
Esistono un’antimafia e un giornalismo antimafia, che ha una declinazione che sembra aver trovato la propria linfa vitale nelle connessioni politiche, nella ricerca di visibilità, nella pubblicazione di libri, in articoli e in una continua esposizione mediatica e nei social. Una corrente che si muove con disinvoltura nel delicato terreno delle revisioni critiche sulla lotta alla mafia e sulle stragi degli anni ’90, proponendo spesso verità alternative rispetto alle narrazioni e alle ricostruzioni, se non giudiziarie quantomeno storiche, consolidate.
Si tratta di un approccio che, nel contestare le letture dei passaggi più oscuri della nostra storia recente, adotta un metodo d’analisi parziale, affrettandosi a sbandierare le sentenze assolutorie come prove definitive del crollo di interi impianti accusatori, ma si guarda bene dall’analizzarne le motivazioni, i contesti procedurali o le zone d’ombra che quelle stesse sentenze spesso descrivono e lasciano aperte. La complessità dei fatti viene così ridotta a un dualismo semplificato, utile solo a legittimare la propria (o quella altrui?) narrazione.
Di fronte a questa rigida schematizzazione, sorge spontaneo un interrogativo. Se si vuole liquidare una diversa narrazione come “antimafia complottista”, come si spiega il fatto che di essa facciano parte anche eminenti giuristi, magistrati e accademici che conoscono fin nei minimi dettagli le vicende e i processi di Cosa Nostra? Figure che hanno dedicato la vita allo studio delle carte, alla difesa e alla pubblica accusa non possono essere liquidate come “cospirazionisti della domenica”.
Viene allora da chiedersi come mai queste personalità, pur sostenendo tesi estremamente complesse e talvolta divergenti da quelle che questa antimafia farlocca vorrebbe verità assoluta, non vengano sottoposte alla stessa identica severità di giudizio o alle stesse critiche che si riservano ad altri osservatori. Forse perché la loro autorevolezza rende difficile bollarle frettolosamente come propagatrici di teoremi strampalati? O forse perché analizzare criticamente il loro lavoro imporrebbe quel confronto approfondito e privo di slogan che una certa informazione antimafia preferisce invece evitare?
L’incoerenza si mostra in tutta la sua evidenza proprio quando si tocca il nervo scoperto della storia giudiziaria delle stragi, analizzandole in maniera tecnica e inappellabile. È un dato storico, e non un’opinione, che la costruzione del falso pentito Vincenzo Scarantino abbia dato vita a una serie di processi conclusi con condanne definitive all’ergastolo nei confronti di cittadini innocenti, a seguito di un castello di menzogne colossale, crollato ufficialmente solo nel 2008 con le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, che ha svelato come quella Fiat 126 non fosse mai passata dalle mani del “pupo” della Guadagna. Valgono sempre le sentenze? Dovevamo accontentarci degli ergastoli comminati a seguito delle propalazioni di Scarantino?
A smontare quel castello accusatorio ben prima che Spatuzza parlasse, fu il lavoro ostinato di un avvocato che evidenziò fin da subito le enormi incongruenze di Scarantino, un soggetto palesemente estraneo alle dinamiche di vertice di Cosa Nostra e psicologicamente instabile, la cui versione faceva acqua da tutte le parti. Un’opera di demolizione tecnica e documentale che, all’epoca, si scontra contro il muro di chi voleva a tutti i costi una verità preconfezionata, blindata dalle sentenze definitive e celebrata a mezzo stampa.
Proprio questo legale, che ha condotto e vinto la battaglia contro il più grande depistaggio della storia repubblicana, è lo stesso che ancora oggi, analizzando i dettagli della strage di Capaci, solleva pesanti interrogativi sulla presenza di soggetti esterni a Cosa Nostra, definendo credibile e inquietante la cosiddetta teoria del “doppio cantiere” a Capaci, ritenendo tecnicamente inverosimile che un’esplosione di quella portata, dentro quel cunicolo autostradale, sia stata realizzata con modalità rudimentali dai soli mafiosi, e ipotizzando il coinvolgimento di specialisti esterni o l’ombra di apparati di sicurezza stranieri.
Qui il cerchio si chiude in modo emblematico. Quando una certa informazione antimafia decide chi etichettare come “complottista”, lo fa usando pesi e misure variabili, e quando a sollevare dubbi è un avvocato che ha concretamente dimostrato e smontato il depistaggio di via D’Amelio, le grida di accusa si fanno improvvisamente più flebili o si preferisce semplicemente ignorare il tema, a dimostrazione di come la patente di credibilità venga distribuita non in base ai fatti, ma in base alla convenienza del racconto.
Di fronte a questa evidente asimmetria, la domanda sorge spontanea e inevitabile: a chi conviene? A chi giova mantenere in piedi questa rigida e comoda distinzione tra una verità ufficiale, apparentemente pacificata dalle ultime sentenze, e un presunto “complottismo” da liquidare con sufficienza?
La convenienza è, prima di tutto, di natura politica, professionale ed editoriale, e di posizionamento pubblico, poiché mantenere la narrazione ancorata esclusivamente alla colpevolezza militare di Cosa Nostra, bollando come fantasie le ipotesi di coinvolgimenti esterni o di zone d’ombra istituzionali, solleva dalla responsabilità enorme di dover indagare fino in fondo le complicità, le omissioni e le deviazioni interne agli apparati dello Stato. Ma anche da quella di dovere smentire sé stessi, i propri articoli e libri. Inoltre, spostare l’attenzione unicamente sui successi giudiziari e sulle assoluzioni eccellenti consente di tracciare una linea netta tra i “buoni” e i “cattivi”, rassicurando l’opinione pubblica sul fatto che il male sia stato sconfitto e che non vi siano ulteriori verità indicibili da svelare.
Quell’informazione antimafia che si nutre di social, articoli e libri su soggetti eccellenti e sul dogma della legalità istituzionale, ha un disperato bisogno di semplificazione. I dubbi di un avvocato penalista che studia le perizie del cunicolo di Capaci o che denuncia le torture psicologiche inflitte a Scarantino, richiedono studio, fatica e la scomoda ammissione che lo Stato – a più livelli e con responsabilità diverse – possa aver fallito o, peggio, depistato attivamente. Molto più facile, e infinitamente più redditizio è continuare a vendere una storia dove chiunque osi sollevare dubbi metodologici viene frettolosamente dipinto come un visionario a caccia di fantasmi.
La dissonanza cognitiva si fa ancora più evidente, e per certi versi più intollerabile, quando questa narrazione di comodo tenta di blindarsi dietro lo scudo della memoria più sacra. Non ci si può nascondere dietro i nomi degli eredi di Paolo Borsellino, utilizzandoli come un bollino di garanzia morale per coprire le proprie incongruenze, mentre si sceglie scientemente di dimenticare o silenziare le parole durissime e lucide di Fiammetta Borsellino. La figlia del magistrato, infatti, da anni indica le responsabilità di pezzi delle istituzioni, e non solo rispetto le indagini da parte della magistratura, non risparmiando critiche sui depistaggi, ma sollevando interrogativi pesantissimi sul ruolo dei servizi segreti e sulle figure come quella di Marcello Dell’Utri – che definì il referente politico degli assassini di suo padre – condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, e che ritiene, ancora oggi, non dovrebbe più interessarsi di politica avendo scritto pagine buie della nostra terra.
Qui il paradosso si trasforma nel teatrino di una stridente ipocrisia da parte di chi si fa paravento del nome dei figli di Borsellino. Come possono quegli stessi soggetti che, nel corso degli anni, hanno sistematicamente sostenuto, giustificato o minimizzato le colpe di appartenenti a quegli apparati devoti e dello stesso Dell’Utri – il quale va ricordato ha ricevuto attestazioni di stima anche in Commissione antimafia – utilizzare il nome dei figli di Paolo Borsellino? Si tratta di un uso selettivo del dolore familiare, evocando la memoria del giudice per legittimare ipotesi giudiziarie che non hanno trovato riscontri tali da avviare alcun procedimento, tanto da finire archiviate, censurando la battaglia di chi, tra quegli stessi familiari, esige risposte proprio sulle complicità eccellenti e sulle zone d’ombra dello Stato. In un’altra circostanza, un altro familiare, in un’aula istituzionale, rispondendo a una domanda disse: “In Italia sappiamo tutti cosa sono i servizi segreti”. Un’affermazione generica e pesante, che certamente faceva riferimento ad apparati di Stato che si spera siano soltanto un ricordo consegnato alla storia del nostro Paese.
Come si concilia tutto questo con la memoria di Paolo Borsellino? La risposta è che semplicemente non si concilia. Onorare Borsellino non può significare ridurlo a un’icona inoffensiva da spendere in salotti politici, o di altro genere, ignorando il fatto che la sua morte è stata agevolata e coperta da tradimenti interni alle istituzioni, e non solo quella che si vorrebbe e che viene indicata come il “nido di vipere”. Finché l’informazione antimafia preferirà la retorica rassicurante alla ricerca ostinata della verità sulle deviazioni dello Stato, la memoria del magistrato rimarrà ostaggio di un paravento morale, utile a proteggere chi non ha mai voluto davvero guardare dentro l’abisso delle collusioni, delle devianze di appartenenti ad apparati dello Stato, a interessi che andavano ben oltre quelli del nostro Paese, e dei depistaggi.
Nel puntare il dito, giustamente, contro i magistrati, che forse per ingenuità o poca esperienza hanno dato credito alle bugie del falso pentito Scarantino, non si può assolutamente ignorare il ruolo giocato dalle forze dell’ordine e dagli apparati di sicurezza. La catena delle responsabilità è complessa e comincia con la nota del Sisde che accreditava Scarantino come un vero esponente mafioso, passando poi a La Barbera e all’operato del gruppo dallo stesso guidato, arrivando a coinvolgere Bruno Contrada.
Di fronte a un quadro simile, viene da chiedersi se sia davvero plausibile che i servizi segreti abbiano preso una cantonata così colossale, e se dobbiamo accontentarci di così poco, come disse il 7 luglio 2023 Matteo Messina Denaro al procuratore aggiunto Paolo Guido e ai pm Piero Padova e Gianluca De Leo, dopo il suo arresto: “Voi magistrati vi siete accontentati che il giudice Falcone sia stato ucciso perché ha fatto dare 15 ergastoli al Maxi processo?” “Perché fa riferimento proprio alla strage Falcone?”, chiede Guido. “Perché penso sia la cosa più importante, da dove nasce… quantomeno da dove nasce tutto”. Cosa nasce e cosa era quel tutto? Non lo sapremo mai.
Gian J. Morici
P.S. Com’è ovvio, riflessioni di questo tipo non troveranno mai spazio all’interno di quei gruppi social che commemorano Paolo Borsellino continuando a indicare la mafia come l’unica e sola responsabile delle stragi.