
L’Italia si trova di fronte a una sistematica e allarmante manovra volta a riscrivere il racconto delle inchieste sulle gravi violenze terroristiche e mafiose.
Uno sforzo promosso da figure di spicco della maggioranza politica, con l’obiettivo di stravolgere le conclusioni processuali definitive e le verità ormai stabilite nei tribunali.
E quando si discute di stragi e accordi segreti, si tirano sempre in ballo i servizi segreti e il coinvolgimento (o l’influenza) degli Stati Uniti d’America.
Il senatore Roberto Scarpinato – intervenuto al congresso “Il Diritto alla Verità”, organizzato da Salvatore Borsellino e Movimento Agende Rosse, con il patrocinio del Comune di Bologna – ha sostenuto che, sebbene sentenze come quella di Brescia abbiano accertato un apporto dei servizi segreti americani alle strategie stragiste, il loro ruolo è stato quello di strumentalizzare e sfruttare le preesistenti e autonome spinte golpiste e autoritarie interne alle classi dirigenti italiane. Scarpinato ha evidenziato come l’attuale persistenza di una totale omertà tra testimoni su stragi avvenute decenni fa (33-45 anni) sia un segnale preoccupante: dimostra che la paura di ritorsioni è ancora attuale e, di conseguenza, che il potere di chi potrebbe attuare tali ritorsioni è rimasto intatto. Un esempio di questa persistente segretezza è il caso di Domenico Catracchia, amministratore di immobili usati da terroristi, che nel processo di Bologna ha accettato una condanna a quattro anni per false informazioni pur di non rivelare il legame tra l’alto funzionario di polizia Vincenzo Parisi e l’amministrazione di quegli immobili frequentati da estremisti.
Il passato è spesso un campo di battaglia narrativo. Oggi, assistiamo a un tentativo di semplificazione eccessiva, cercando di far confluire le molteplici e complesse vicende storiche italiane in un unico filone interpretativo, spesso targato USA.
È proprio in questo contesto che la ricerca storica condotta da Isabella Silvestri nella sua serie podcast “CIA – I servizi segreti americani e il terrorismo in Italia” si rivela fondamentale, poiché offre una preziosa opportunità di comparazione critica tra la prospettiva interna dei servizi segreti americani risalente a oltre quarant’anni fa, e la narrazione che attualmente si vorrebbe far prevalere Italia. Fotocopia di quella americana del tempo, che, con un colpo di spugna, tenta di cancellare i complessi intrecci della “strategia della tensione”.
In Italia erano gli anni durante i quali strani attori si muovevano in una fitta trama di interessi nazionali e sovrannazionali. Figure ambigue del sottobosco dei servizi segreti, della massoneria, di Cosa Nostra, della Camorra, della Banda della Magliana, dell’alta finanza e della politica, non sempre direttamente manovrate dagli interessi americani, ma che erano profondamente coinvolte in attività illecite e relazioni opache. I loro nomi e le loro azioni sono finiti inevitabilmente nei fascicoli giudiziari relativi alle stragi terroristiche che hanno insanguinato l’Italia.
“Mi pare significativo – ha proseguito Scarpinato nel corso del suo intervento – che l’ex procuratore aggiunto della procura di Firenze Luca Tescaroli, che ha gestito le indagini sulle stragi del 1993, nel lasciare quell’ufficio abbia scritto testualmente, virgolette, ‘il nostro ufficio è stato oggetto di attacchi istituzionali di ogni livello senza precedenti, derivanti dai doverosi approfondimenti, il che ha reso più difficoltoso il cammino compiuto sulla ricerca della verità istituzionale’”.
La procura di Firenze – val la pena di ricordare – è al centro di indagini delicate sulla strage del 1993, che vedono tra gli indagati anche l’ex generale del Ros Mario Mori.
Il nome di Mario Mori è indissolubilmente legato alla storia dei grandi misteri d’Italia e, per estensione, alle complesse e ambigue interazioni tra personalità italiane e i servizi di intelligence americani.
E ancora una volta è a Mori che ha fatto riferimento un individuo ben noto negli ambienti dell’intelligence italiana (il cui nome è comparso in importanti fascicoli giudiziari relativi al periodo delle stragi), che ha sostenuto di aver inviato una lettera a Mori quando l’ex generale del ROS ricopriva l’alta carica di Direttore del SISDE.
La comunicazione inviata a Mori, quando questi era Direttore del SISDE, gettava luce su un periodo precedente e ugualmente delicato della sua carriera negli anni ’80.
Nella lettera, l’autore faceva un esplicito riferimento al periodo in cui Mori, con il grado di Tenente Colonnello, ricopriva l’incarico di Dirigente della Prima Sezione del Reparto Operativo della Legione Carabinieri di Roma, accusandolo di aver accondisceso e attivamente collaborato a iniziative che riteneva dubbie, illegittime e prive di fondamento veritiero.
Secondo questa narrazione, l’allora dirigente dei Carabinieri avrebbe cooperato con il sostituto procuratore della Repubblica di Roma in carica, arrivando a privare l’accusatore delle garanzie costituzionali che gli sarebbero spettate per legge.
Ma il personaggio in questione nella sua lettera andava ben oltre, riportando la dichiarazione di un suo ex dipendente, il quale avrebbe avuto incontri con due figure vicine a Mori, il Capitano Cardoni e il Colonnello Cagnazzo.
L’obiettivo di questi incontri – a suo dire – sarebbe stato quello di raccogliere informazioni sul conto del dichiarante. Ancora più grave, l’ex dipendente suggerisce che l’incontro fosse finalizzato a “mettersi d’accordo su cose da stralciare” nella successiva deposizione che avrebbe dovuto rendere al Sostituto Procuratore. Un tentativo di pilotare o inquinare la testimonianza nell’ambito dell’inchiesta.
A rendere il quadro ancora più fosco aggiunge un altro elemento tipico delle “storie nere” italiane, l’incontro tra un terrorista di destra detenuto, il pentito Walter Sordi, e un misterioso personaggio.
Quest’ultimo avrebbe cercato di istruire Sordi, spingendolo a rendere una falsa testimonianza in merito al collocamento di esplosivo su un treno.
Un depistaggio e una manipolazione processuale, in cui l’intelligence e le forze dell’ordine si sarebbero mosse in una zona d’ombra, cercando di controllare o alterare la verità giudiziaria.
I dettagli erano contenuti in una relazione ufficiale che Mario Mori stesso, all’epoca Tenente Colonnello, trasmise al Sostituto Procuratore, e si astenne dall’esperire qualsiasi ulteriore indagine sui fatti. Una decisione presa in accordo con la determinazione del magistrato stesso.
Questa complessa vicenda segue lo schema ricorrente della maggior parte dei misteri italiani più controversi, e al centro della narrazione tornano prepotentemente i servizi di sicurezza nazionali e internazionali, in questo caso il SISMI (per due informative falsificate), e un presunto incontro tra un alto ufficiale dei servizi italiani e il capo della CIA, oltre un uomo cerniera tra il Dipartimento di Giustizia americano e l’agenzia di intelligence statunitense.
Strane storie di processi imbastiti, arresti e capri espiatori, che vedevano coinvolti quelli che il mittente della missiva definiva “gli eroi di una certa parte politica, salvo poi, successivamente, passare dagli altari alla polvere, sempre secondo quella parte politica”.
Il resto è storia, dagli altari alla polvere e dalla polvere agli altari, grazie alle figure di spicco di questa maggioranza politica che ha tra i suoi obiettivi evidenti quello di ridiscutere e stravolgere le conclusioni processuali definitive e le verità giudiziarie ormai stabilite nei tribunali.
Il tentativo di cancellare la memoria di un’intera epoca della storia italiana, un periodo segnato da bombe e stragi, e oscure connivenze tra apparati statali e criminalità.
Fiat voluntas eorum…
Gian J. Morici