Intrecci tra criminalità, impresa e politica.

Nel 1988, durante il suo intervento in Commissione Antimafia, Giovanni Falcone, dopo aver dichiarato che il traffico di stupefacenti rappresentava ancora la fonte di maggiori profitti per le mafie – e anticipando di diversi anni ciò che sarebbe accaduto con le mafie cinesi – intervenne sulla penetrazione criminale nel settore delle opere pubbliche, rispondendo alle sollecitazioni sugli albi delle imprese e sui meccanismi di aggiudicazione delle gare, a chi, affermando di conoscere poco l’apparato imprenditoriale siciliano, facendo riferimento a quello calabrese, sosteneva che imprenditoria che agisce sul terreno mafioso, per lo meno in Calabria, si muove attraverso una serie di imprese unite tra loro, con un’impresa madre ed una serie di imprese collegate che spesso partecipano alle gare per cercare di convoglia re in una certa direzione il risultato finale della gara. Falcone definì l’assegnazione formale dell’appalto come un falso problema. La sua analisi ridusse l’interesse mafioso diretto alle grandi gare nazionali a una dimensione squisitamente locale ed operativa, ritenendo che più un’impresa è autosufficiente, meno potrà subire l’influenza dell’organizzazione mafiosa; puntando l’attenzione sull’esecuzione dei lavori. Per Falcone ciò che contava non era chi vinceva la gara sulla carta, ma chi eseguiva materialmente le opere sul campo attraverso subappalti, cottimi, guardianie e forniture di materiali.
Valutazioni destinate a cambiare nel giro di breve tempo. L’interesse di Falcone infatti maturò e si affinò successivamente con le indagini del dossier Mafia-Appalti quando il magistrato intuì come non solo il fenomeno non si esaurisse nel controllo parassitario del cantiere locale, ma si elevasse a un livello superiore che coinvolgeva mafia, imprenditoria e politica. Non si trattava del terzo livello, ma di un sistema strutturato di cointeressenza e complicità, con le aziende che partecipavano a un sistema di spartizione illecita dei contratti pubblici in cambio di protezione mafiosa, eliminazione della concorrenza e oliatura dei canali politici.
Giovanni Falcone cambiò radicalmente la sua prospettiva sugli appalti nei primi anni novanta, quando capì come la Sicilia non fosse un’isola isolata o un’eccezione rispetto alla Calabria o al resto d’Italia, ma il modello di un sistema di corruzione ben più vasto e nazionale.
Analizzando casi concreti come quello del Gruppo Ferruzzi e della Calcestruzzi Spa, Falcone si rese conto che colossi economici nazionali non erano vittime della mafia, ma strumenti attivi, e che le grandi aziende venivano usate come veri e propri canali di penetrazione di Cosa Nostra nell’economia legale. Si era creato un cartello d’imprese perfettamente organizzato per spartirsi le grandi opere pubbliche, monopolizzare le gare e distribuire i proventi tra mafiosi, colletti bianchi e gli esponenti dei partiti della Prima Repubblica.
Questo meccanismo azzerava la libera concorrenza. Le ditte colluse sfruttavano il potere intimidatorio della mafia per eliminare dal mercato qualsiasi concorrente sgradevole o non allineato. Era, nei fatti, una sorta di Tangentopoli con la pistola, in cui vigeva un preciso scambio tra imprenditori, politici e mafiosi. Gli imprenditori versavano tangenti e accettavano le regole e la protezione della mafia in cambio della certezza di vincere gli appalti e della sicurezza nei cantieri.
Oggi però è diventato difficile affrontare apertamente il ruolo della politica in questi intrecci. Molti tendono ad aggredire chi ne parla accusandolo di riesumare la teoria del cosiddetto Terzo Livello, una struttura sovraordinata alla mafia che lo stesso Falcone ha sempre smentito. In realtà, quello che si cerca di evidenziare non è una regia occulta al di sopra di Cosa Nostra, ma una convergenza obiettiva di interessi in cui mafia, imprenditoria e politica viaggiavano a braccetto per trarre reciproco vantaggio dallo stesso sistema criminale.
Sostenere che la conoscenza dei fenomeni criminali, delle collusioni e degli interessi economico evolva nel tempo, e che sia diversa da quella fotografata in un singolo momento storico da Falcone o Borsellino, sappiamo già che porterà a subire critiche, ma è giunto il momento di invitare tutti a un ragionamento semplice: se Falcone fosse morto nell’attentato all’Addaura del 1989, cosa diremmo oggi a proposito del suo interesse per gli appalti, visto quanto dichiarato in Commissione Antimafia l’anno precedente?
E di La Barbera o di Contrada cosa diremmo se fermassimo il tempo agli elogi rivolti da Falcone? Fermiamoci allora a quel 1982 quando, al termine del maxi contro Rosario Spatola e il suo clan, Giovanni Falcone, in qualità di giudice istruttore, inviò un encomio formale alla Questura di Palermo per l’operato della Squadra Mobile e della Criminalpol. In quel documento scrisse testualmente: “Mi è gradito esternarle i miei più vivi ringraziamenti per la intelligente e fattiva collaborazione della Squadra Mobile e della Criminalpol di Palermo… Mi consenta di segnalare, in modo particolare, la eccellente opera svolta dal dottor Bruno Contrada…”
E c’è chi si ferma a quel lontano 1982, ricordando su una testata giornalistica nota per essere megafono ai mafio-appaltisti, e che si batte quotidianamente per negare i rapporti mafia-politica e le ombre sull’operato dei servizi di sicurezza, a questi personaggi, dimenticando quando Falcone, dopo aver stretto la mano a Contrada, tirò fuori un fazzoletto dalla tasca e si pulì la mano. Dimenticando il caso Tognoli, e l’opinione che Borsellino si era fatto dopo Capaci.
Oggi, fermare la nostra conoscenza dei fenomeni a quel 1992, alle parole di Falcone o Borsellino allora, senza tenere conto di nuove risultanze e di come entrambi i giudici affinassero il prorpio pensiero man mano che acquisivano nuovi elementi, dimostra come mentre la mafia si sia evoluta, noi abbiamo museizzato il nostro pensiero e le nostre capacità di analisi a quasi 40 anni fa…
Dire questo porterà a critiche e insulti sui social, ma se loro avessero fatto come alcuni oggi vorrebbero, saremmo qui a parlare ancora di mafia rurale e campieri..
Fermare la memoria al 1992 comoda a chi vuole negare le responsabilità dei poteri legali. Ma Falcone e Borsellino hanno insegnato che la conoscenza dei fenomeni criminali non può rimanere chiusa in un museo.
Gian J. Morici
Con i prossimi articoli, il riciclaggio e il pensiero di Falcone sul legame mafia-politica e i delitti eccellenti.
Leggi cosa dichiarava Falcone nel 1988 a proposito degli appalti:
