
Sui canali web e social dedicati alla strage di Via D’Amelio persiste la narrazione a senso unico, con il tentativo, ripetuto e forzato, di far digerire all’opinione pubblica la pista degli appalti come causa esclusiva dei delitti Falcone e Borsellino, assolvendo lo Stato e ignorando i macroscopici depistaggi che portano fuori da Cosa Nostra.
Le zone d’ombra sulle stragi del 1992, i depistaggi istituzionali e il rischio di una nuova narrazione a senso unico, perché ridurlo a un mero scontro politico significa rinunciare per sempre alla verità.
La mia posizione sulle stragi del 1992 è sempre stata e rimane ancorata a una visione complessa, distante dalle verità di comodo che hanno caratterizzato i diversi momenti storici, e ieri come oggi, rifiuto le letture a senso unico che si muovono da un estremo all’altro del dibattito pubblico.
In passato, non ho mai condiviso il silenzio mediatico che veniva imposto su temi caldi e su voci scomode, come quando trovai inaccettabile il muro di gomma eretto dai media quando non davano il giusto spazio alle legittime denunce di Fiammetta Borsellino sul depistaggio di Via D’Amelio. Allo stesso modo, ho sempre contestato la chiusura aprioristica di quando non si doveva parlare del dossier Mafia-Appalti, trattato quasi come un tabù da liquidare rapidamente.
Ma anche in quel periodo, per me si è sempre trattato di una concausa e non certo dell’unica causa delle stragi. Il dossier del ROS era un elemento importante, sicuramente per Cosa Nostra, o quantomeno per la sua manovalanza, ma andava letto insieme all’esito del Maxiprocesso, alla reazione alle condanne definitive, alle grandi indagini internazionali come Pizza Connection, al riciclaggio e altro ancora.
E se questa è la storia del perché la mafia avesse ben più di un motivo per uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le domande da porci sono altre. Perché, fin dai momenti immediatamente successivi alle stragi, si nota il coinvolgimento attivo di esponenti delle istituzioni nei depistaggi? Cosa si nascondeva dietro anomalie così macroscopiche e precoci?
Ad esempio, come fu possibile che l’agenzia ANSA, già intorno alle 18:00 del 19 luglio 1992, appena un’ora dopo l’esplosione di Via D’Amelio e ben prima del ritrovamento del blocco motore, battesse la notizia sul tipo di auto usata come autobomba? Chi possedeva quella informazione così tempestiva e con quale scopo la passò alla stampa?
E perché pezzi dello Stato, dal Sisde che avallò lo spessore criminale del falso pentito Vincenzo Scarantino, a poliziotti come Arnaldo La Barbera, fino a molti altri personaggi ambigui, si sono spesi così tanto per indirizzare le indagini verso binari morti? Si trattò della fretta di offrire all’opinione pubblica colpevoli qualunque, o di nascondere responsabilità ben più alte della convergenza di interessi tra Cosa Nostra e apparati deviati?
Sui complessi rapporti esterni al mondo mafioso, Giovanni Falcone aveva acceso i riflettori, avvicinandosi a squarciare il velo di omertà istituzionale che li aveva sempre coperti. Nessuno dei precedenti fattori, da solo, dal Maxi al dossier, poteva spiegare la strategia stragista, ma ognuno rappresentava il pezzo di un mosaico più ampio, di quella che poteva essere la causa delle stragi nell’ottica di Cosa Nostra, ma non certo del coinvolgimento degli apparati dello Stato, come abbiamo poi visto nei depistaggi successivi.
Oggi, purtroppo, si è arrivati all’eccesso opposto di quando non si doveva dare la parola a Fiammetta Borsellino, o non si doveva parlare del dossier dei Ros. Assistiamo a un ribaltamento in cui esiste solo il filone Mafia-Appalti e solo la mafia, con la chiara esigenza di tacitare e silenziare ogni altra possibile pista o scenario di complicità esterna. E non mi si venga a dire che contano solo le sentenze per blindare questa nuova narrazione unica. Proprio riguardo al filone di Mafia-Appalti, è stata la stessa Procura nissena a dover chiedere e ottenere l’archiviazione.
Ieri si nascondeva l’importanza delle indagini sui grandi appalti, oggi si tenta di utilizzare quel dossier come un paravento per cancellare tutte le altre piste e coprire le zone d’ombra che portano fuori da Cosa Nostra. Zone d’ombra che esistono, e che seppure genericamente, e per altri fatti, vennero ricordate come pensiero diffuso nel corso di una testimonianza in un processo che vedeva imputati un falso pentito e un giornalista, da parte di chi oggi, tramite il proprio legale, avvocato Trizzino, usa il tema di Mafia-Appalti con l’obiettivo di screditare l’ipotesi di coinvolgimenti esterni, in modo particolare l’eventuale operato di quei servizi di sicurezza.
Nel corso di quel processo, ben altre parole furono dette riferendosi ai servizi segreti, evidenziando testualmente come in Italia sappiamo tutti cosa sono i servizi segreti. Quanto affermato allora rimane un dato oggettivo, che potrebbe essere tranquillamente confermato dai testimoni presenti in quell’aula di giustizia e dalla trascrizione del verbale d’udienza. Questo dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, come la narrazione attuale non sia guidata da una coerente e reale ricerca della verità.
Paradossalmente, il riferimento stando al quale tutti in Italia sappiamo cosa siano i servizi segreti era rivolto proprio al Sisde, in un periodo storico in cui al vertice dell’organismo si trovava il generale Mario Mori, che, in tempi più recenti, si è mosso attivamente per orientare i lavori della Commissione Antimafia, spingendo affinché il filone di Mafia-Appalti venisse riconosciuto come unico e definitivo movente della strage di Via D’Amelio.
Avrei ancora altro da dire riguardo alle conversazioni avute con persone coinvolte nella vicenda, avvenute nell’aula bunker di Caltanissetta durante il processo a Matteo Messina Denaro. In quelle occasioni, i giudizi espressi su qualche ex membro delle forze dell’ordine – non di Mori – erano decisamente meno positivi rispetto a quanto è venuto fuori durante le audizioni della commissione. Ma sono fatti dei quali mi riservo di riferire, nell’eventualità si dovesse rendere necessario, nelle sedi più adeguate, chiamando anche a testimoniare altri personaggi.
Ma vogliamo veramente la verità, o come mi disse qualcuno l’importante era che pagassero, riferendosi al nido di vipere (come Borsellino definiva la Procura di Palermo del tempo), anche a costo di ‘buttarla in politica’?
Da un lato si tenta di imporre una verità preconfezionata, basata esclusivamente sulla tesi che individua nella gestione degli appalti la causa scatenante dell’eccidio del 1992. Dall’altro, buttandola in politica, per blindare questa specifica ricostruzione e portarla avanti all’interno della Commissione Parlamentare Antimafia, l’ex capo del servizio segreto civile si adoperava nel tentativo di far nominare, in qualità di esperti e consulenti dell’organismo, persone di sua stretta fiducia. Tutte figure che condividevano la medesima impostazione e che erano chiaramente orientate a convalidare la pista degli appalti come l’unica spiegazione possibile, escludendo a priori qualsiasi altro scenario.
Finché la ricerca della verità rimarrà ostaggio dell’orientamento politico di una commissione, oggi esattamente come in passato, non si arriverà mai a una reale chiarezza. Questo traguardo diventa ancora più irraggiungibile se chi avrebbe il massimo interesse a conoscere i fatti decide di adagiarsi su posizioni precostituite, accettando ciecamente le tesi di chi aveva già apertamente manifestato l’intenzione di buttare la questione in politica.
Gian J. Morici