
Dalla tentata riduzione della pista sulle stragi a un affare di sola Cosa Nostra alle testimonianze sui legami tra criminalità, grande imprenditoria e centri di potere a Roma. Perché isolare l’inchiesta dal contesto politico significa tradire l’eredità di Falcone e Borsellino?
Negli ultimi giorni si assiste sui social, e in particolare su Facebook, alla diffusione di un dibattito chiaramente orientato a sostenere che la narrazione della Commissione Antimafia della precedente legislatura, guidata da Nicola Morra, fosse giunta alle medesime conclusioni di quella attuale, sostenendo che entrambe le commissioni avrebbero individuato la causa scatenante delle stragi del 1992 esclusivamente nell’interesse diretto di Cosa Nostra a bloccare l’inchiesta mafia-appalti condotta dal ROS di Mario Mori, derubricando la vicenda a un fatto puramente interno alla dinamica mafiosa e giudiziaria.

Nessuno può negare la necessità di approfondire quell’inchiesta, proprio perché la stessa rappresenta un punto di partenza imprescindibile – ma non un traguardo – poiché strumento fondamentale per scavare a fondo e risalire ben oltre la semplice manovalanza mafiosa, raggiungendo quei livelli superiori dove il crimine organizzato si intrecciava in modo indissolubile con gli interessi della politica e dell’alta imprenditoria.

Interventi come il post di questo giornalista, tendono però ancora una volta a negare la realtà dei fatti, allontanandoci sempre più dalla verità storica e giudiziaria, finendo così per coprire oggi, proprio come accadde in quel drammatico 1992, collusioni e interessi complessi che non appartenevano affatto solo a Cosa Nostra.
Non è possibile e non è giustificabile limitare lo sguardo alle sole responsabilità del cosiddetto covo di vipere all’interno della magistratura, ignorando e negando artatamente ben altri centri di potere, i cui interessi vengono evidenziati dalla relazione finale della Commissione alla quale si fa riferimento. Una rimozione deliberata che cozza con le testimonianze e con le conclusioni finali a cui è giunta la Commissione Morra.
Di fronte a questo atteggiamento sorge spontanea e inquietante una domanda: cui prodest allontanare ogni sospetto dal mondo politico?
Come riportato nella relazione della Commissione, il giudice Guarnotta ebbe a riferire dell’interesse del pool ad accrescere le indagini sulla mafia (che si erano arrestate al livello militare di cosa nostra), perché i vari «collaboranti che avevamo sentito allora, cioè Buscetta, anche lo stesso De Caro, precedente alle dichiarazioni di Mutolo, che è il cognato, sia poi lo stesso Calderone, ma questo in un secondo tempo, avevano mai voluto affrontare questo problema perché temevano di fare nomi di personaggi che ancora erano potenti nell’ambito politico, nell’ambito dell’imprenditoria e quindi potessero nuocere agli stessi. E nonostante… nonostante noi avessimo insistito perché lo svelassero anche questa… questa coltre che copriva queste persone».
È davvero vergognoso tentare di ridurre le stragi di Capaci e via D’Amelio al solo movente dell’inchiesta su mafia e appalti dipingendo l’intera vicenda come un affare circoscritto ai soli interessi di Cosa Nostra. Ridurre una pagina così cupa e complessa della nostra storia a una questione puramente criminale significa ignorare la struttura stessa su cui la mafia ha prosperato per decenni.
Basterebbe in realtà leggere con attenzione i verbali e le testimonianze raccolte per rendersi conto di quanto fosse viscerale e indissolubile l’intreccio tra criminalità organizzata, mondo imprenditoriale e potere politico. Non si è trattato di settori distinti che si sono sfiorati per caso, ma di un vero e proprio sistema integrato dove ciascun attore garantiva e traeva vantaggio dall’altro.
Del resto, la tesi di una mafia che agisce in totale autonomia crolla anche sul piano della semplice logica. Come avrebbe potuto Cosa Nostra gestirsi da sola la spartizione dei grandi appalti pubblici? Le decisioni chiave, la pubblicazione dei bandi e i flussi dei finanziamenti non venivano stabiliti nei rioni di Palermo, ma nei palazzi della politica e dei ministeri a Roma. Credere che dei boss potessero governare dinamiche economiche e burocratiche di quella portata senza una rete solida di complicità e coperture politiche ai vertici significa negare la realtà dei fatti.
Giovanni Falcone era perfettamente consapevole di come la lettura parziale e riduttiva del famoso dossier su mafia e appalti rischiasse di mutilare la verità per proteggere il livello più alto in cui Cosa Nostra interagiva con la politica e le istituzioni.
È su queste intuizioni e su questi appunti che Paolo Borsellino continuò a lavorare nei suoi ultimi giorni, nel tentativo disperato di decifrare i motivi che avevano portato all’eliminazione del collega e amico. Borsellino aveva compreso perfettamente che la chiave di tutto risiedeva proprio in quelle convergenze eccellenti e che le origini della strage di Capaci andavano ricercate non solo nell’interesse dei corleonesi, ma in quella fitta rete di potere e complicità che arrivava fino ai vertici dello Stato.
Proprio da queste considerazioni nasceva l’esigenza profonda di ripartire dall’inchiesta su mafia e appalti, una scelta che trova una conferma schiacciante nei passaggi della relazione finale approvata dalla Commissione Antimafia guidata da Morra. Quel lavoro d’indagine non era un capitolo qualunque, ma rappresentava il punto di svolta che rischiava di scoperchiare definitivamente il vaso di Pandora dei rapporti tra criminalità, affari e potere istituzionale.
Come evidenziato nei documenti parlamentari, la reazione del sistema a quel salto di qualità investigativo fu durissima e spietata. Le inchieste che provavano ad addentrarsi in quel terreno minato venivano regolarmente ostacolate o paralizzate attraverso la macchina dei veleni, fatta di dossier anonimi e di improvvise indagini aperte proprio a carico di quei magistrati e investigatori che stavano cercando di fare luce sulla verità.
Giovanni Falcone, proprio nei giorni in cui si preparava a lasciare la Procura di Palermo per assumere l’incarico alla Direzione degli Affari Penali del Ministero della Giustizia, lottò con fermezza contro le resistenze dell’allora Procuratore Giammanco per fare in modo che il documento venisse depositato. Per Falcone quel lavoro non era un punto d’arrivo, a differenza di ciò che oggi lo si vuol fare diventare, ma la base di partenza per un’attività d’indagine molto più vasta, capace di svelare le connessioni più pericolose e redditizie tra l’organizzazione mafiosa, la politica e il mondo dell’imprenditoria.
A ulteriore riprova di come l’attenzione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fosse costantemente orientata verso quel livello superiore in cui la criminalità incontrava il potere politico, si rivelano fondamentali le dichiarazioni rese dalla dottoressa Liliana Ferraro. Il suo racconto offre uno squarcio lucido e inquietante sulle dinamiche e sulle manovre istituzionali che accompagnarono la trasmissione del dossier mafia e appalti.
La dottoressa Ferraro ha ricostruito quanto appreso direttamente da Falcone nell’estate del 1991, quando il dossier giunse sul tavolo del ministro della Giustizia Claudio Martelli per precisa scelta del procuratore Pietro Giammanco. Falcone le spiegò come quella mossa apparisse come un tentativo sgradevole e ambiguo da parte della Procura di Palermo. Inviare un atto di tale delicatezza a un’autorità politica priva di competenze dirette di lettura sul merito del rapporto rispondeva alla volontà di divulgarne impropriamente il contenuto e, al contempo, di inviare un segnale d’avvertimento, dato che l’indagine sfiorava ambienti vicini allo stesso ministro: «L’interferenza con il mondo politico delle vicende emerse nell’indagine del Ros è confermata dalle dichiarazioni rese dalla dottoressa Ferraro che, nel raccontare quanto aveva appreso dal dottor Falcone nell’estate del 1991, quando al ministro era giunto, per scelta del dottor Giammanco, il dossier, precisò: “Mi disse: ‘Poi prepareremo una lettera per il Ministro Martelli per restituire queste carte a Palermo. Tu prepara la parte della lettera che riguarda le cose di competenza’, cioè per dire che ‘restituiamo qualcosa di cui non siamo competenti’ […] E quando è venuto il lunedì poi ne abbiamo parlato e lui a voce mi spiegò che si trattava dell’indagine mafia – appalti, che lui aveva chiesto ai R.O.S. prima, che era stata consegnata pochi giorni prima che lui venisse a Roma, che riteneva che il Procuratore Giammanco l’avesse mandata al Ministro Martelli da un lato per di fatto divulgarla, perché veniva inviata all’autorità politica e non aveva nessuna competenza di leggere il rapporto diretto, ma solo informazione… ma il contenuto del rapporto… e dall’altra mi diceva che poiché in quel rapporto si faceva riferimento anche a settori che potevano essere vicini ad ambienti vicini al Ministro Martelli, era un modo così sgradevole di entrare in contatto col Ministro Martelli”».
In Italia c’è un filo rosso che unisce le grandi stragi e gli omicidi d’eccellenza, ed è la presenza costante di elementi ricorrenti. Le indagini si trascinano regolarmente per decenni e i processi durano trent’anni o anche di più, arrivando quasi sempre a colpire soltanto i mafiosi o i terroristi esecutori, senza mai toccare le menti superiori.
Naturalmente, chi è abituato a fare un lavoro di taglio e cucito su testimonianze, relazioni ufficiali e sentenze, continuerà con cura a ignorare quello che la Commissione Morra ha messo chiaramente nero su bianco nei suoi atti.
Alla fine, volendo parafrasare il celebre articolo che il giornalista Tommaso Besozzi scrisse su L’Europeo a proposito della fine del bandito Giuliano, smontando la versione dei carabinieri con il titolo «Di sicuro c’è solo che è morto», siamo costretti a constatare la stessa amara verità per le stragi del 1992: Di sicuro c’è solo che Falcone e Borsellino sono morti!
Ne avessimo ancora giornalisti come Besozzi, che oggi verrebbero definiti complottisti… E il giudice Borsellino, che nei suoi ultimi giorni di vita diceva alla moglie: «Abbassa la serranda perché da Castello Utveggio ci possono osservare. Ci possono vedere fin dentro casa»?
Gian J. Morici
Relazione finale Commissione antimafia https://www.avvisopubblico.it/home/wp-content/uploads/2023/02/Relazione-Commissione-Antimafia-2018-2022-1.pdf?