
L’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, nei giorni scorsi ha lanciato un monito severo contro la recente decisione del Parlamento israeliano di introdurre una legge sulla pena di morte rivolta ai palestinesi, sostenendo che tale misura non è solo discriminatoria, ma viola apertamente gli obblighi internazionali assunti dallo Stato di Israele.
L’Onu sottolinea come l’applicazione di una simile normativa in contesti di occupazione che prevede la condanna capitale per i residenti dei Territori occupati ritenuti colpevoli di attacchi mortali classificati come atti di terrorismo dai tribunali militari, configurerebbe un vero e proprio crimine di guerra.
Questa presa di posizione mette in luce l’incompatibilità tra la nuova legge e i principi fondamentali dei diritti umani, sollevando forti preoccupazioni sulla gestione della giustizia e della sicurezza in un’area già segnata da profonde tensioni.
Chi conosce bene la mia storia sa che ho sempre condannato il terrorismo con fermezza, indipendentemente dalla sua origine o matrice, ma la coerenza mi impone oggi di non tacere e di definire Israele per quello che è diventato. Uno Stato terrorista! Questa deriva è confermata in modo agghiacciante dall’analisi del Dottor Ramzy Baroud su Arab News, il quale mette a nudo la ferocia della nuova legge sulla pena di morte per i cosiddetti terroristi.
Secondo Baroud, questa normativa è profondamente iniqua e calpesta ogni principio del giusto processo, poiché in un sistema guidato da tribunali militari, dove le garanzie per l’imputato sono praticamente inesistenti e i tassi di condanna rasentano la totalità, l’introduzione della pena capitale non è uno strumento di giustizia, ma una proiezione di puro potere coloniale, e la rapidità prevista per le esecuzioni, da eseguire entro 90 giorni, serve solo a soffocare ogni possibile tentativo di appello, rendendo la sentenza irreversibile e arbitraria.
L’aspetto più terrificante sottolineato da Baroud, è il rischio concreto che a finire sul patibolo siano anche i bambini palestinesi. La legge non prevede infatti esenzioni per i minori, e considerando che il sistema militare israeliano processa regolarmente ragazzini di appena dodici anni trattandoli come adulti, lo scenario dell’esecuzione di minori diventa una possibilità reale e atroce. In un clima politico dove figure istituzionali arrivano a deumanizzare l’infanzia palestinese, questa legge rappresenta l’ultima barriera infranta di uno Stato che ha scelto di considerare il diritto internazionale non come un limite, ma come un fastidioso ostacolo ai propri obiettivi di dominio.
È probabile che alcuni lettori sostengano l’impossibilità di fare distinzioni tra un terrorista adulto e un bambino che compie attentati, ma, al di là della totale assenza di garanzie legali che Israele riserva agli imputati di ogni età, esiste un aspetto che molti ignorano, quello che i minori vengono spesso strumentalizzati e usati per azioni terroristiche, talvolta in modo inconsapevole.
Questi bambini sono il prodotto di un indottrinamento feroce, ma sono anche vittime che hanno conosciuto precocemente la crudeltà di quel mondo occidentale, il nostro, che amiamo definire civile ma che spesso li ha dimenticati, violentati o oppressi.
Si tratta di realtà e storie documentate con estrema precisione da Antonio Evangelista nei suoi libri, che andrebbero letti per approfondire la complessità di questi fenomeni, prima di lasciarsi andare a giudizi superficiali o a opinioni faziose.
Evangelista vanta un passato di altissimo profilo come funzionario di polizia ed esperto internazionale di antiterrorismo, avendo operato per anni in scenari complessi e zone di conflitto, la cui esperienza non si limita alla teoria, ma si fonda su un lavoro operativo condotto direttamente sul campo, dove ha potuto analizzare da vicino le dinamiche del radicalismo e le tecniche di reclutamento dei gruppi armati.
Uomini come lui, che hanno vissuto il terrorismo nella sua realtà più cruda e materiale, rappresentano interlocutori privilegiati per comprendere fenomeni così intricati, e superare la retorica superficiale guardando in faccia la complessità di una guerra che non risparmia nessuno.
Dalle denunce dell’ONU sulla pena di morte come crimine di guerra alle analisi sul rischio di esecuzione dei minori palestinesi, emerge il ritratto di un sistema giudiziario militare privo di garanzie che alimenta una spirale di violenza senza precedenti.
L’approvazione di norme così estreme non rappresenta soltanto un atto di repressione interna, ma un pericoloso azzardo geopolitico, che vede lo Stato diIsraele gettare benzina su un fuoco che rischia di divampare ben oltre i confini del Medio Oriente, minacciando direttamente la sicurezza dell’intero Occidente.
Se anche si riuscisse a scongiurare l’incubo di un conflitto bellico globale, resta il pericolo concreto di uno scontro di civiltà, e di carattere religioso, nel quale alimentare l’odio e la disperazione attraverso leggi inique e la deumanizzazione del nemico, inclusi i più piccoli, fornisce un pretesto ideologico devastante per il radicalismo internazionale.
In questo scenario, il rischio è che la violenza varchi le frontiere, trasformando la questione palestinese nel detonatore di una frattura insanabile tra culture e fedi, con ripercussioni imprevedibili sulla stabilità e sulla convivenza all’interno delle nostre società civili.
Gian J. Morici