
Non sono passate 24 ore da quando ho scritto un articolo in merito al ritorno dello spettro del 6 gennaio e la democrazia americana sotto assedio, che l’ennesima iniziativa di Donald Trump non fa altro che alimentare i sospetti.
Oggi su Truth Social, Donald Trump ha minacciato di ricorrere all’Insurrection Act del 1807. Lo aveva già fatto mesi fa, ma in una situazione ben diversa che non glielo avrebbe permesso. Il dubbio è se la situazione attuale non sia stata invece creata di proposito. Questa norma, utilizzata raramente nella storia americana, garantirebbe al Presidente il potere straordinario di schierare l’esercito sul suolo nazionale scavalcando completamente il voto del Congresso. La giustificazione addotta riguarda la necessità di proteggere gli agenti dell’ICE in Minnesota da quelli che Trump definisce agitatori professionisti, in un clima di tensione altissima dopo che un agente federale ha ferito un cittadino venezuelano e, solo una settimana prima, un altro agente ha ucciso Renee Nicole Good.
La situazione a Minneapolis è esplosiva. Circa 3.000 agenti federali hanno occupato la città, superando di gran lunga il numero della polizia locale, mentre il Governatore Tim Walz accusa il governo di attuare veri e propri rapimenti ingiustificati. In questo contesto, sorge il dubbio che l’inasprimento del conflitto non sia solo una questione di ordine pubblico, ma una precisa strategia politica. Eventuali disordini fuori controllo potrebbero infatti rivelarsi estremamente funzionali per Trump in vista delle imminenti elezioni di metà mandato, permettendogli di presentarsi come l’unico leader capace di restaurare la legge e l’ordine con il pugno di ferro.
C’è però un’ipotesi ancora più inquietante che aleggia dietro l’uso di leggi speciali. Considerando che Trump si trova nel suo secondo mandato, che scadrà tra due anni impedendogli per legge una nuova ricandidatura, la creazione di uno stato di emergenza perenne o lo scoppio di insurrezioni su vasta scala potrebbero offrirgli il pretesto per sospendere le normali procedure democratiche. L’attivazione dell’Insurrection Act e la militarizzazione del Paese potrebbero essere i tasselli di un piano volto a mantenere il controllo del governo degli Stati Uniti oltre i limiti costituzionali previsti. Viene da chiedersi se il caos che stiamo vedendo a Minneapolis non sia, in realtà, il palcoscenico ideale per preparare questa rottura istituzionale.
Storicamente, il ricorso a stati di emergenza o a leggi eccezionali per estendere il potere esecutivo ha seguito spesso un percorso simile, identificando una minaccia interna o esterna che giustifichi la sospensione delle procedure ordinarie in nome della sicurezza nazionale.
Un esempio emblematico negli Stati Uniti è rappresentato dalla presidenza di Abraham Lincoln durante la Guerra Civile. Egli sospese il diritto dell’Habeas Corpus, permettendo l’arresto di cittadini senza un processo formale, e utilizzò i poteri di guerra per governare in modo unilaterale in diversi ambiti, scavalcando il Congresso per proteggere l’Unione. Sebbene Lincoln agisse per preservare lo Stato, le sue azioni dimostrano come una crisi profonda possa permettere a un leader di accentrare poteri che in tempi di pace sarebbero considerati incostituzionali.
In contesti internazionali, il caso più noto è quello della Repubblica di Weimar in Germania. L’articolo 48 della Costituzione permetteva al Presidente di governare per decreto in caso di emergenza. Questa clausola, inizialmente pensata per proteggere la democrazia dalle rivolte, fu utilizzata in modo sistematico per esautorare il Parlamento, portando infine alla trasformazione del governo in una dittatura legale. Anche in quel caso, il pretesto furono i disordini di piazza e l’incapacità delle autorità locali di mantenere l’ordine.
Guardando all’attualità americana, la strategia di invocare l’Insurrection Act in Minnesota si inserisce in questo solco. Se Trump riuscisse a stabilire che il disordine civile è tale da impedire l’applicazione delle leggi federali, potrebbe dichiarare uno stato di emergenza che mette in secondo piano le scadenze elettorali o i limiti di mandato. In un clima di insurrezione, il mantenimento del potere non verrebbe più giustificato dal voto, ma dalla necessità di evitare il collasso della nazione.
Quello che vediamo oggi, con la militarizzazione di Minneapolis e lo scontro aperto con i governatori locali, sembra ricalcare queste dinamiche storiche. L’emergenza viene alimentata o sfruttata per rendere accettabile ciò che in tempi normali sarebbe inaccettabile, ovvero la permanenza al governo oltre i limiti fissati dalla legge.
Gian J. Morici