
La richiesta di archiviazione depositata, firmata dal procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, e dall’aggiunto Pasquale Pacifico, si fonda sull’infondatezza della notizia di reato, ovvero quando gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna.
L’inchiesta era stata riaperta nel luglio 2022 per indagare sulla figura del “mandante esterno”, ipotizzando che dietro l’accelerazione della strage di via D’Amelio potessero esserci interessi legati alla nascita di Forza Italia. Inizialmente l’indagine coinvolgeva anche Silvio Berlusconi, la cui posizione è stata poi stralciata a causa del decesso.
Un elemento centrale degli accertamenti riguardava l’intervista rilasciata da Paolo Borsellino il 21 maggio 1992, due giorni prima di Capaci, ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo. In quell’occasione, il magistrato aveva risposto a domande relative ai rapporti tra l’imprenditore Berlusconi e l’ambiente mafioso, nell’ambito di un’inchiesta per l’emittente Canal Plus.
L’ipotesi investigativa suggeriva che Cosa Nostra avesse accelerato l’attentato contro Paolo Borsellino proprio per timore delle sue possibili indagini derivanti dalle dichiarazioni rilasciate ai giornalisti francesi. Tuttavia, gli inquirenti non hanno trovato prove sufficienti a sostenere l’accusa in un eventuale processo, portando così alla richiesta di chiusura del fascicolo.
La notizia di per sé non è nuova, poiché già il 28 gennaio veniva riportata dagli organi stampa.
Così come non è nuovo il modo di presentare la notizia da parte di chi – palesemente schierato su posizioni precostituite – scrive: “Marcello Dell’Utri non c’entra nulla con le stragi di Capaci e via D’Amelio. Lo dicono, nero su bianco, i magistrati della Procura di Caltanissetta, mettendo fine a un inseguimento giudiziario durato decenni e fatto di teoremi, sospetti e indagini infinite”.
Il 21 maggio 1992, due giorni prima di Capaci, Paolo Borsellino fu intervistato dai giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, che indagavano sui legami tra Silvio Berlusconi e la mafia, e nell’intervista il magistrato precisò di non occuparsi direttamente di quelle indagini.
“Anzi – sono le parole del giornalista -, proprio per rispondere, mostra e consegna davanti alle telecamere documenti che non aveva mai maneggiato”.

È su questo ultimo punto vale la pena di soffermarsi un attimo. Borsellino, rivolgendosi ai giornalisti, dice (1:17:20): “Sono tutta una serie di appunti…di schede di computer, attraverso le quali occorre però risalire alla documentazione. Delle quali, alcuni, sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso e ormai il maxiprocesso è conosciuto…è pubblico. Alcuni non lo sono, perché riguardano indagini in corso…li dovrei fare esaminare da Guarnotta per…”
Aggiungendo alla richiesta del giornalista di avere quei fogli di computer: “Sì, però, qualcuno di questi fogli di computer, riguardano, per esempio, sta faccenda di Dell’Utri…di Berlusconi…non so fino a che punto sono ostensibili. Io glieli do, l’importante che lei non dica che glieli ho dati io…”
La domanda che ci siamo sempre posti, e che altri evidentemente preferiscono non farsi, è: Perché Borsellino consegnò a due giornalisti dei documenti probabilmente non ostensibili, chiedendo loro però di non dire che li aveva dati lui? Perché?
Un conto è riportare, correttamente, che la Procura nissena ha chiesto l’archiviazione per Dell’Utri non avendo trovato prove sufficienti a sostenere l’accusa in un eventuale processo, un altro enfatizzare la notizia della richiesta, affermando che così la Procura di Caltanissetta avrebbe messo “fine a un inseguimento giudiziario durato decenni e fatto di teoremi, sospetti e indagini infinite”, come se una richiesta della Procura fosse una sentenza di Cassazione.
Forse il bravo giornalista di giudiziaria dimentica che non spetta alla Procura emettere l’ordinanza, e che a tal proposito esiste un Gip. Tranne che il giornalista non abbia già le idee chiare in merito.
In ogni caso, qualcuno dovrebbe spiegargli la differenza che passa tra una sentenza assolutoria “perché il fatto non sussiste” (il reato non è mai avvenuto), e quando invece gli elementi acquisiti nel corso delle indagini non consentono di formulare una previsione di condanna.
In parole povere, nel primo caso il giudice entra nel merito e decide che non c’è stato alcun crimine; nell’altro, il Pubblico Ministero (PM) alza le mani perché si rende conto di non avere abbastanza frecce al suo arco per vincere un eventuale processo.
Una differenza di non poco conto, visto che non si valuta se l’indagato sia “innocente” o “colpevole” in senso assoluto, ma se il materiale probatorio è abbastanza solido da reggere un processo. Se le prove sono fragili, secondo la regola introdotta dalla Riforma Cartabia, il processo non deve nemmeno iniziare per evitare uno spreco di risorse ed energie umane.
Il procedimento si chiude quindi con un’archiviazione. Non è un’assoluzione dopo un dibattimento, ma una decisione di non procedere oltre perché l’accusa è troppo debole per sperare in una condanna.
Fatta questa doverosa premessa – forse non molto chiara all’estensore dell’articolo, al quale non sarebbe però mancata la possibilità di avere delucidazioni in merito da parte di valenti legali – il concetto di verità assoluta è un ideale irraggiungibile, una certezza che sfugge alla natura limitata dell’uomo e della realtà stessa.
Nemmeno nell’ambito del diritto si può parlare di una verità definitiva o indiscutibile, poiché la verità giudiziaria altro non è che una ricostruzione parziale e perfettibile dei fatti.
Proprio per questa incertezza, l’ordinamento prevede diversi livelli di giudizio che permettono di riesaminare le prove e le testimonianze da prospettive differenti.
Non è raro, infatti, che i vari gradi del processo portino a conclusioni opposte, dimostrando come la giustizia sia un percorso tortuoso dove una sentenza può ribaltare completamente quanto stabilito in precedenza.
Uno per tutti, ma ne potremmo citarne decine o di più, è il caso di Antonio D’Alì, ex senatore anche lui di Forza Italia, la cui storia giudiziaria ci rassegna un curriculum degno di nota.
Spesso il peso dell’opinione pubblica e la risonanza mediatica rischiano di trasformarsi in una presenza ingombrante all’interno delle aule di giustizia, e quando i giornali e la pressione dei social network anticipano i tempi del diritto – magari forti di nomi che evocano la lotta alla mafia – il magistrato si trova a dover operare in un equilibrio precario tra il rigore delle prove e l’aspettativa popolare.
Il pericolo è che la ricerca della verità processuale venga oscurata dal desiderio di soddisfare un sentimento collettivo, minando così l’imparzialità che dovrebbe essere il pilastro di ogni ordinamento democratico.
“Questa richiesta di archiviazione è un atto di onestà” – riporta l’articolo, soffermandosi sul fatto che le indagini hanno un limite di tempo, che non si può inseguire un teorema per sempre, e che la giustizia non può nutrirsi solo di sospetti.
“Dell’Utri – prosegue il giornalista – esce da questa indagine come ne era entrato: un uomo segnato dal sospetto, ma contro il quale la legge non ha trovato prove”.
Forse chi scrive ha dimenticato il lungo curriculum, criminale, dell’ex senatore di Forza Italia, segnato da ben più di un sospetto, ma forse questo non gioca a favore di chi oggi vuole riscrivere la storia di questo Paese.
Che la mafia potesse sapere o meno dell’intervista rilasciata da Borsellino, non spetta a noi poterlo stabilire, lo ha fatto la Procura sostenendo che non lo sapesse, quello che noi sappiamo è ciò che Borsellino disse al giornalista: “Sì, però, qualcuno di questi fogli di computer, riguarda, per esempio, sta faccenda di Dell’Utri…di Berlusconi…non so fino a che punto sono ostensibili. Io glieli do, l’importante che lei non dica che glieli ho dati io…”
Perché?
Gian J. Morici