Questo articolo è stato censurato da altre testate giornalistiche.
La rimozione di contenuti dal dibattito pubblico non è quasi mai un atto neutro, ma rappresenta uno strumento deliberato per proteggere una narrazione predefinita.
Non si può impedire il confronto critico ed escludere l’opinione pubblica dalla possibilità di conoscere i fatti.
Gian J. Morici
LA VERITÀ GENERA ODIO

Leggo l’articolo pubblicato dal quotidiano “Domani” il giorno 27 gennaio 2026 con il titolo “I fratelli Graviano, la verità e l’indipendenza delle toghe”.
Secondo il valoroso collega Tescaroli, la cattura dei Graviano sarebbe stata il frutto di uno “sfarinamento della favolosa copertura” di cui godevano nella capitale lombarda.
Questa protezione, all’ombra del Duomo, sarebbe “all’improvviso saltata” per mano ignota.
Solo di recente – e grazie agli sforzi di un organo inquirente veramente libero ed indipendente – si sarebbe saputo chi era questo ignoto “saltatore” ed, inoltre, chiarito chi avrebbe guidato la mano degli stragisti in un momento storico in cui la prima Repubblica implodeva sotto il peso della sua stessa natura corrotta.
Acme della sanguinaria azione destabilizzante, sollecitata ai fratelli Graviano, sarebbe stata l’ennesima strage da compiersi, il 23 gennaio 1994, all’uscita dello stadio Flaminio di Roma.
Solo la fortuna salvò le vite di tanti innocenti e solo un successivo ordine esterno impedì la tragica reiterazione dell’atto.
Bene, anzi male perché del male ci stiamo occupando.
Per il Procuratore Tescaroli questa tetra pagina storica d’Italia dimostra che la riforma costituzionale, in corso di verifica referendaria, è sbagliata perché non sarebbe in grado “di far proseguire il difficile cammino proteso alla ricerca della verità…”.
Mi permetto di replicare alle parole del collega per debito d’onore (si sarebbe detto in altri tempi in cui la parola “onore” non veniva associata ad altri contesti…).
Ho ricordi nitidissimi di quei giorni essendo stato il Pubblico Ministero della cattura dei Graviano e di tutto il loro famigerato “gruppo di fuoco”.
Grazie a quelle indagini, all’indomani dell’assassinio di Don Pino Puglisi, quei criminali vennero tutti assicurati alla Giustizia e condannati all’ergastolo.
Grazie a quelle catture – molti anni dopo – Gaspare Spatuzza si aprì alla collaborazione permettendo di smascherare il più eclatante depistaggio compiuto nelle indagini e nei processi che seguirono la strage ai danni di Paolo Borsellino e degli altri martiri del 19 luglio 1992.
Strano che il collega Tescaroli non abbia trovato il mio nome in tutti gli atti processuali relativi alla cattura di “Madre Natura” (nome, questo, in codice di Giuseppe Graviano).
Chiaramente, di quelle indagini e di quei processi non potrò mai essere testimone per l’esplicito divieto di legge (articolo 197 del codice di procedura penale).
Ma qualcosa su ciò che il collega Tescaroli definisce “pubblico ministero gerarchizzato” gli dovrà pure essere chiarita ed illustrata.
L’indagine sul perché i sanguinari fratelli si trovassero a Milano e chi esattamente avesse loro procurato quella “copertura favolosa” venne stralciata (questo è l’esatto termine tecnico) dal processo relativo alla cattura e, quindi, riassegnata.
Avrei potuto reagire a quel provvedimento irragionevole, ma non è ciò che scelsi.
Non per codardia, ma per rispetto del “ruolo gerarchico” che imponeva l’essere formalmente parte della Distrettuale Antimafia per titolarsi nei processi che quella fattispecie delittuosa annoveravano.
Da allora – e per più di trent’anni – il Paese si chiede cosa esattamente facessero i Graviano a Milano e tutte quelle “zone d’ombra”, a cui allude il collega Tescaroli, sono rimaste tali e, aggiungerei, si sono aggravate.
“Intelligenti pauca”…
Mi si chiederà: “Ma come mai eri abile per fare le catture ed i processi di mafia, ma inabile per continuare il lavoro successivo?”.
Beh… a questo dovrebbe rispondere il collega Tescaroli e spiegare il metodo attraverso cui – per decenni – venivano effettuate le nomine di ingresso in D.D.A. .-
Io so solo che il fascicolo mi venne tolto con un provvedimento redatto in bella calligrafia e con l’inchiostro verde.
Spero che il collega vi chiarirà il perché tutto questo possa essere accaduto con la Verità (che tanto ama) e con la lealtà che gli riconosco.
Alla luce di questa narrazione sorge, quindi, la logica domanda:
“Ero un Pubblico Ministero davvero libero ed indipendente, oppure no?”
Può dirsi libero un magistrato che ogni quattro anni viene valutato da colleghi nominati dalle correnti e che, ove sbagli, venga giudicato allo stesso modo?
Per anni ho subìto un feroce ostracismo per avere espresso l’avviso che le correnti separavano e laceravano la Magistratura piuttosto che tenerla unita.
Non starò a ricordare tanti dolori, ma si dice che il mais non potrà avere mai giustizia in un tribunale composto da polli.
Accostamento irriverente, ma tanto realisticamente vicino alla Verità.
D’altronde era Terenzio che duemila anni fa assumeva che “la Verità genera odio”.
Su queste evidenze salta il collegamento con la riforma costituzionale e il referendum nel timore prospettato nell’articolo di Tescaroli.
Proprio la storia giudiziaria dei Graviano e i conclamati depistaggi nei processi per le stragi (senza mai alcuna condanna disciplinare per i responsabili della disfatta) dimostrano – viceversa – che la nostra Giustizia ed il sistema giudiziario devono essere oggetto del più radicale tra i cambiamenti.
Questa è l’unica Verità che mi sento di sottoscrivere.
Lo faccio adesso, prima che svaniscano – nell’eternità del silenzio – persino i colori rosso sangue dei miei ricordi…
Lorenzo Matassa