
Le domande a cui l’Antimafia non risponde
Ridurre la ricerca della verità a un unico teorema smentisce la storia e ignora le intercettazioni sul ruolo di regia del generale.
Quali sono gli altri consulenti veramente super partes che la Commissione Antimafia guidata da Chiara Colosimo ha nominato per fare luce sulle stragi del 1992? È questa la domanda da cui bisogna partire per rispondere all’articolo di Alessandro Cucciolla apparso ieri su L’Opinione delle Libertà, che cita un articolo da me scritto a proposito delle nomine di consulenti in Commissione antimafia. Un intervento, quello di Cucciolla, che difende a spada tratta la nomina dell’avvocato Stefano Giordano e accusa i critici di praticare l’arte dell’insinuazione preventiva per delegittimare la Commissione.
Rigettare ogni critica bollandola come un attacco politico da salotto progressista significa sfuggire quello che è il nodo centrale della questione. La preoccupazione espressa nel mio articolo non nasce da un pregiudizio contro Giordano, la cui competenza tecnica non è in discussione, ma da una riflessione sull’indirizzo e sull’equilibrio che un organo parlamentare d’inchiesta dovrebbe mantenere quando affrotna le pagine più drammatiche e complesse della nostra storia recente.
Se la Commissione Antimafia rivendica il diritto di esplorare nuove o vecchie piste, come il dossier Mafia-Appalti, ha il dovere istituzionale di farlo garantendo la massima pluralità e terzietà dei consulenti chiamati a indirizzare il lavoro d’inchiesta, esaminando migliaia di pagine di sentenze, faldoni giudiziari, informative delle forze dell’ordine, relazioni prefettizie e dossier, collaborando attivamente alla stesura delle relazioni.
L’avvocato Giordano, oltre a essere figlio del compianto presidente del Maxiprocesso Alfonso Giordano, è stato storicamente il legale di Bruno Contrada in storiche battaglie davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, nonché autore di numerosi articoli che hanno posto Mafia Appalti come tema centrale e causa delle stragfi del 1992, in particolare quella di Via D’Amelio, nella quale perirono il giudice Paolo Borsellino e uomini della sua scorta. Una figura professionalmente connotata dentro una precisa e legittima chiave di lettura difensiva e garantista, che però rappresenta una visione di parte dentro i complessi misteri di quegli anni.

Cucciolla sostiene che il pluralismo sia già garantito dal fatto che l’opposizione siede in Commissione e può presentare relazioni di minoranza, ma questo riduce la ricerca della verità sulle stragi a una semplice conta numerica tra partiti o a una dialettica da talk show politico, come purtroppo sempre più spesso accade. Una Commissione d’inchiesta non dovrebbe limitarsi a essere un’arena di scontro in cui scegliere i propri consulenti per accreditare la propria narrazione, ma, al contrario, per fare luce su capitoli così delicati, e la presidenza dovrebbe fare uno sforzo di sintesi nominando esperti di comprovata indipendenza rispetto alle tesi sul tavolo, figure capaci di dialogare con tutte le parti senza alimentare il sospetto che si voglia blindare un unico teorema a scapito di altri.
Chiedersi chi siano gli altri consulenti capaci di bilanciare questa impostazione non è un’insinuazione preventiva o un processo alle intenzioni, bensì l’esercizio del diritto di cronaca e di critica, volto a verificare se la Commissione Colosimo stia agendo davvero come un organo istituzionale di ricerca della verità o se, al contrario, stias scivolando verso una riscrittura unilaterale della storia delle stragi.
Non ho messo in discussione la storia familiare dell’avvocato Stefano Giordano, così come non ho contestato il suo legittimo percorso professionale, ma Cucciolla, che ricorda l’albero genealogico del consulente, sfugge dall’affrontare il groviglio di conflitti d’interessi e di pressioni che ruota attorno all’attuale corso della Commissione Antimafia, specialmente per quanto riguarda la riscrittura della strage di via D’Amelio e del dossier Mafia-Appalti.
Dire che le critiche nascono semplicemente dal fatto che qualcuno “osa mettere il naso” su questi temi significa ribaltare la realtà. La vera domanda da porsi è se il generale Mario Mori tentò o non tentò di orientare i lavori della Commissione Colosimo attraverso la scelta dei consulenti. I fatti dicono di sì. Fatti documentati, comne comprovano le intercettazioni, nelle registrazioni depositate agli atti, il generale Mori – parlando con i suoi storici ex collaboratori Giuseppe De Donno e Antonio Obinu – commenta esplicitamente i lavori della Commissione presieduta da Chiara Colosimo e rivendica un ruolo di regia, arrivando a scherzare sulle accuse dell’opposizione che lo definivano l’ispiratore occulto della Commissione.
Non si tratta di una narrazione progressista, ma di dinamiche reali che hanno visto l’ex capo del Ros muoversi attivamente per suggerire alla presidenza dell’Antimafia i nomi di chi avrebbe dovuto guidare le indagini parlamentari, tentando di far nominare come consulenti della Commissione figure a lui vicinissime, come il suo stesso avvocato difensore, e il giornalista Damiano Aliprandi, noto sostenitore della tesi che individua nel dossier Mafia-Appalti l’unico, vero movente della morte di Paolo Borsellino, e che in passato è stato condannato in per diffamazione proprio a causa di ciò che aveva scritto in merito a quelle vicende.

Quando un soggetto che è stato al centro di decenni di indagini, processi e polemiche giudiziarie sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia cerca di inserire i propri uomini chiave – il proprio legale e un giornalista di riferimento già condannato per diffamazione – dentro l’organo che deve indagare su quegli stessi fatti, non siamo di fronte a una legittima ricerca della verità, siamo di fronte a un tentativo di eterodirezione verso una verità di comodo.
La nomina di Stefano Giordano, storico difensore di Bruno Contrada, si inserisce, purtroppo, in questo preciso solco metodologico, dove i confini tra controllori e controllati, tra consulenti istituzionali e legali di parte, diventano pericolosamente sfumati, e denunciare questa anomalia non è un’insinuazione preventiva contro Giordano, ma un atto di vigilanza democratica contro il tentativo, questo sì concreto e nient’affatto teorico, di trasformare la Commissione Antimafia nella cassa di risonanza delle tesi difensive del generale Mori e dei suoi sodali.
Presentare il dossier Mafia-Appalti come l’unica spiegazione delle stragi del 1992, e bollare chiunque sollevi dubbi come difensore di “vecchi teoremi”, significa compiere un’operazione di brutale semplificazione che non regge al vaglio della storia e dei processi. Riguardo al preteso interesse dei dottori Falcone e Borsellino per il dossier dei ROS, che nell’articolo di Cucciolla si assume cristallizzato nelle sentenze, non si può che invitare il giornalista a un più sereno e documentato approfondimento storico-giudiziario, ricordando che Giovanni Falcone, in particolare, era da tempo orientato su ben altre, innovative e ben più vaste direttrici investigative di respiro internazionale, e che per entrambi i magistrati uccisi la deliberazione di morte da parte dei vertici di Cosa Nostra risaliva a periodi di gran lunga antecedenti alla stesura o alla stessa concezione del suddetto rapporto sui pubblici appalti. Si tratta di evidenze storiche e processuali ineludibili.
Per comprendere la fragilità della tesi del dossier unico come motore immobile dello stragismo, basta analizzare nel dettaglio i fatti reali, a partire dal fallito attentato all’Addaura, iper finire con la tragica deriva delle stragi del 1993.

Il vero movente dell’Addaura, come ricostruito dalle sentenze e dalle stesse intuizioni di Falcone, che parlò delle celebri menti raffinatissime e del tentativo di isolarlo professionalmente, mirava a bloccare il magistrato nel momento di massima efficacia della sua azione, mentre stava allora coordinando delicate indagini sul riciclaggio internazionale di denaro sporco, collaborando strettamente con l’autorità giudiziaria svizzera. Senza dimenticare, inoltre, che gravava su di lui il peccato originale di aver istruito il Maxiprocesso, la cui imminente conferma definitiva in Cassazione rappresentava la condanna a morte emessa dalla Cupola. Ipotizzare che Cosa Nostra volesse uccidere Falcone nel 1989 per coprire un rapporto del ROS che non era ancora stato nemmeno concepito o formalizzato rappresenterebbe un evidente anacronismo storico.
Allo stesso modo, le stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma, che segnano il passaggio di Cosa Nostra a una strategia eversivo-terroristica su scala nazionale, mal si concilia con la tesi del dossier appalti come motore principale.
Rispondere alle critiche bollandole come insinuazioni significa rifiutare il confronto con la storia giudiziaria di questo Paese. Chi vuole davvero comprendere il groviglio di via D’Amelio e del 1992 farebbe bene a cercare risposte altrove, lontano dalle verità filtrate dai consulenti della Commissione Colosimo, magari ascoltando la voce e l’esperienza dell’avvocatessa Rosalba Di Gregorio (a partire dal 19° minuto), che di mafia e metodologie investigative ha una conoscenza profonda e indiscutibile, e approfondendo i testi e i dati di Gioacchino Genchi. La trasparenza democratica si misura sulla capacità di confrontarsi non blindando tesi difensive spacciate per storia patria.
Gian J. Morici