel complice del sistema che ha contribuito a svelare.
Bisogna infatti ricordare quale sia il valore sociale e la ricaduta concreta del giornalismo portato avanti da Report. Al di là delle polemiche politiche o delle personali scivolate umane, la storia recente del paese evidenzia come molte delle inchieste mandate in onda dalla redazione guidata da Ranucci non si siano concluse con un semplice dibattito televisivo, ma abbiano squarciato veli di omertà su scandali istituzionali, finanziari e ambientali di prima grandezza.
In più di un’occasione, il lavoro investigativo svolto sul campo ha fornito elementi conoscitivi preziosi e materiale documentale d’inizio che ha spinto la magistratura a spalancare le porte delle proprie Procure. È stato il giornalismo di Report a portare in luce intrecci tra criminalità organizzata, colletti bianchi, appalti pubblici truccati, frodi sui fondi europei e smaltimenti illeciti di rifiuti tossici che successivamente si sono trasformati in vere e proprie indagini penali, processi, sequestri e condanne.
Quando un’inchiesta giornalistica costringe la giustizia ordinaria ad attivarsi, significa che l’informazione ha svolto fino in fondo la sua funzione costituzionale di cane da guardia della democrazia. Il giornalista non si sostituisce ai giudici, ma arriva spesso laddove le istituzioni non hanno ancora posato lo sguardo o non hanno avuto la forza di scavare.
Mettere sotto attacco Report o delegittimare il conduttore per distogliere l’attenzione dal contenuto equivale a voler spegnere la spia d’allarme quando c’è un incendio in corso. Se quelle denunce hanno consentito di avviare fascicoli giudiziari e di tutelare l’interesse pubblico svelando malaffare e corruzione, significa che la sostanza del lavoro rimane un presidio di legalità insostituibile, indipendentemente dai tentativi di trasformare chi lo realizza in un bersaglio da abbattere.
E mentre la politica e la comunicazione di palazzo cercano in ogni modo di distrarre l’opinione pubblica spostando l’attenzione sui dettagli personali, sulle simpatie ideologiche o sugli errori di frequentazione, la domanda da porsi diventa un’altra: ha davvero senso buttare via il bambino con l’acqua sporca?
Gian J. Morici